giovedì 5 settembre 2013

1984

Autore: George Orwell
Titolo originale: 1984
Data di pubblicazione: 1948
Editore: Mondadori, 1989
Formato: Paperback, 322 pag.

Inizio lettura: 02 agosto 2013
Fine lettura: 17 agosto 2013
Lettura n.: 31/2013
Il mio voto: ★★★★★
Era una luminosa e fredda giornata d'aprile, e gli orologi battevano tredici colpi. Winston Smith, tentando di evitare le terribili raffiche di vento col mento affondato nel petto, scivolò in fretta dietro le porte di vetro degli Appartamenti Vittoria: non così in fretta tuttavia, da impedire che una folata di polvere sabbiosa entrasse con lui.
Iniziato con un gruppo di lettura e piena di buone intenzioni, terminato abbondantemente prima del tempo perché proprio non sono riuscita a rispettare le tappe: nonostante ciò, come si vede dalle date di lettura, ho impiegato quindici giorni a finirlo perché l'ho trovato da una parte un romanzo scorrevolissimo, ma dall'altra estremamente difficile a causa delle emozioni che suscita durante la lettura. Pur non essendo "crudo" a livello di immagini, lo infatti è dal punto di vista psicologico: è angosciante, claustrofobico, non lascia speranza. Quest'ultima sensazione è la più forte di tutte, perché si inizia a percepire fin dall'inizio ma in modo mascherato: si legge nei vicini di casa del protagonista, nei colleghi di lavoro, nei prolet, nei bambini, ma si intuisce vagamente, come con la coda dell'occhio. La seconda parte del romanzo quasi illude (come del resto illude Smith) ma disperde quà e là degli indizi che io ho letto soprattutto nei discorsi di Julia e nella figura di O'Brien. La terza, invece è un crescendo (o meglio, un crollo), fino all'ultima frase che mi ha lasciato completamente vuota.

Tremende sono le "invenzioni" ideate dal partito per assoggettare la mente dei cittadini: il bipensiero, la creazione della Neolingua e la continua revisione delle informazioni e della storia per adattarle alle esigenze del partito. Tutto ciò unito alla continua sorveglianza tramite i megaschermi che catturano anche le manifestazioni inconsce di uno psicoreato, alla costante possibile presenza di spie pronte a denunciare anche i propri genitori e figli, al quasi totale assoggettamento dei membri del Socing (ovvero quelli come Smith) e all'assoluta indifferenza dei prolet creano un'atmosfera che angosciante è dire poco. Ci sono solo tre luoghi "rifugio" nel romanzo: l'angolo in cui Smith scrive il diario, la radura dove si incontra con Julia e la camera sopra al negozio di antiquariato. Per il resto non c'è modo di sfuggire allo sguardo del Grande Fratello.

I personaggi, inclusi quelli principali, sono parte integrante di questa "coreografia" claustrofobica anche dal punto di vista estetico: la bellezza sembra non esistere, tutti sono grigi come la città in cui vivono, nessuno mostra platealmente emozioni a meno che non siano di odio verso i nemici del partito o di entusiasmo verso il partito stesso.

Sono contenta di aver aspettato tanto per leggere questo romanzo, perché credo sia uno di quei libri per i quali bisogna trovare il momento e lo spirito giusto: bisogna essere pronti a farsi scuotere.

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