Pazzi per le saghe | Serie di Araminta Spook(ie)

Pazzi per le saghe | Serie di Araminta Spook(ie)

Torna sul blog una rubrica che in passato avevo amato moltissimo: Pazzi per le saghe, dedicata alla scoperta nuove serie e saghe appartenenti ad ogni genere letterario. Alcuni post saranno impostati come delle vere e proprie recensioni (, altre invece delle semplici segnalazioni.

Protagonista del primo episodio è una serie per bambini (direi 6/8 anni) che ho letto quasi nella sua interezza: Araminta Spook (o Spookie, nella versione USA) di Angie Sage.

When you are a ghost living inside a suit of armour you do not go outside in a thunderstorm and expect to come back in one piece.



Araminta Spook vive in un’enorme casa infestata con una zia scorbutica e un adorabile zio vampiro ma si sente terribilmente sola: quando rischia di perdere la sua adorata vecchia magione, Araminta si dà da fare per spaventare tutti i potenziali acquirenti ma è in questa occasione che conosce una persona speciale, la piccola Wanda figlia di una famiglia di maghi e che sarà la sua fedele compagna in mille avventure. Insieme le due amiche andranno alla ricerca della spada perduta di un fantasma, indagheranno sul mistero di alcune rane scomparse, affronteranno dei un cugino-vampiro, ben due baby-fantasmi estremamente molesti e tutta una serie di altre creature spaventose.

La serie è attualmente composta da sette volumi, che possono essere letti in qualsiasi ordine (anche se consiglio di leggere il primo volume effettivamente per primo, così da capire da dove ha origine la storia) ed è davvero deliziosa.

Se il nome dell’autrice vi suona familiare, c’è un motivo: Angie Sage è l’autrice della saga di Septimus Heap, serie fantasy per ragazzi inizialmente tradotta da Salani e poi abbandonata, con mio sommo disappunto, al quarto o quinto volume. Nel caso di Araminta non ci sarà questo problema, visto che a quanto pare nessuno si è preso il disturbo di tradurla ma questo potrebbe essere un vantaggio per chi vuole iniziare a leggere in inglese e preferisce partire da dei libri semplici ma divertenti: a questo scopo questa saga è perfetta, e naturalmente è perfetta anche per avvicinare i ragazzi alla lettura in inglese.


I LIBRI:

1) My Haunted House
2) The Sword in the Grotto
3) Frognapped
4) Vampire Brat
5) Ghostsitters
6) Gargoyle Hall
7) Skeleon Island


L’AUTRICE

Angie Sage è inglese, ha studiato graphic design e illustrazione e ha scritto un sacco di libri per ragazzi tra cui la saga di Septimus Heap e ha illustrato moltissimi romanzi per bambini.

‘Assassinio in prima classe’ di Robin Stevens

‘Assassinio in prima classe’ di Robin Stevens

Buongiorno lettori, ebbene sì, sono di nuovo qui a parlarvi di libri e la lettura che ho scelto per inaugurare questo spero duraturo ritorno tra le pagine del blog è un romanzo che ho letto per una readalong organizzata da tre youtuber che seguo con entusiasmo da qualche anno, ovvero Jo Reads, Booklovers Army e Il filo di Arianna.

Il libro scelto è il terzo volume di una serie mistery per ragazzi di cui abbiamo letto in gruppo anche i volumi precedenti e che questa volta ci permette di accompagnare le due protagoniste, nientemeno che sul mitico Orient Express, proprio nell’anno successivo alla pubblicazione del famosissimo giallo di Agatha Christie ambientato sul medesimo treno.

Le due protagoniste sono Hazel e Daisy, due amiche molto diverse tra loro ma legate dalla passione per l’investigazione e che ormai, dopo due casi risolti alle spalle, si sentono a tutti gli effetti pronte per compiere il grande salto come detective. L’occasione viene loro offerta dal viaggio sul treno più famoso d’Europa che si troveranno a fare in compagnia del padre di Hazel e di una serie di altri personaggi molto particolari. Una sera, mentre il treno sta attraversando la Jugoslavia, un urlo agghiacciante interrompe la cena e uno dei passeggeri viene trovato morto nel proprio scompartimento; ad indagare si improvviserà un medico dalle scarsissime capacità investigative e così le due giovani detective dovranno impedire che un innocente venga accusato dell’omicidio, con la difficoltà di non dover farsi scoprire dal padre di Hazel, che non ha intenzione di concedere loro la libertà di comportamenti molto poco adatti a delle signorine, come indagare su un omicidio.

La lettura di First Class Murder, che io ho portato avanti in lingua inglese ma che – come potete vedere dalla copertina del post – è stato anche tradotto in italiano, è stata davvero un divertimento, proprio come i volumi precedenti. Indagare con Hazel e Daisy, che in ogni volume diventano più mature pur conservando i loro tratti caratteristici, è uno spasso: le due sono estremamente in sintonia, si completano a vicenda grazie ai loro talenti così perfettamente complementari (Daisy più intuitiva, Hazel più riflessiva). Gli indizi sono sparsi in maniera intelligente e per nulla banale: riuscire a districare la matassa è veramente difficile a causa di diverse false piste disseminate del romanzo. Io ho fatto due ipotesi ed entrambe (come sempre) si sono rivelate sbagliate.

L’unico mio disappunto riguarda la conclusione del mistero, per la quale l’autrice ha fatto una scelta secondo me un po’ troppo affrettata, senza disseminare gli indizi decisivi per chiudere l’indagine in maniera per me soddisfacente. Nonostante ciò la lettura è stata per me talmente coinvolgente e la lettura di gruppo (con ovvia condivisione dei propri sospetti e delle proprie deduzioni) talmente appassionante e divertente da permettermi di perdonare alla Stevens questa piccola pecca che non ha comunque intaccato il mio entusiasmo nella lettura.

Inutile dire che non vedo l’ora di scoprire quale sarà la prossima indagine della Detective Society.


Titolo: Assassinio in prima classe
Titolo originale: First Class Murder
Autore: Robin Stevens
Serie: Miss Detective, #3
Editore: Mondadori
Pagine: 261
Genere: Giallo per ragazzi

‘Panna nel Grande Giardino’ di Carlotta De Melas e Miss Cecip Art

‘Panna nel Grande Giardino’ di Carlotta De Melas e Miss Cecip Art

Lo giuro, davvero: da gennaio riprendo a parlare di libri “da grandi”, ma oggi permettetemi di dare spazio ad una storia per bambini che ho trovato molto tenera e colorata, e che ho conosciuto grazie alla sua illustratrice.

La piccola Panna vive con la sua famiglia nel Grande Giardino, tra i petali di un Tulipano Rosa che fa loro da casa: i membri della famiglia Romuà hanno infatti la particolarità di essere molto, molto piccoli. Il giorno del compleanno di mamma Romuà, Panna è a casa da scuola, e disobbedendo ai genitori si avventura nel Grande Giardino alla ricerca di un regalo per farle una sorpresa. Il Grande Giardino è però un luogo pericoloso e lungo la strada Panna incontrerà alcuni amici ma vivrà anche una brutta avventura.

Leggere questo libro mi ha molto divertito: la scrittura è davvero a misura di bambino, molto tenera e ricca di dettagli affascinanti che la rendono una lettura agevole per i più piccoli ma allo stesso tempo coinvolgente. A renderla ancora più avvincente ci sono le illustrazioni di Miss Cecip Art, alcune delle quali sono davvero molto belle e tutte caratterizzate da colori luminosi e vividi e che decorano tutte le pagine del libro: non ci sono infatti solo le illustrazioni a tutta pagina, ma ogni riquadro di testo è decorato da un’illustrazione, alcune delle quali mostrano delle piante presenti nel Grande Giardino, accompagnate da una didascalia divertente che ne illustra l’uso un po’ magico che ne fa il Piccolo Popolo. Questo rende la lettura molto divertente perché permette di esplorare il libro non solo per leggere la storia ma anche andando alla ricerca di queste piante tra le sue pagine, come in un piccolo, magico erbario.

[copia pdf ricevuta dalle autrici]

‘La Compagnia della Triste Ventura’ di Angelica Elisa Moranelli

‘La Compagnia della Triste Ventura’ di Angelica Elisa Moranelli

Cosa vi succede se pronuncio la parola “autopubblicato”? Vi vengono le pustole? Siete assaliti da un’improvvisa nostalgia per le care virgole e gli amati congiuntivi? La testa vi si riempie di copertine improbabili, con addominali maschili che sfumano su un mare notturno conducendovi alla pazzia? Vi capisco perché succede anche a me, ma sappiate che ho una medicina per il “mal da self” e questa medicina si chiama Armonia di Pietragrigia.

Art by Stanislav V. Plutenko

La Compagnia della Triste Ventura è il primo volume di una saga (pentalogia per l’esattezza e l’ultimo volume è in fase di pubblicazione) fantasy per ragazzi che segue le avventure di Armonia, una quattordicenne annoiata e stufa marcia della sua banale e fin troppo tranquilla quotidianità nella città di Prugnasecca. Quando improvvisamente la sua vita viene messa in pericolo da una coppia di fattucchiere piuttosto imbranate, Armonia scopre di appartenere ad un altro mondo, il magico regno di Flavoria, di essere destinata a grandi cose ma soprattutto di essere inseguita da due temibili nemici.

La Compagnia della Triste Ventura possiede tutti gli ingredienti della migliore narrativa fantasy per ragazzi: innanzitutto ci sono i personaggi, bizzarri e dai nomi buffi che si rendono protagonisti di siparietti davvero esilaranti. Poi c’è il ritmo incalzante: ogni capitolo si conclude con un colpo di scena, non c’è proprio possibilità di annoiarsi, e le avventure sono una più appassionante dell’altra. È davvero impossibile non farsi trascinare dagli eventi e soprattutto non rimanere affascinanti dal worldbuilding (pure i termini tecnici) di questo romanzo: il mondo di Flavoria è ricchissimo di ambientazioni dettagliate e particolari, c’è davvero una cura per la costruzione dell’ambientazione che rende ogni luogo descritto dall’autrice ricco di dettagli, proprio come accade con i personaggi. Questi sono infatti uno dei punti forti della storia: pur essendo tanti è impossibile perdersi dei pezzi o fare confusione perché ciascuno di loro ha una propria personalità e una propria “voce” ben definita. Sono strani, simpatici (i dialoghi mi hanno divertito moltissimo) e memorabili.

Trattandosi di un self, poi, non posso non rendere merito al bellissimo lavoro “tecnico” fatto dietro a questo libro: editing, impaginazione, veste grafica, tutto è perfetto e professionale, niente “raffazzonate” (come direbbe mia nonna), nessuna improvvisazione. Questo è un LIBRO, vero, pronto per essere esposto sullo scaffale di una libreria e sì, ammetto che non me lo aspettavo, avendo finora avuto quasi sempre una pessima esperienza con il self-publishing.

E se queste sono le premesse, il mio viaggio a Flavoria si prospetta entusiasmante!

 

‘Un infausto inizio’ di Lemony Snicket

‘Un infausto inizio’ di Lemony Snicket

If you are interested in stories with happy endings, you would be better off reading some other book.

The Bad Beginning, by Karl James Mountford (Instagram: @karljmountford)

Un infausto inizio (o The Bad Beginning in originale) racconta, come dice il titolo, l’inizio delle disgraziate avventure dei fratelli Baudelaire: Violet, la maggiore, ha la passione per le invenzioni e la caratteristica di legare i suoi lunghi capelli quando sta elaborando una delle sue idee geniali. Klaus è un appassionato lettore, conosce un sacco di cose ed è un gran pensatore. Infine c’è Sunny, ancora troppo piccola ma non priva di una sua caratteristica peculiare: con i suoi dentini affilati sa farsi rispettare ed è una gran chiacchierona, sebbene nessuno ancora capisca quello che dice. Quando i tre fratelli restano improvvisamente orfani a causa di un inspiegabile incendio che ha distrutto la loro casa, vengono spediti da un misterioso parente, il Conte Olaf, che si dimostra subito intenzionato ad impossessarsi della loro enorme fortuna. Andati a vuoto tutti i tentativi di cercare aiuto dagli adulti, che non daranno mai loro ascolto, i giovani Baudelaire dovranno sfoderare tutte le loro abilità per poter battere la malvagia furbizia del Conte e sfuggire alle sue grinfie.

L’intera vicenda è narrata da Lemony Snicket, che si può a pieno titolo considerare il quinto protagonista di questa storia e che rappresenta anche la ragione primaria dell’unicità della serie: la voce di Lemony ci accompagna commentando con uno humour nero tutto particolare le avventure dei Baudelaire e ci ricorda sempre, anche quando crediamo che finalmente la sorte stia per mostrare un po’ di benevolenza per i piccoli orfani, che le loro disgrazie non sono finite. La genialità di questo libro sta infatti nell’affrontare con i ragazzi temi che generalmente sono considerati tabù dagli adulti, che ci si sforza in tutti i modi di escludere dalla vita dei bambini, ottenendo soltanto di non prepararli mai a ciò che la vita potrebbe presentare loro: in questo libro si parla di dolore, di solitudine, di paura, della morte e questi argomenti sono trattati in modo naturale, leggero e pienamente in linea con lo scopo della serie, cioè divertire portando però dei contenuti molto importanti.

It is useless for me to describe to you how terrible Violet, Klaus, and even Sunny felt in the time that followed. If you have ever lost someone very important to you, then you already know how it feels, and if you haven’t, you cannot possibly imagine it.

“The Bad Beginning, or Orphans!” Art by Brett Helquist

Ho apprezzato moltissimo anche l’assenza di stereotipi che caratterizza questo romanzo: è Violet, una ragazza, ad essere l’inventrice e l’appassionata di meccanica. Klaus porta gli occhiali e ama i libri ma è tutto tranne che un secchione sfigato (e senza di lui le cose si sarebbero messe molto male). Infine, un aspetto che mi ha riempito di entusiasmo è il fatto che leggendo questi libri si arricchisce veramente il proprio vocabolario e la propria conoscenza. Ad esempio, riconoscerete subito un bambino che ha letto Una serie di sfortunati eventi perché sarà in grado di spiegarvi il significato dell’espressione latina “in loco parentis” e questo aspetto si rivela utilissimo anche per noi lettori più adulti che ci approcciamo alla serie in lingua originale, come ho fatto io, perché ci insegna moltissimi nuovi vocaboli senza nemmeno doversi scomodare per sfogliare il dizionario.

In the time since the Baudelaire parents’ death, most of the Baudelaire orphans’ friends had fallen by the wayside, an expression wich here means “they stopped calling, writing, and stopping by to see any of the Baudelaires, making them lonely”. You and I, of course, would never do this to any of our grieving acquaintances, but it is a sad truth that when someone has lost a loved one, friends sometimes avoid the person, just when the presence of friends is most needed.

The Bad Beginning è l’avvio di una saga che ha tutte le carte in regola per entrare nella mia classifica dei romanzi del cuore e nei prossimi mesi mi dedicherò alla lettura dei volumi successivi.

Roverandom, di J.R.R. Tolkien

Roverandom, di J.R.R. Tolkien

Bentornati sul blog, cari booklovers, siete pronti per immergervi in una storia magica nel più classico dei suoi significati? Non so se avete mai sentito parlare di Roverandom, una vera e propria fiaba fantasy con un protagonista insolito (un cagnolino) che affronterà mille fantastiche avventure per riuscire a liberarsi dell’incantesimo dello stregone Artaserse, che lo trasforma in un giocattolo per vendicarsi di un morso ai pantaloni. 

Il cagnolino Rover, ribattezzato Roverandom (un gioco di parole tra Rover=girovago e Random=a caso) per distinguerlo dai suoi alter ego che incontrerà negli strani mondi che saranno meta del suo girovagare, viaggerà fino alla luna in groppa ad un gabbiano dove conoscerà l’uomo-della-luna e fuggirà dalle pericolose creature che la abitano. Poi finirà in fondo all’oceano alla corte del re del mare, incontrerà sirene e fate, balene amichevoli e pericolosi serpenti marini.

Grazie all’aiuto di tanti amici che conoscerà durante le sue esplorazioni, tra cui uno stregone non particolarmente entusiasta del caratteraccio di Artaserse, Rover riuscirà a tornare a casa, ma come potrà riprendere le sue vere sembianze?

Questa fiaba davvero deliziosa, inventata da Tolkien per consolare il proprio figlio dopo la perdita del giocattolo preferito – un cagnolino di legno abbandonato sulla spiaggia, proprio come accade a Roverandom – è un viaggio fatato e avventuroso, che potrebbe essere perfetto come favola della buonanotte perché è un racconto avventuroso ma che infonde molta calma, a volte divertente e nel quale vengono descritti luoghi e creature così meravigliose che sicuramente popolerebbero i sogni di qualunque bambino.

Il segreto delle gemelle, di Elisabetta Gnone (Fairy Oak, #1)

Il segreto delle gemelle, di Elisabetta Gnone (Fairy Oak, #1)

Buon venerdì biblionauti, siete pronti per immergervi in un mondo fatato, buffo, tenero e aggiungete voi tutti gli aggettivi pucciosi che vi vengono in mente? Oggi vi racconto le mie impressioni sul primo volume di una saga famosissima che credo ormai abbiano letto praticamente tutti.

Quella di Fairy Oak è una saga che desideravo leggere da parecchio: avevo iniziato il primo volume durante un’estate di parecchi anni fa insieme alla cugina del mio compagno che all’epoca avrà avuto 9/10 anni, ma per non so quale motivo non l’avevo mai conclusa e da allora mi era rimasta la curiosità. Questa primavera la Salani mi ha inviato due volumi dei quattro che compongono i “Quattro misteri di Fairy Oak” e allora non ho più avuto scuse: ho recuperato tutti i volumi che mi mancavano e quest’estate ho divorato la prima trilogia composta da “Il segreto delle gemelle”, “L’incanto del buio” e “Il potere della luce”.

Fairy Oak è un incantevole villaggio che sorge attorno ad un’antica e magica quercia, in cui Magici e Non Magici convivono in armonia e i bambini sono cresciuti dalle fate. La serenità del villaggio è però minacciata dal cattivo con il nome più brutto che la storia del fantasy ricordi, il Terribile 21, il quale è intenzionato a far piombare l’oscurità sul villaggio e impadronirsene per sempre. La storia è narrata da Felì, la fata-tata delle due gemelle Vaniglia e Pervinca Periwinkle, le uniche due streghe al mondo a presentare i due poteri opposti – della Luce una e del Buio l’altra – all’interno della stessa famiglia.

Il primo volume della trilogia è forse quello meno avvincente essendo un capitolo spiccatamente introduttivo che ci permette di conoscere Fairy Oak, i suoi abitanti e la sua storia, ma proprio per questo è anche essenziale per farci entrare a passi leggeri nel mondo creato dalla Gnone. Il punto forte di questo volume – e in generale di tutta la trilogia – sono i personaggi con i loro buffi nomi e le loro abitudini: ci sono le fatine, con i loro nomi impronunciabili, la smorfiosa figlia del Sindaco, gli amici più fedeli, il burbero Capitan Talbooth – un pescatore brontolone ma con un cuore d’oro -, la saggia zia Tomelilla e tantissimi altri personaggi a cui ci impiega pochissimo ad affezionarsi e che con le loro bizzarrie rendono la vita a Fairy Oak estremamente divertente. In questo primo volume le due sorelle Periwinkle scoprono la loro magia, iniziano a cogliere la diversa origine dei loro poteri – che sarà la chiave dei volumi successivi -, si trovano ad affrontare i primi amori e le prime gelosie e infine combattono la loro prima battaglia contro il grande nemico.

Il primo aggettivo che mi viene in mente per descrivere “Il segreto delle gemelle” è: rilassante. La maggior parte delle pagine è dedicata alla vita quotidiana del villaggio ed è senza dubbio quella che mi è piaciuta di più: ho imparato a conoscere i personaggi e ad immergermi in questo mondo sicuramente molto edulcorato e infantile ma che proprio per questo mi ha messo addosso una grande serenità.

Come il resto della saga (ma approfondirò meglio nelle recensioni dedicate ad ogni singolo volume), questo libro ha alcuni difetti, primo fra tutti (e forse anche quello che mi è più dispiaciuto trovare) è il fatto che gli scontri con il Terribile 21 siano raccontati a mio parere malissimo: improvvisi e parecchio confusi, con molte di soluzioni di comodo non giustificabili dal fatto che sia un libro per bambini, mi hanno lasciato un po’ l’amaro in bocca a fine lettura perché secondo me sarebbe bastato davvero poco per migliorarli e renderli più avvincenti mantenendo lo spirito giocoso della saga. Nonostante ciò io mi sentirei di consigliare la lettura questa saga a grandi e piccoli proprio per l’innocenza e la purezza che si respira ad ogni pagina: ogni tanto un’iniezione di serenità e ingenuità possono fare bene al cuore.

Absence. Il gioco dei quattro, di Chiara Panzuti

Absence. Il gioco dei quattro, di Chiara Panzuti

Nessun luogo è davvero completo.
È una questione di dettagli.
Allungai le braccia davanti a me e avvicinai pollice e indice
di entrambe le mani, formando un rettangolo.
Click.

Buongiorno biblionauti, come avevo promesso mi sono fatta coraggio e in questo assolato pomeriggio di agosto mi accingo a scrivere la recensione di un libro di cui si è molto parlato intorno a maggio (periodo in cui l’ho effettivamente letto) ma che si è dimostrato una delle tante meteore della narrativa young adult, senza che creasse un vero e proprio fenomeno. Sto parlando di Absence, scritto da una giovanissima autrice italiana, Chiara Panzuti, e pubblicato dalla Fazi.

Era da parecchio che non mi dedicavo alla lettura di un romanzo appartenente a questa “categoria” che ha spesso tradito le mie aspettative a differenza della narrativa detta “middle grade” ovvero dedicata ad una fascia di lettori di età inferiore. Nonostante ciò, o forse proprio per questo, avevo voglia di fare un nuovo tentativo e mi sono buttata su questo libro (preso rigorosamente in biblioteca), attratta dalla copertina essenziale e un po’ dark e dal paragone con Hunger Games. Mi sono resa conto in realtà che, almeno per il mio parere personale, il libro non regge nessuna delle due definizioni.

La storia vede protagonisti quattro ragazzi (Faith, Jared, Scott e Christabel) che un giorno improvvisamente diventano invisibili, scomparendo sia fisicamente che dalla memoria dei loro cari. Attirati da un misterioso uomo in nero che gli consegnerà degli indizi, i quattro scopriranno di essere coinvolti in una caccia che li costringerà a lottare contro avversari sconosciuti per raggiungere per primi un “tesoro” che forse potrebbe far tornare tutto come prima.

Nel complesso la storia mi ha divertito e l’ho letta con piacere. Purtroppo ho trovato tanti aspetti del libro che non ho apprezzato: al di là dell’idea di base (che poteva essere interessante) c’è ben poca originalità sia dal punto di vista dello svolgersi degli eventi che nella descrizione dei personaggi e nell’evoluzione del loro rapporto, che parte in maniera davvero intrigante ma verso metà libro cade nella scontatezza più assoluta. Il parallelo con hunger games c’è ma mancano l’originalità e la spietatezza che caratterizzavano la trilogia della Collins: qui si parla tanto di lottare e rischiare la vita ma non c’è mai una situazione di vero pericolo per i protagonisti, tanto che a volte mi sono chiesta il senso di creare le varie scene di battaglia quando gli antagonisti per primi sembrano non avere alcun interesse a bloccare l’avanzata dei quattro protagonisti.

Infine due parole sul messaggio di fondo del romanzo: apprezzabile, veramente, il fatto che l’autrice abbia voluto andare oltre al banale racconto di una storia cercando di comunicare un messaggio ma è stato fatto secondo me nel modo sbagliato e col messaggio sbagliato. L’autrice infatti vuole farci riflettere su quanto la tecnologia ci stia alienando dal mondo che ci circonda e dai rapporti umani e dall’altra farci riflettere su quanto si possa risultare invisibili in senso metaforico a causa dell’esclusione da parte degli altri e del bullismo. Innanzitutto la cosa che ho trovato avere molto poco senso è il fatto che l’autrice sembra presentarci questi concetti come speculari, le cosiddette due facce della stessa medaglia, quando in realtà non hanno nulla a che fare l’uno con l’altro. Poi, vi dirò la verità, la storia della tecnologia alienante è un po’ un discorso da mio nonno in cariola: è uno stereotipo vecchio come il cucco. Il secondo messaggio posso capirlo  già di più se non fosse che viene ripetuto (come il precedente) ogni tre pagine e ribadendo fino alla nausea gli stessi concetti e le stesse motivazioni: dopo la prima volta, abbiamo capito, grazie!

Quindi in sostanza non credo consiglierei la lettura di questo romanzo più che altro perché, a parte farmi trascorrere qualche ora in serenità (che in realtà è comunque già qualcosa), non mi ha lasciato nulla, nemmeno la curiosità di sapere come proseguirà la storia.

Voi avete letto questo romanzo? Vi rivedete nelle mie impressioni o invece il libro è riuscito a conquistarvi? Fatemi sapere cosa ne pensate e vi dò appuntamento al prossimo post!

 

Novità per ragazzi da Terra Nuova Edizioni

Novità per ragazzi da Terra Nuova Edizioni

Vi ho già parlato in passato delle pubblicazioni per ragazzi di Terra Nuova Edizioni e oggi voglio segnalarvi due novità della collana Terra Nuova dei Piccoli nella quale potete trovare libri illustrati per i più piccoli che li guidano verso il rispetto dell’ambiente, di se stessi e degli altri in modo divertente e intelligente.

Piccolo Alberto

Piccolo Alberto
di Silvia Roncaglia (testo) e Angela Marchetti (illustrazioni)
Link al sito della casa editrice

Che bella sfida è crescere! Ogni giorno il piccolo Alberto si trova di fronte a piccoli problemi da risolvere e a nuove abilità da conquistare, con il sostegno e l’incoraggiamento della sua famiglia. E quando si trova in difficoltà, impara a sdrammatizzare e a trovare una soluzione creativa, un punto di vista diverso, uno sguardo sorridente e spiazzante. E diventerà grande nel migliore dei modi…


Questo testo viene mostrato quando l'immagine è bloccataLa volpe, il picchio e la bambina
di Barbara Pumhösel (testi) e Alessandra Vitelli (illustrazioni)
Link al sito della casa editrice

Una bambina e due animali, un bosco e una grande amicizia; un testo poetico che celebra la biodiversità. E introduce i più piccoli, con delicatezza ed equilibrio, ad argomenti d’impatto, come le sofferenze degli animali negli allevamenti intensivi e la caccia. Mostrando sempre la speranza e valorizzando l’importanza della solidarietà e dell’azione positiva.

Fangirl di Rainbow Rowell

Fangirl di Rainbow Rowell

C’era un ragazzo, nella sua stanza.
Cath controllò prima il numero dipinto sulla porta, poi quello che le era stato assegnato, scritto sul foglio che teneva in mano.
Pound Hall, 913.

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È ormai più di una settimana che sto rimandando la pubblicazione di questo post ma ormai è ora che mi decida ad affrontarne le conseguenze. Mi tolgo subito il dente: questo libro non mi è piaciuto. E il problema non sta assolutamente in un pregiudizio verso i romanzi etichettati come Young Adult (anche se si, effettivamente ne sono affetta) ma nel fatto che a mio parere in questo libro manca qualcosa che avrebbe davvero potuto renderlo uno di quelli che, in mezzo agli altri, fanno la differenza.

Iniziamo con una rassicurazione: “Fangirl” non è un libro stupido e non è mal scritto. Non rientra nemmeno nel filone dei romanzi adolescenziali pieni di ormoni, di metafore prive di senso e di “maschi alfa” che spacciano lo stalking per gelosia. Forse stiamo finalmente andando oltre, speriamo.

La storia strizza l’occhio alla moda del momento, le FanFiction, e ci porta nella vita di Cath, un’adolescente timida e insicura, autrice della più famosa fanfiction su Simon Snow, personaggio letterario protagonista di una saga di libri e film di enorme successo (in pratica l’alter ego di Harry Potter). All’inizio della storia Cath si trasferisce all’università con la sorella gemella Wren e lì si troverà a dover affrontare le sue insicurezze e a crescere sia come persona sia nelle proprie aspirazioni da scrittrice.

La prima pecca del romanzo, secondo me, sta nell’aver reso la protagonista immatura in maniera davvero sproporzionata per la sua età. Cath ha infatti comportamenti tipici di una ragazzina di 14/15 anni, specialmente per quanto riguarda il rapporto con i ragazzi con i quali non solo è inesperta ma addirittura non prova per loro alcun interesse! Allora, capiamoci: a diciannove anni puoi essere timida e insicura quanto ti pare, anch’io lo sono sempre stata, ma i ragazzi li guardi. Eccome se li guardi! A diciannove anni anche se lo tieni nascosto perché non hai il coraggio di farti avanti ti innamori di continuo: del tizio che prende l’autobus alla tua stessa fermata, di quello della classe di fianco alla tua che non ti si filerà mai di pezza perché le ha tutte dietro, del bagnino dei Bagni Mareblù che avrà trent’anni e figurati se sta a guardare me… a diciannove anni è tutto così e più si è timidi più diventa estenuante. Cath i ragazzi nemmeno li guarda, quasi quasi le fa anche un po’ senso l’idea di baciare qualcuno… no, a diciannove anni non è possibile.

La seconda sproporzione del libro è quella che si crea attorno all’attenzione e all’approfondimento che viene dato agli eventi: ci sono pagine e pagine (per me noiosissime) incentrate sulle insicurezze di Cath, sulle sue milioni di seghe mentali, una tiritera infinita su Simon Snow e poi le parti più interessanti e che avrebbero davvero potuto rendere il romanzo l’occasione per parlare in maniera approfondita della sua famiglia e del suo rapporto con padre, madre e sorella (che poi, senza fare troppi spoiler, è il vero fulcro della vicenda, la ragione per cui Cath è così) sono trattate in modo nettamente più superficiale e restano a fare da contorno alla storiella d’amore e a questo benedetto Simon Snow. Peccato perché dall’altra parte c’è secondo me un’autrice che sa raccontare bene e che forse avrebbe dovuto osare un po’ di più e non cercare il facile consenso riducendo a mero sfondo aspetti che avrebbero permesso un migliore approfondimento dei personaggi (anche se poi è stata la strategia vincente, visto quanto ha venduto, quindi forse ha ragione lei).

Con questo non voglio dire che il romanzo sia privo di aspetti positivi: è divertente, i dialoghi sono credibili e i personaggi, per quanto abbastanza stereotipati, sono comunque piacevoli. Però la lettura è stata lentissima e gli aspetti che ho indicato prima mi hanno fatto mancare quel qualcosa in più che distingue un libro nella media ma dimenticabile da un libro interessante e che rimane impresso.

Infine non ho davvero capito perché ad un certo punto del romanzo venga nominata la saga di Harry Potter… abbiamo un “romanzo nel romanzo” che chiaramente è un alter ego di Harry Potter, mi aspetto che non esista un Harry Potter nella realtà di “Fangirl”, o meglio, che “Simon Snow” SIA Harry Potter. E invece no, ad un certo punto viene citato e il mio cervello è andato in blocco del sistema tipo i residenti di Westworld.