giovedì 29 settembre 2011

Lilli e lo sceriffo

sfide: salva-comodino, torniamo ragazzi, alfabeto

Titolo originale: Meine Mutter haut sogar Django in die Pfanne
Autore: Klaus-Peter Wolf
Anno di pubblicazione: 1993
Editore: Piemme
Pagine: 79

Iniziato il: 29 settembre 2011
Terminato il: 29 settembre 2011
Valutazione: ★★★

Johan aveva gambe lunghe e magre come stecchini per infilzare le patatine. Se ne stava momentaneamente appoggiato al chioschetto, mangiandosi un hotdog. Diceva di chiamarsi John. Little John. Oppure semplicemente: sceriffo. Aveva pochi amici. Uno come lui non aveva bisogno di amici. Stava benissimo da solo. Ma li c'era bisogno di gente come lui. Prima che quel povero paese finisse in rovina, lui avrebbe fatto qualcosa.
(incipit)
Questo raccontino, a mio parere, non è uno dei migliori della serie de "Il battello a vapore", che a volte regala invece delle piccole perle (tra i più recenti che ho letto, La rosa di San Giorgio), anche se l'ho trovato simpatico e di certo molto più adatto ad un pubblico di maschietti che non di femminucce, le quali generalmente non amano i cowboy (io, infatti, non li sopporto, a parte Terence Hill e Bud Spencer).

Il protagonista è Johan, un bambino dalla fervida fantasia, che non solo si diverte a giocare ai cowboy, ma è fermamente convinto di essere uno sceriffo. No, non è matto, è semplicemente un bambino che vuole rendersi utile nel paese in cui vive e trasforma questo suo bisogno in un gioco. Insieme al suo amico Michel, infatti, Johan fa la spesa per la mamma, aiuta il nonno in ospizio a mangiare il suo pranzo, raccoglie le cartacce per strada; nel frattempo racconta a Michel una storia in cui gli abitanti del paese si trasformano in personaggi di un'avventura western.

Raccontata così ammetto che non sia il massimo della vita, ma è invece simpatico vedere come la fantasia del bambino riesca a partorire una vicenda così estrosa e bizzarra.

sabato 24 settembre 2011

Il cerchio si è chiuso (Trilogia dell'Averon #1)

sfide: sfida del bersaglio, fantasyosa

Autore: Loredana La Puma
Anno di pubblicazione: 2008
Editore: La Penna Blu
Pagine: 490

Iniziato il: 20 settembre 2011
Terminato il: 23 settembre 2011
Valutazione: ★★★★

Sito web: La Trilogia dell'Averon
La mezzanotte era passata da poco. Il volto della donna in piedi al centro della sala era illuminato appena dal chiarore tremolante delle torce morenti; rughe profonde le solcavano la fronte e le contornavano gli occhi, ma il suo viso recava ancora i segni di una passata bellezza. La tunica e il lungo mantello bianco che indossava erano mossi appena da un lieve alito d'aria, lo stesso che si insinuava fra le ciocche dei suoi lunghissimi capelli ondulati. La donna fissava con espressione grave e intensa un alto piedistallo di pietra.
(incipit)
Nuovo libro di autore esordiente: ormai grazie alle catene di lettura sto scoprendo dei bravissimi scrittori, purtroppo ancora poco noti. Chissà mai che i miei commenti positivi possano essere un piccolissimo aiuto per far conoscere i loro lavori.

Elli è una ragazza come tante: vive con i genitori, che ama moltissimo, frequenta l'università, è molto timida e riservata e ha un'amica un po' matta che caratterialmente è esattamente il suo opposto. Elli, però, ha un sesto senso molto particolare, che le permette di intuire le emozioni profonde delle persone. Il suo mondo un po' noioso viene improvvisamente rivoluzionato dall'arrivo di Fabio, con il quale Elli stringe fin da subito un rapporto fortissimo. Il ragazzo, però, non è quello che sembra, e il destino certo non lo aiuta a tenere nascosta la sua vera identità: Elli si ritrova quindi catapultata all'improvviso in una realtà di cui non avrebbe mai immaginato l'esistenza e al centro di una guerra tra forze micidiali. Con l'aiuto di nuovi e vecchi amici, dovrà accettare la verità sul suo passato e prepararsi ad assumere il posto a cui è destinata nella battaglia per l'umanità.

L'inizio del romanzo è secondo me stupefacente: le prime cento pagine mi hanno totalmente assorbita e appassionata, e mi ero quasi dimenticata che stavo leggendo un libro fantasy e non un romanzo di mistero alla Kate Morton. L'autrice, infatti, è riuscita in pieno a comunicarmi quella sensazione di inquietudine mista a confusione che probabilmente chiunque avrebbe provato al posto di Elli e che è tipica di quella fase del romanzo in cui ci si rende conto che sta accadendo qualcosa di strano ma non si riesce ancora a capire cosa. Nelle pagine centrali, il ritmo della narrazione cala invece un po', per poi riprendersi nuovamente nel drammatico finale, descritto in modo estremamente efficace. L'osservazione che posso fare è che forse sarebbe stato il tutto di maggiore effetto se fossero state spiegate meno cose, se si fosse quindi tenuto durante tutta la narrazione il tono ambiguo che caratterizza la prima parte del romanzo (un po' come in Vango di Timotheé de Fombelle, in cui dopo aver chiuso il primo volume ci si chiede: "ma che caspita sta succedendo??").

Per il resto ci siamo sicuramente: lo stile di scrittura è scorrevolissimo e i dialoghi sono costruiti in modo molto realistico e divertente (è naturale che tra ragazzi di vent'anni sia tutto uno scambiarsi battute e scherzi). Il personaggio di Elli è senza dubbio il migliore, forse perché mi sono ritrovata molto nel suo carattere riservato e ben poco esuberante, mentre gli altri vengono tratteggiati in modo un po' più superficiale. Anche i nemici per ora sono stati poco approfonditi, ma credo proprio che il prossimo volume (con il viaggio di Elli e pochi altri selezionati) rappresenterà l'occasione di conoscere tutti molto meglio.


martedì 20 settembre 2011

The Enchanted Wood (The Faraway Tree, #1)

sfide: serial readers, torniamo ragazzi, letture in lingua, fantasyosa

Titolo italiano: -
Autore: Enid Blyton
Anno di pubblicazione: 1990
Editore: Dean
Pagine: 185

Iniziato il: 18 settembre 2011
Terminato il: 20 settembre 2011
Valutazione: ★★★★★
There were once three children, called Jo, Bessie and Fanny. All their lives they had lived in a town, but now their father had a job in the country, so they were all to move as soon as ever they could.
(incipit)
The Enchanted Wood è il primo di una serie di tre racconti della scrittrice inglese Enid Blyton, della quale, purtroppo, non avevo mai sentito parlare prima d'oggi. Gli altri due si intitolano The Magic Faraway Tree e The Folk of the Faraway Tree (ovviamente farò in modo di procurarmeli il più velocemente possibile). Il racconto narra le avventure di tre fratellini (Jo, il maggiore, Bessie, quella di mezzo e Fanny, la più piccola), che, trasferitisi con i genitori dalla città alla campagna, scoprono che la loro casetta sorge proprio accanto ad un bosco incantato popolato da magiche creature e animali parlanti, nel quale gli alberi sussurrano segreti. Al centro del bosco si erge the Faraway Tree, un albero altissimo e anche molto pericoloso: dalla cima, infatti, si accede ogni volta ad una terra diversa. E' sempre rischioso avventurarsi nelle magiche terre in cima all'albero, perchè non si sa quando queste perderanno il loro contatto con i rami del Faraway Tree, intrappolando così chiunque non si sia affrettato a scendere. L'albero, inoltre, è popolato da una serie di personaggi molto particolari: the Angry Pixie, che getta acqua o zuppe in faccia a chiunque sbirci attraverso le finestrelle della sua casa nel tronco, Mr Whatzisname, che passa le sue giornate a russare e scaraventa nella terra in cima all'albero chiunque osi disturbarlo, Silky, la fatina dai capelli di seta, Dame Washalot, che lava costantemente i panni per poi gettare l'acqua sporca lungo il tronco, inzuappando chi non si sposta abbastanza in fretta, e Moon Face, l'omino con la faccia di luna. Insieme ai loro nuovi amici, i tre bambini vivranno mille avventure nei magici e bizzarri paesi in cima all'albero e faranno la conoscenza di alcuni personaggi davvero particolari.

Le terre esplorate da Jo, Bessie e Fanny sono tutte una più speciale dell'altra, ma la mia preferita è senza dubbio the Land of Birthdays, alla quale si può accedere solo se invitati da una persona che compie gli anni nel momento in cui arriva sul Faraway Tree. In questo luogo meraviglioso si materializza tutto il necessario per una festa coi fiocchi, inclusa una fantastica wishing-cake (la torta dei desideri) che realizza un desiderio per persona al primo morso. In questo momento io credo che avrei desiderato... no, non lo dico, chissà mai che mi capiti davvero di mangiare una wishing-cake, non voglio certo bruciarmi il desiderio!!

Il racconto di Enid Blyton mi ha fatto immediatamente pensare ad Alice nel Paese delle Meraviglie perchè in entrambi vi sono terre curiose da esplorare, personaggi bizzarri i cui nomi riflettono le loro caratteristiche, giochi di parole, poesie e canzoncine senza senso. Lo stile dell'autrice aiuta a rafforzare l'atmosfera magica che già pervade le pagine del libro perchè è estremamente coinvolgente. L'inglese utilizzato è semplice, ma non troppo: è decisamente studiato per essere compreso dai bambini, ma nello stesso tempo non è piatto e banale, come a volte capita nei moderni romanzi per ragazzi, bensì ricco di espressioni anche abbastanza articolate. Inoltre l'inglese è per me la lingua perfetta per le fiabe e i romanzi fantastici, perchè ha dei termini e delle sonorità che descrivono le atmosfere magiche più efficacemente di altre lingue.

Infine, approfitto per segnalare un bellissimo sito sull'autrice (http://www.enidblytonsociety.co.uk/) che, oltre a contenere tutte le opere di Enid Blyton con le relative recensioni, offre anche la raccolta delle illustrazioni prese dalle edizioni più belle dei libri: è una festa per gli occhi!
«The Faraway Tree!» said Bessie, in wonder, «What a queer name! Why do you call it that?»
«It's a very strange tree,» said another brownie. «Its top reaches the far-away places in a way we don't understand. Sometimes its top branches may be in Witchland, sometimes in lovely countries, sometimes in peculiar places that no one has ever heard of. We never climb it because we never know what might be at the top!»

lunedì 19 settembre 2011

Magya (Saga di Septimus Heap #1)

sfide: serial readers, fantasyosa, mattonazzi, torniamo ragazzi

Titolo originale: Magyk
Autore: Angie Sage
Anno di pubblicazione: 2005
Editore: Salani
Pagine: 549

Iniziato il: 12 settembre 2011
Terminato il: 18 settembre 2011
Valutazione: ★★★★★

Silas Heap si strinse nel mantello per proteggersi dalla neve. La camminata attraverso la Foresta era stata lunga e si sentiva gelato fino al midollo. Ma in tasca aveva le erbe che Galen, la Donna Medycina, gli aveva dato per il suo ultimo figlio, Septimus, che era nato solo poche ore prima quello stesso giorno.
(incipit)
Finalmente, dopo due anni dalla pubblicazione in lingua originale, è uscito il nuovo volume della Saga di Septimus Heap, Rycerca. In onore del mio immediato acquisto, e per riuscire a godermelo al 100%, ho deciso di rileggere da capo tutti i tre volumi precedenti (dato dopo tutto questo tempo non me li ricordo più molto bene): l'impresa non è per niente ardua dato che, essendo libri intesi per i ragazzi, il carattere è grande e lo stile fluido e scorrevole. Oltretutto la storia è talmente bella e orginale che sono davvero felice di riunirmi alla famiglia Heap!

Inziamo dalla trama. Si dice che il settimo figlio di un settimo figlio abbia poteri magici fuori dal comune. Silas Heap è il settimo dei suoi fratelli e in una fredda e nevosa notte invernale, sua moglie Sarah dà alla luce il loro settimo figlio, Septimus. Mentre a casa Sarah strige tra le braccia il suo piccino appena nato, Silas sta tornando al Castello per riunirsi alla sua famiglia quando, al limitare del bosco, un vagito attira la sua attenzione: dietro a un cespuglio una bellissima neonata dagli occhi viola è avvolta in una coperta e inizia a sentire molto freddo. Intenerito, Silas la raccoglie e la porta con se a casa ma appena giunto sulla soglia, viene travolto dalla Levatrice Anziana che corre stringendo un fagotto tra le braccia: Septimus non è sopravvissuto. Passano gli anni e la piccola Jenna è ormai parte della famiglia Heap, anche se è molto diversa dai suoi fratelli: i suoi capelli non sono biondi e ricciuti e i suoi occhi, invece di diventare verdi come quelli di tutti i Maghi, sono rimasti di un profondo color viola. La sera del suo decimo compleanno, però, il Mago StraOrdinario Marcia Overstrand piomba con le sue scarpe di pitone viola nella vita di Jenna, sconvolgendo il destino di tutta la famiglia.

Dalla prima volta che ho letto i libri di Septimus Heap li ho amati pazzamente: la premessa che devo necessariamente fare è che non è Harry Potter, nel senso che è effettivamente una saga più semplice, soprattutto per quanto riguarda l'evoluzione psicologica dei personaggi. Tolto questo possibile fraintendimento è possibile godersi in pieno un'avventura divertente, entusiasmante e soprattutto Magyca in compagnia di indimenticabili personaggi. I veri protagonisti di questo primo episodio sono Jenna, Nicko e Ragazzo 412 (insieme al cane Maxie, ovviamente) che aiutati da Marcia affronteranno mille avventure: fuggiranno dallo scivolo dei rifiuti della Torre dei Maghi, verranno inseguiti da pericolosi Cacciatori, incontreranno Ratti Messaggeri e Mostri delle Paludi e saranno ospiti della più simpatica e stramba Strega Bianca esistente, zia Zelda.

Lo stile di Angie Sage è quello che io amo particolarmente nei romanzi cosiddetti "per ragazzi" (dato che li leggo anch'io che ormai ho superato l'età consigliata, direi che è un'etichetta molto relativa): allegro, molto dinamico e scorrevole, e soprattutto molto "visivo". In questo aiutano anche i disegni di inizio capitolo che rappresentano alcuni personaggi o situazioni. Nel complesso l'aspetto estetico è estremamente curato: la copertina è indubbiamente ciò che cattura l'attenzione (e infatti questo libro mi è stato regalato da una persona che mi conosce molto bene e che sapeva perfettamente l'effetto che la copertina avrebbe avuto su di me), ma anche la mappa che si trova nelle prime pagine è chiarissima e ben disegnata.

Fosse per me, farei un post lunghissimo raccontando per filo e per segno tutto quello che accade e descrivendo nei minimi dettagli i miei personaggi preferiti (praticamente tutti ma in realtà alcuni li amo in modo particolare, come Marcia e zia Zelda), ma credo che la cosa migliore sia prendere in mano il libro (adesso ne è uscita anche l'edizione paperback, ma quella rigida è talmente bella che vale davvero la pena spenderci qualche euro in più) e divorarlo come ho fatto io.

Piccola nota finale: la versione originale dei libri è pubblicata dalla casa editrice Bloomsbury, la stessa che accettò i manoscritti di una sconosciuta J.K. Rowling... direi che questa è già una mezza garanzia!
Maxie si raddrizzò nella canoa dietro Marcia e alitò eccitato sul collo del Mago StraOrdinario. Odorò i nuovi e invitanti odori della palude e ascoltò i suoni degli animali che fuggivano al passare delle canoe. Di tanto in tanto l'entusiasmo prendeva il sopravvento e sbavava felice tra i capelli di Marcia
Dom Daniel era stato un Mago StraOrdario estremamente arrogante e sgradevole e del tutto disinteressato al Castello e alla gente che aveva bisogno del suo aiuto: l'unica cosa che voleva era il potere supremo e l'eterna giovinezza. O meglio, dal momento che aveva impiegato parecchio tempo a capire come ottenerla, l'eterna mezza età.

mercoledì 14 settembre 2011

The Notebook

sfide: letture in lingua, salva-comodino

Titolo italiano: Le pagine della nostra vita
Autore: Nicholas Sparks
Anno di pubblicazione: 2006
Editore: New Ed
Pagine: 272

Iniziato il: 8 settembre 2011
Terminato il: 12 settembre 2011
Valutazione: ★★★
Who am I? And how, I wonder, will this story end?
The sun has come up and I am sitting by a window that is foggy with the breath of a life gone by. I'm a sight this morning: two shirts, heavy pants, a scarf wrapped twice around my neck and tucked into a thick sweater knitted by my daughter thirty birthdays ago. The thermostat in my room is set as high as it will go, and a smaller space heater sits directly behind me. It clicks and groans and spews like a fairy-tale dragon, and still my body shivers with a cold that will never go away, a cold that has been eighty years in the making.
(incipit)
Ho scoperto la storia di Noah e Allie grazie alla trasposizione cinematografica del libro fatta alcuni anni fa che mi ha commossa talmente tanto da farmi acquistare tempo dopo anche la versione cartacea. Nonostante io sappia che generalmente il film è meno bello del romanzo, un certo sesto senso mi aveva avvertito fin da subito che forse questa volta non sarebbe andata proprio così: infatti, forse perchè conoscere già la trama non mi ha permesso di scoprirla passo dopo passo, forse perchè lo stile di Nicholas Sparks assomiglia più a quello di uno sceneggiatore che non a quello di un romanziere, leggendo non ho provato le stesse emozioni che mi hanno invece assalito durante la visione del film (addirittura mi ricordo di aver visto molte scene con un velo tremolante di lacrime davanti agli occhi che proprio non voleva saperne di andare via). La questione dello stile è stata secondo me fondamentale: ho trovato la scrittura di Sparks un po' troppo semplice, forse anche un po' banale e non mi ha aiutata ad immedesimarmi nei personaggi tenendomi sempre un po' distaccata, un po' al di fuori di quello che stava accadendo. La sensazione che ho avuto è stata proprio quella di leggere la sceneggiatura del film, non un romanzo vero e proprio. A sua discolpa devo ammettere che il fatto di conoscere la trama ha fatto si che io procedessi molto spedita nella lettura e che non fossi molto concentrata, ma d'altro canto se la scrittura fosse stata magnetica, mi avrebbe di sicuro attratta anche contro la mia volontà.

The Notebook racconta la storia d'amore di Noah e Allie, un amore che è più forte del tempo, della distanza e della malattia; a quest'ultima, poi, è legata la parte più commovente e dolce del romanzo che vede Allie anziana e affetta da Alzheimer ad uno stadio così avanzato da non permetterle più di riconoscere Noah. Il finale mi ha lasciata perplessa perchè mi aspettavo che anche questo corrispondesse al film e invece sono rimasta delusa: quello cinematografico è invece decisamente migliore.

A couple of pages fall to the floor, and I bend over to pick them up. I am tired now, so I sit, alone and apart from my wife. And when the nurses come in they see two people they must comfort. A woman shaking in fear from demons in her mind, and the old man who loves her more deeply then life itself, crying softly in the corner, his face in his hands.
You are my best friend as well as my lover, and I do not know which side of you I enjoy the most.

L'ultimo nemico (Il Romanzo di Ramses #5)

sfide: serial readers, francofonia
Titolo originale: Sous l'acacia d'Occident
Autore: Christian Jacq
Anno di pubblicazione: 1998
Editore: Mondadori
Pagine: 379

Iniziato il: 5 settembre 2011
Terminato il: 8 settembre 2011
Valutazione: ★★★★
I raggi del sole al tramonto rivestivano d'oro celestiale le facciate dei templi di Pi-Ramses, la capitale che Ramses il grande aveva fatto costruire nel Delta. La città di turchese, così chiamata a causa del colore delle piastrelle verniciate che ornavano la facciata delle dimore, era l'incarnazione della ricchezza, della potenza e della bellezza.
(incipit)
Con un certo ritardo rispetto alla fine della lettura e con una buona dose di tristezza come mi capita ogni volta che termino una saga, eccomi a commentare l'ultimo episodio della pentalogia di Ramses. Ora che sono giunta alla conclusione posso affermare con certezza di essermi innamorata perdutamente delle atmosfere evocate da Christian Jacq e degli indimenticabili personaggi con i quali ha popolato il suo Antico Egitto: ogni pagina mi ha spinto sempre di più nelle profondità di una cultura affascinante che è stata secondo me perfettamente mescolata con la parte inventata dall'autore.

Il romanzo ha inizio nel trentatreesimo anno di regno del faraone, che ne ha ormai cinquantacinque di età, e ad alcuni anni di distanza dalla scomparsa di Nefertari e di Tuya. Fin da subito veniamo a sapere che questi non sono stati gli unici lutti che hanno colpito l'animo di Ramses (e il mio dopo averne letto): anche il fedele cane Guardiano e il coraggioso leone Massacratore non ci sono più e le prime pagine trasudano dunque della malinconia terribile di un uomo che pur avendo perso i suoi più grandi affetti è costretto dalla sua posizione a resistere al dolore e a continuare a condurre il suo regno. Purtroppo, per tutto il corso della narrazione il mio delicato cuoricino è stato messo a dura prova, sie perchè Jacq approfitta di quest'ultima occasione per far morire altri personaggi ai quali mi ero affezionata moltissimo (Iset, Asha, Serramanna, Kha), sia perchè sullo sfondo è sempre presente il dolcissimo ricordo di Nefertari, che viene richiamato con affetto e nostalgia non solo dal faraone, ma anche da tutti gli altri personaggi che l'hanno amata come regina d'egitto. Le quasi 400 pagine di cui è composto il romanzo non sono comunque tutte dominate dalla tristezza, ma come sempre Jacq lascia ampio spazio ai problemi quotidiani del faraone, agli intrighi intessuti alle sue spalle (e alle seguenti indagini del mio amato Serramanna), alle scene di vita quotidiana e alle simpatiche discussioni tra il faraone e i suoi amici, oltre che alle cerimonie e ai riti caratteristici della cultura egizia, che sono sempre descritti in modo approfondito ma soprattutto semplice da immaginare: insomma, in modo estremamente efficace.

Il finale, solitamente un punto critico per ogni romanzo e ancora di più per un'intera saga, è davvero perfetto e chiude il racconto in modo intenso e commuovente, ma trasmettendo quel senso di serenità di fronte alla morte caratteristico della cultura egizia, per la quale la morte faceva davvero parte della quotidianità.
I Faroni avrebbero senza dubbio continuato sempre a lottare perchè regnasse la dea Maat, incarnazione della Regola universale, della giustizia, dell'amore che legava tra loro gli elementi e le componenti della vita. E questo perchè sapevano che, senza Maat, il mondo terreno si sarebbe trasformato in un campo di battaglia, dove i barbari avrebbero combattuto con armi sempre più letali per accrescere i propri privilegi e distruggere ogni legame con gli dei.
Reggeva il timone con destrezza senza pari, poichè era lui stesso insieme la nave dello stato e il suo nocchiero. Gli dei che l'avevano prescelto non si erano sbagliati, e gli uomini avevano avuto perfettamente ragione a obbedire loro.

martedì 6 settembre 2011

Il fiore degli abissi

Autore: Leonilde Bartarelli
Anno di pubblicazione: 2009
Editore: Montag
Pagine: 204

Iniziato il: 1 settembre 2011
Terminato il: 4 settembre 2011
Valutazione: ★★★★
Il maestrale gonfiava la vela nera spingendo la feluca al gran lasco, in una corsa sfrenata nel buio della notte. Le luci sfuocate della costa tremolavano incerte, sparse nella massa scura che si allontanava sempre più, finchè sparirono quando doppiammo il promontorio.
(incipit)

Gran bel romanzo d'avventura che mi ha tenuta incollata dalla prima all'ultima pagina: si, perchè fin dalle righe iniziali la storia mi ha catturata e assorbita completamente grazie all'abilità dell'autrice di tenere il lettore sulle spine e alla mia sconfinata passione per le storie piratesche e le avventure di mare.

Il protagonista, Andrea Raggio detto Rosso per via della sua chioma color del corallo, è un ex schiavo delle galee barbaresche e mi è stato immediatamente simpatico per il suo carattere finto-spavaldo e ho seguito con grande curiosità le sue avventure al confine tra il mondo cristiano e quello arabo. I suoi compagni di viaggio sono un altro punto forte della storia, soprattutto il Grifo, suo ex aguzzino sulle galee, e Valanga, pescatore e "collega" del Rosso nei suoi traffici non proprio leciti. Inoltre, il romanzo non è solo avventuroso, ma a tratti ironico e divertente, il che contribuisce ancora di più a far affezionare il lettore ai personaggi.

Infine, due piccole note: mi è piaciuta molto la scelta del titolo, che riprende il poetico nome del corallo, rarità per colpa della quale ha inizio l'avventura, nonché nome della feluca del Rosso, e ho trovato molto simpatici i ringraziamenti iniziali in stile "marinaro".

sabato 3 settembre 2011

Blue shoes and happiness (The No.1 Ladies Detective Agency Serie #7)

sfide: serial readers, letture in lingua, salva-comodino
Autore: Alexander McCall Smith
Anno di pubblicazione: 2007
Editore: Abacus
Pagine: 256

Iniziato il: 25 agosto 2011
Terminato il: 31 agosto 2011
Valutazione: ★★★★
When you are just the right age, as Mma Ramotswe was, and when you have seen a bit of life, as Mma Ramotswe certainly had, then there are some things that you just know.

Dopo parecchi mesi di assenza sono tornata in Botswana dalla mia detective preferita: Mma Ramotswe.
Le sue avventure sono come una buona tazza di tè fumante: ristoratrici, dissentanti e avvolgenti. Tornare nel suo ufficio accanto al Tlokweng Road Speedy Motors e ritrovare i deliziosi personaggi che abitano il suo mondo è come tornare in famiglia dopo un viaggio faticoso ed essere accolti a braccia aperte.

Lo stile di Alexander McCall Smith è incredibile, perchè è caratterizzato da una delicatezza unica. I suoi protagonisti sono persone per bene, pure, come ormai forse davvero possiamo trovarne solo in Botswana: ispirano una grande tenerezza e contemporaneamente un grande rispetto, proprio perchè sono semplici, si accontentano di poco e di quel poco gioiscono. In alcune abitudini o modi di fare mi fanno davvero sorridere, per esempio quando si chiamano, anche tra marito e moglie, con il cognome preceduto dal prefisso Mma o Rra (ovvero Signora e Signore). Questo episodio, poi, è particolarmente simpatico perchè Mma Ramotswe inizia a mettere in discussione i pregi dell'essere "traditionally built" già questo "traditionally" mi fa ridere, perchè non è "costituzione robusta" ma "tradizionale", come se fosse - e in realtà è - quella la forma corretta del corpo) e improvvisamente inizia a notare tutti gli accenni, più o meno diretti, che gli altri fanno al suo peso e alla sua stazza e ai quali prima non faceva caso: si creano così un sacco di situazioni di imbarazzo e disagio davvero simpatiche.

Un'annotazione devo anche farla per quanto riguarda il linguaggio con cui è scritto il romanzo, un inglese che suona così bene, così limpido che fa si che io mi ritrovi a volte a rileggere due o tre volte la stessa frase, solo per ascoltarla con la mente. Tutto ciò è infine incorniciato dalle bellissime descrizioni dei paesaggi e delle atmosfere del Botswana, dalle belle immagini della "old Botswana morality" e dalle tenerissime e immensamente dolci parole che Mma Ramotswe rivolge ogni tanto nei suoi pensieri ai ricordi del suo passato, di suo padre e di quel bambino che avrebbe potuto avere.

Most problems could be diminished by the drinking of tea and the thinking through of things that could be done while tea was being drunk. And even if that did not solve problems, at least it could put them off for a little while, which we sometimes need to do, we really did.
Mr J.L.B. Matekoni regarded cars and their owners as intercheangeable, or as being virtually one and the same, whith the result that he would talk of people who were losing oil or who were needed of bodywork.
So it was in Botswana, almost everywhere; ties of kinship, no matter how attenuated by distance or time, linked one person to another, weaving across the country a human blanket of love and community. And in the fibres of that blanket there were threads of obligation that meant that one could not ignore the claims of others. Nobody should starve; nobody should feel that they were outsiders; nobody should be alone in their sadness.