UN INCANTEVOLE APRILE, Elizabeth Von Arnim

Buongiorno a tutti lettori, in queste giornate ormai fredde e in cui ci avviciniamo inesorabilmente all’inverno vi porto il mio parere su un romanzo pieno di colori e di profumi, un vero e proprio trionfo della primavera. 

La storia ha inizio in una piovosa giornata londinese quando Mrs Wilkins scorge sul giornale l’annuncio per l’affitto di un castello in Liguria durante il mese di Aprile: consapevole di non potersi permettere la cifra richiesta si unisce ad altre tre donne (Mrs Arbuthnot, Mrs Fisher e Lady Caroline) per dividere la somma e trascorrere un mese di vacanza lontano da tutti. Ciascuna di loro parte per fuggire da qualcuno o da qualcosa con la speranza di potersi riposare e dimenticare per un po’ i propri crucci.

Innanzitutto mi aspettavo qualcosa di completamente diverso: credevo di trovare un vero e proprio viaggio per la Liguria mentre le quattro protagoniste trascorrono l’intero mese chiuse nel castello. Pensavo inoltre di trovarmi di fronte ad un romanzo alla Jane Austen, con amori, pettegolezzi e avventure sentimentali condite con un po’ di ironia mentre la maggior parte del romanzo è utilizzata per descrivere le incomprensioni tra le protagoniste e a farci assistere prevalentemente alle loro lamentele: per un po’ è anche piacevole, quando però si arriva a pagina 150 e ancora nulla è cambiato è diventato un po’ fastidioso.

Fortunatamente da pagina 200 in poi comincia ad accadere qualcosa e l’evoluzione degli eventi, nonostante fossero tutti estremamente prevedibili, è stata comunque piacevole. L’aspetto che in realtà non ho apprezzato particolarmente è stata l’atmosfera un po’ troppo perfetta: tutto accade esattamente nel momento giusto e nel modo giusto, e anche l’aura paradisiaca in cui è immerso il castello e il suo potere quasi magico di portare amore – che è un po’ il tema ricorrente del romanzo – è un po’ troppo per il mio animo cinico e completamente refrattario ad ogni romanticismo.

In ogni caso non pensiate di trovarvi di fronte un romanzetto rosa da quattro soldi: lo stile della Von Arnim è davvero curato e affascinante, le descrizioni dell’ambientazione (il castello, il giardino, i giochi di luce) sono incantevoli e il romanzo meriterebbe la lettura solo per godere appieno delle splendide immagini che contiene. Sono certa che darò un’altra possibilità a questa autrice, sperando che la prossima volta mi capiti di incontrare dei personaggi un po’ più nelle mie corde.

Castello Brown di Portofino (Frank Fox, 1918) – Fonte: wikipedia

L’orologiaio di Filigree Street, di Natasha Pulley

Buongiorno biblionauti, oggi giornata triste per me: si torna a casa!! Fortunatamente quest’anno porto con me un souvenir che era da un po’ che non faceva parte della mia vita: l’abbronzatura!! Ebbene si, perché anch’io – se ho abbastanza tempo a disposizione – riesco a non tornare più pallida di come sia partita.

Del romanzo di cui vi parlo oggi ho già raccontato il mio pensiero nel video del wrap-up del mese di luglio, ma per chi non avesse visto il video, non avesse voglia di sentire i miei sproloqui e mille altre cose, ho deciso di pubblicare anche qui il mio parere.

Inutile stare troppo a cincischiare: la copertina è bellissima ed è la ragione fondamentale per cui l’ho letto, nella speranza che anche il contenuto fosse all’altezza. Purtroppo non è stato proprio così e seppure il romanzo nel suo complesso sia stata una lettura piacevole, non ho potuto fare a meno di notare una miriade di difetti che mi hanno convinto a non spendere i miei soldi per l’acquisto di una copia mia (la mia lettura è avvenuta infatti grazie ad un prestito in biblioteca).

Il romanzo è ambientato nella Londra di fine ottocento e ci racconta la storia di Nathaniel, un impiegato all’Home Office che viene coinvolto suo malgrado in un attentato avvenuto per mano irlandese e nel quale viene fatta letteralmente saltare in aria Scotland Yard: la vita di Thaniel viene salvata solo grazie ad un misterioso orologio a cucù finito in mano sua per una serie di inspiegabili circostanze. Guidato da quest’unico indizio, il giovane arriverà fino alla misteriosa bottega del Signor Mori, un artigiano di origini giapponesi che costruisce i migliori meccanismi di Londra. Assieme a lui e a Grace, una scienziata che lotta per la sua indipendenza, Thaniel si troverà coinvolto nella caccia agli autori dell’attentato.

Detta così la trama non è niente male, eh? Sbagliato. Innanzitutto il romanzo, pur presentando le potenzialità e le intenzioni di un romanzo storico non lo è, perché le ambientazioni semplicemente non esistono: non ci sono descrizioni di luoghi, di abiti, di convenzioni, abitudini… nulla se non qualche raro accenno. Tra i personaggi si salvano solo Nathaniel e il Signor Mori: i due non salvano in realtà solo se stessi ma tutto il romanzo che solo grazie a loro riesce a mantenere l’interesse del lettore. Grace infatti è un personaggio perfettamente inutile, mal caratterizzato, mal contestualizzato sullo sfondo “storico” e secondo me totalmente incoerente. Rimuovere tutti i capitoli che la vedono protagonista avrebbe alleggerito il romanzo di un  bel po’ di pagine inutili.

Non vi aspettate poi nemmeno un frenetico romanzo d’azione perché in questo libro tutto c’è tranne la frenesia: è molto lento, si prende tutto il tempo necessario (e forse anche qualcosa in più) per riferire dialoghi, scene spesso inutili e confuse (tutte quelle ambientate in Giappone sono incomprensibili) e azioni di personaggi insignificanti (Grace). L’aspetto positivo è che questa lentezza ci permette di assaporare gli unici due ingredienti validi del racconto che sono, come scrivevo prima, il rapporto tra Nathaniel e Mori e l’ambientazione nella bottega dell’orologiaio. Quest’ultima è davvero speciale, difficile da descrivere ma secondo me comunicata perfettamente dall’autrice: è un insieme di mistero, magia, quiete e segreti, tra luci soffuse, pavimenti che scricchiolano e le incantevoli (e forse un po’ incantate) invenzioni di Mori.

Insomma, qual’è il verdetto finale? Sinceramente non lo so. Forse direi che, se avete tempo da perdere per poter leggere il libro e prenderne solo il buono, allora leggetelo: potrebbe essere comunque una lettura piacevole. Se non avete voglia di sorbirvi 330 pagine per salvarne la metà, allora volgetevi verso altri lidi: ne troverete sicuramente di più validi.

La pioggia prima che cada, di Jonathan Coe

“Sai, Thea, non esiste una cosa come la pioggia prima che cada. Deve cadere, altrimenti non è pioggia”.
Era un principio stupido su cui insistere con una bambina, e mi pentii di aver cominciato. Ma Thea sembrava non avere alcuna difficoltà ad afferrarlo, semmai il contrario – perché dopo qualche minuto mi guardò e scosse la testa con aria di commiserazione, come se stesse mettendo a dura prova la sua pazienza dover discutere di questioni del genere con una ritardata.
“Certo che non esiste una cosa così,” disse. “È proprio per questo che è la mia preferita. Qualcosa può ben farti felice, no? Anche se non è reale.”

Le conseguenze dell’amore negato.
É la prima frase che mi è venuta in mente a romanzo concluso e credo che racchiuda pienamente il significato che ha avuto per me questa storia che parla di donne, di ricordi, di colpe terribili e di tentativi di redenzione. La vicenda si dipana attraverso tutta la seconda metà del 900 e viene narrata mediante un espediente narrativo interessante: la voce narrante del romanzo è Rosamond, una donna che poco prima di morire ha registrato una serie di audiocassette nelle quali – attraverso la descrizione di venti fotografie e la narrazione dei ricordi che si nascondono dietro di esse – racconta la sua vita e quella di altre tre donne, dallo scoppio della seconda guerra mondiale ai giorni nostri.
Veniamo così a conoscenza della storia di Beatrix, di sua figlia Thea e di sua nipote Imogean e delle vicende dolorose e terribili che hanno segnato le loro vite. Imogean è proprio la destinataria finale di queste cassette, ed è compito di Gill, nipote di Rosamond, rintracciarla e consegnarle la sua parte di eredità, nonostante la ragazza sia scomparsa e Gill ne abbia solo il fugace ricordo di una ragazzina bionda e cieca conosciuta molto tempo prima durante la festa dei cinquant’anni di zia Rosamond: dopo molte ricerche, però, Imogean non si trova e così Gill e le sue figlie decidono di ascoltare le cassette per cercare di recuperarvi qualche indizio.

Le venti fotografie vengono descritte da Rosamond in modo estremamente dettagliato, così da permettere a Imogean di visualizzarle nella sua mente, non potendole osservare con i suoi occhi, e spaziano dall’infanzia della donna – quando bimba sola e spaventata fu mandata in campagna dagli zii per sfuggire alle bombe della seconda guerra mondiale e conobbe sua cugina Beatrix, che segnò la sua esistenza per il resto della vita – fino ai suoi ultimi momenti di vita, quando si accomiata dalla sua ascoltatrice per lasciare infine questo mondo.

Ci sono tanti tipi di amore negato in questo romanzo: tra madri e figlie, tra compagne di vita, tra amiche o presunte tali, tra donne che vorrebbero colmare un vuoto e a cui invece questa possibilità viene negata. Tutte queste forme di non-amore portano con se enormi conseguenze che andranno ad influenzare tutti gli avvenimenti e tutte le scelte messe in atto dai personaggi. La pioggia prima che cada è quindi anche e forse soprattutto un romanzo sull’ineluttabilità del destino, un destino che io ho però percepito più come conseguenza naturale delle azioni che compiamo e delle circostanze in cui ci troviamo a vivere piuttosto che come disegno predeterminato scritto chissà da chi.

Fa male vedere come nonostante tutto l’impegno, certe situazioni non si possano modificare e fa male ancora di più ritrovarsi impotenti di fronte alla caduta e all’allontanamento delle persone che si amano. Si tratta senza dubbio di una lettura emotivamente impegnativa, ma lo stile di Coe riesce a renderla fluida e mai gratuitamente dolorosa, facendoci sentire partecipi del clima di malinconia e nostalgia di “ciò che avrebbe potuto essere se…”, ma allo stesso tempo senza mai risultare eccessivamente straziante.

Il Cormorano di Stephen Gregory con intervista alla traduttrice

La cassa arrivò al cottage alle cinque del pomeriggio. Due uomini la trasportarono nel piccolo soggiorno, la posarono davanti al fuoco, rimontarono sul furgone e se ne andarono. Per le successive quattro ore la lasciai lì e continuai a lavorare alla scrivania. Ravvivai il fuoco con il carbone e i ciocchi di abete rosso tagliati di fresco, quindi preparai la cena e ne lasciai un po’ in caldo per quando mia moglie sarebbe tornata dal lavoro in paese. Fuori si fece buio e una pioggia sottile cominciò a picchiettare contro le finestre. Il vento si alzò e agitò le fronde degli alberi nel bosco. Era ottobre. Sentivo i tonfi del torrente al limitare del giardino, un suono rassicurante che faceva da sottofondo all’esplosivo crepitio dei ciocchi, al lamento del legno bagnato nel crescente calore del fuoco. Una cortina di acquerugiola nascose le montagne, che si dissolsero nel cielo e scomparvero dal panorama del paese come se non fossero mai esistite. Lavorai ancora un po’, poi cenai. La cassa rimase silenziosa sul tappeto, davanti al camino.

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Ci sono volte in cui parlare di un libro diventa una vera e propria sfida, a volte perché l’oggetto della recensione è difficilmente descrivibile con formule più elaborate di “è una porcheria, lasciate perdere”, altre volte per il motivo opposto, perché ci sono romanzi talmente grandiosi che non esiste recensione che possa rendergli davvero merito (o almeno nulla che possa scrivere io). C’è poi un terzo caso, in cui il romanzo di cui sto per  parlarvi rientra pienamente, ovvero quelle storie talmente particolari per cui con una parola di troppo si rischia di rovinare il piacere della scoperta mentre con una parola in meno si finisce per banalizzare eccessivamente. Io comunque ci provo.

Cominciamo con una premessa d’obbligo: un po’ ovunque (social, blog, ecc.) questo romanzo viene classificato come horror. Io sono notoriamente una fifona della peggior specie e questa definizione mi aveva portato a scartare il libro quando ne avevo sentito parlare per la prima volta alcuni mesi fa, nonostante la trama mi intrigasse. Fortunatamente tramite aNobii, che è sempre fonte di interessanti incontri, ho conosciuto una delle traduttrici (la quale ha anche accettato di rispondere ad un paio di domande che trovate sotto) che ha organizzato un gruppo di lettura e mi ha convinto a leggerlo superando la mia reticenza.

Quando una giovane coppia si trasferisce nel Galles con il figlio piccolo, nel cottage ereditato da uno zio defunto, si ritrova a dover accettare un accordo davvero particolare: l’abitazione e il denaro che compongono l’eredità potranno appartenergli solo se accetteranno di accogliere come un animale domestico un cormorano che lo zio aveva tempo addietro salvato da morte certa. Nonostante la peculiarità del compito e l’aggressività mostrata fin da subito dall’animale, i due decidono di accettare la clausola ma con il passare del tempo il cormorano inizia a mostra un comportamento strano che va al di là del suo brutto carattere.

Se dovessi scegliere un aggettivo con cui descrivere questo romanzo lo definirei senza alcuna esitazione equivoco e credo che questa caratteristica sia ciò che lo rende così particolare. Purtroppo mi è davvero impossibile dire anche una sola parola in più sulla trama perché il bello qui sta proprio in ciò che non deve essere raccontato: l’atmosfera che l’autore riesce a costruire, infatti, è tale che ci si ritrova in ogni momento a dubitare delle proprie capacità di intendere quello che stiamo leggendo. Ad una lettura asettica, infatti, sembra di trovarsi semplicemente di fronte alle inevitabili conseguenze della convivenza con un animale aggressivo, mentre piccoli dettagli, avvenimenti inquietanti, comportamenti per lo meno peculiari del cormorano e degli altri personaggi, portano ad avere costantemente la sensazione che ci sia qualcosa di più, qualcosa che ci sfugge ma che a conti fatti non sta girando per il verso giusto.

Ci sono un paio di scene abbastanza pesanti che riescono pienamente nel loro intento disturbante: nonostante questo, forse il fatto che sono molto lontane l’una dall’altra (la prima è proprio all’inizio del romanzo, la seconda nella parte finale) o che sono effettivamente gli unici due episodi “forti”, riescono a non essere fuori luogo ma anzi ad accrescere il senso di inquietudine e di smarrimento del lettore che fin dall’inizio della storia si trova a scivolare, lentamente ma senza riuscire mai a fermare la caduta, verso l’inevitabile conclusione della quale tutto nel romanzo – col senno di poi – acquisisce i tratti del presagio.

Con una scrittura limpida e ricca di fascino (le descrizioni dei paesaggi in cui il romanzo è ambientato sono meravigliose e poetiche, il concatenarsi degli eventi ipnotico) Stephen Gregory ci cattura in un istante ed è impossibile non restare completamente invischiati nella sua trama.


E adesso vi lascio la mia breve intervista a Monica Pezzella: vi consiglio di leggerla perché le sue risposte sono davvero molto interessanti e riguardano non solo il romanzo in sé ma anche il processo di traduzione e di scouting, sul quale personalmente avevo molte curiosità non essendo per nulla un’esperta.

Il fascino di questo romanzo sta in ciò che rimane “non detto” e nell’atmosfera sempre più inquietante in cui si svolgono gli eventi. Com’è stato il lavoro di traduzione?

In genere il traduttore traduce un testo assegnatogli dell’editore. In questo caso ho avuto la fortuna di tradurre un romanzo che ho scelto ed è così che ho vissuto questa esperienza di traduzione: come un privilegio. Ho lavorato con uno stile che ammiravo e che volevo fortemente restituire al meglio: semplice e raffinato e allo stesso tempo audace, quasi spudorato; era indispensabile preservare queste peculiarità della scrittura per ricreare un immaginario che confonde i luoghi oscuri della mente e le suggestive fotografie di un Galles seducente e spettrale. Alla traduzione segue la revisione operata dal redattore in casa editrice: il rischio è quello di cedere alla tentazione di andare incontro a presunti (sottolineo presunti) gusti dei lettori. Se si cerca, infelicemente, di prevedere una tendenza dominante nel gusto del pubblico, si rischia di etichettare lo stile di Gregory come morboso (mi riferisco alla spudoratezza della lingua) o addirittura pesante; se si cerca, altrettanto infelicemente, di “andare incontro” alle esigente di questo inafferrabile pubblico, il rischio è quello di snaturare l’opera. Mi sono imposta di non farlo. Ed è stato bello scoprire che i lettori hanno apprezzato proprio quelle peculiarità della scrittura e della simbologia di Gregory che si temeva potessero essere percepite come “morbose e ridondanti”.

Oltre ad essere la traduttrice sei stata anche la persona che ha scoperto e portato in Italia “Il Cormorano”. Come ti è capitato tra le mani?

“Il cormorano”, pubblicato nel Regno Unito nel 1986, ha ispirato un film per la tv, The Cormorant (1993), diretto da Peter Markham, con Ralph Fiennes nel ruolo del protagonista e un meraviglioso cormorano nel ruolo di Archie. Ho visto prima il film, che purtroppo non è mai stato prodotto in Italia, e così ho conosciuto il libro, la prosa di Stephen Gregory e i suoi scenari psicologici e paesaggistici. Mi sono detta: sono passati trent’anni dalla pubblicazione ma, fosse anche l’ultima cosa che faccio, questo romanzo lo porto nel mio Paese. Da lì sono iniziati i tre anni di lavoro ininterrotto alla ricerca di un editore italiano.

Personalmente non conosco bene il procedimento di scouting di un libro. Come funziona: trovi un romanzo che pensi possa funzionare e inizi a “fare il giro” delle case editrici? E qual è stata la tua esperienza con questo romanzo?

Il processo di scouting funziona esattamente così: se un romanzo ancora inedito in Italia o i cui diritti di traduzione sono scaduti ti colpisce, ti tocca “fare il giro” delle case editrici. In questa fase il traduttore-scout si trasforma in un ibrido di ufficio diritti, ufficio stampa, agente di sé stesso e dell’opera. Si comincia, appunto, con l’assicurarsi che i diritti del libro siano liberi per l’Italia (lo si fa entrando in contatto con l’ufficio diritti dell’editore del Paese d’origine o con l’agente dell’autore). Nel caso del Cormorano, trattandosi di un romanzo di trent’anni fa riedito da più editori nel corso del tempo, è stato un processo inizialmente farraginoso, poi paradossalmente e inaspettatamente emozionante, perché mi ha portato a entrare in contatto con l’autore, Stephen Gregory, una persona speciale (uno scrittore di quelli che si pensa siano inarrivabili e che si scopre poi essere di un’umiltà sconcertante) con cui mai e poi mai avrei pensato di poter scambiare “quattro chiacchiere”. La fase più bella del processo di scouting è stata questa. Sul fronte italiano, purtroppo, è stato molto meno emozionante e gratificante. Destare l’interesse degli editori per un romanzo – a loro dire – “vecchio” non è facile; destare l’interesse degli editori per un romanzo – a loro dire – “di genere” non è facile; se questo genere è l’horror, è quasi un miraggio. Eppure, dopo tre anni passati a inviare la scheda editoriale del romanzo (una breve descrizione per presentare l’opera all’editore), il miraggio si è concretizzato. Il mio obiettivo – che temo di aver raggiunto solo in parte, a giudicare dalle modalità con cui è poi stato divulgato il libro – era superare l’etichetta di “genere”, che si tende tristemente ad appiccicare a un’opera per buttare sul mercato un prodotto che sia ben definito e “acchiappi” il fantomatico prototipo del “lettore”. Con la Elliot, che ha investito in questo progetto di traduzione, ho cercato di portare in Italia un autore che è riuscito a restituire all’horror la dignità e lo spessore lettario che l’horror sembra destinato a non dover avere: colpa delle logiche di mercato che hanno la presunzione di conoscere e prevedere i gusti di un amalgama di lettori ritenuti, in massa, limitatamente capaci di capire la letteratura. Il lettore, invece e per fortuna, sceglie e capisce e seleziona secondo il proprio gusto, che è assolutamente imprevedibile, com’è sacrosanto che sia.

E infine qualche suggerimento letterario: ci sono altri libri ancora non tradotti in italiano che ritieni possano meritare una maggiore attenzione?

Tengo molto a quest’autore, che è ancora tutto da scoprire e ha un immaginario singolare: riesce a indagare, direi con elegante e raffinata sfrontatezza, le alterazioni della mente umana. È perdipiù un degno rappresentante della letteratura gallese, quasi assente dagli scaffali delle nostre librerie. Il cormorano è stato il suo esordio letterario nel Regno Unito. Restano ben altri sei romanzi ancora inediti qui da noi ma già apprezzati in molti altri Paesi, compresi gli Stati Uniti. L’ultimo, Plague of Gulls, è di recentissima pubblicazione. Mi piacerebbe tradurre o che venisse tradotto l’intero repertorio di Stephen Gregory. E in ogni caso lo consiglio ai lettori, anche in lingua originale.

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Grazie davvero a Monica per essersi prestata a rispondere alle mie curiosità, spero che il post di oggi vi sia piaciuto e vi consiglio vivamente di leggere questo romanzo. Io intanto vado a caccia di quelli da lei consigliati nell’ultima risposta!

Nora e il bacio di Giuda di Monica Portiero

prevendita-di-nora-e-il-bacio-di-giuda-di-mon-L-Cji3Lm.jpegLa sensazione che amo di più, da lettrice, è quella che provo quando un libro mi cattura talmente tanto da farmi dimenticare tutto quello che mi capita attorno e questa è la sensazione che ho provato leggendo “Nora e il bacio di Giuda”, romanzo che mi ha completamente avvinta tanto da avermi portato a divorarlo in un weekend.

La narrazione si divide tra due trame: quella principale racconta la storia di Nora, una studentessa universitaria che si ritrova improvvisamente orfana dei genitori ed è costretta ad accettare di vivere con la sorella maggiore, il marito e i figli di lei. La seconda trama è quella del romanzo che Nora sta scrivendo, cosicché ci ritroviamo a seguire le vicende di due protagoniste che so trovano ad affrontare delle prove molto difficili: Nora scopre infatti un terribile segreto che riguarda la madre mentre Caterina, la protagonista del suo romanzo, si trova coinvolta in una storia di omicidi e fantasmi.

Due trame diverse, entrambe davvero appassionanti: mi è piaciuto molto come è stato gestito l’alternarsi delle due storie, che non si vanno mai a sovrapporre confondendo il lettore ma si annodano l’una all’altra quel tanto che basta da renderle inscindibili. Mi sono sentita molto in empatia con entrambe le protagoniste che sono state in grado di trasportarmi nel loro mondo e coinvolgermi completamente nelle loro avventure. Peccato solo che nel finale della trama principale l’autrice inserisca un paio di scene in stile “thriller” che sarebbero state forse più in linea con la storia di Caterina rispetto a quella di Nora e che vanno a disturbare un po’ il buon bilanciamento che c’era stato fino a quel momento tra le due vicende: infatti fino a quel momento avevo trovato molto azzeccato lasciare gli avvenimenti “straordinari” nella vita di Caterina, permettendo a Nora di affrontare problemi e situazioni molto più realistici e plausibili nella vita di una persona “normale”. Nonostante questo il libro risulta intrigante dalla prima all’ultima pagina senza mai calare di tono ed è impossibile non leggerlo tutto d’un fiato..

Ringrazio la casa editrice Butterfly Edizioni per la copia omaggio.

Uno schiaffo e una carezza di Ismaela Evangelista

“Edo, c’è posto in prima fila, dai!”
Quando le parole di mamma mi hanno raggiunto ero già completamente paonazzo in volto. Sotto e intorno alla lingua percepivo da almeno mezz’ora la diminuzione della saliva che comprometteva la mia capacità di comunicare.” (incipit)

uno-schiaffo-e-una-carezza-libro.jpgSe il mio 2016 era iniziato male con la delusione di “Io prima di te”, si è invece concluso benissimo grazie anche alla sorpresa che mi ha regalato la Butterfly Edizioni con “Uno schiaffo e una carezza”, libro d’esordio dell’autrice Ismaela Evangelista sul quale sinceramente non nutrivo particolari aspettative, non avendo davvero idea di cosa avrei trovato tra le sue pagine.

Il libro racconta la malattia di Nazario, un bambino affetto da sindrome di Tourette, ma narrata dal punto di vista del fratello maggiore, Edoardo, al contrario completamente sano. Questa scelta ci permette sì di conoscere la storia di Nazario e l’evoluzione della sua malattia, ma soprattutto di renderci conto delle dinamiche e delle conseguenze che una malattia così grave e così debilitante comporta non solo in chi ne é direttamente affetto, ma anche in coloro che lo circondano e lo amano. Con una delicatezza ma allo stesso tempo una lucidità dovute probabilmente alla sua attività di psicologa, l’autrice mette a nudo delle verità estremamente dure da accettare: la reazione dei genitori che senza nemmeno rendersene conto caricano di aspettative soffocanti un ragazzino per il quale “non essere malato” diventa a quel punto quasi una punizione, il sentimento inconfessabile di vergogna e rifiuto per quel fratello per il quale prova contemporaneamente un immenso affetto, l’isolamento a cui la famiglia si costringe perché incapace di affrontare la malattia se non richiudendosi in se stessa.

Un libro davvero bello e ben scritto, che in poche pagine riesce ad arrivare dritto al punto e a commuovere profondamente senza mai scadere nello stucchevole o, peggio ancora, nella banalità.

Ringrazio la casa editrice Butterfly Edizioni per la copia.

L’ultima danza di Emiliano Gambelli

Sorprendente è il primo aggettivo che mi viene in mente per descrivere questo racconto che in sole sessanta pagine è in grado di stupire, disorientare ed anche emozionare.

Il racconto è diviso in due parti: nella prima incontriamo tre personaggi, ovvero Carmelo e Livio – due criminali che rapinano banche e negozi quasi per hobby – ed il commissario che cerca di sgominare questa banda che sta terrorizzando la città. Mentre Livio ha un carattere impulsivo ed è sempre quello che rischia di far precipitare ogni rapina in un dramma, Carmelo si sente spinto da una forza superiore, una missione: si sente infatti il mezzo attraverso cui le persone possono prendere nuovamente coscenza di se, è fermamente convinto che il terrore provato da coloro che vengono rapinati, che pensano che quelli potrebbero essere gli ultimi istanti della loro vita, li porti ad essere delle persone migliori una volta scampato il pericolo e lui si vede come un evangelizzatore, una figura che porta una conversione – seppur non religiosa – nelle sue vittime.

Se questa prima parte, pur essendo interessante, non mi ha completamente convinto – perché ritengo che sia stata troppo “spiegata” e poco “mostrata” – la seconda parte è quella che mi ha definitivamente convinto a consigliarvi questo libro. Non scenderò nei dettagli perché rovinerei l’effetto che può essere compreso solo leggendo, ma vi posso dire che la prospettiva, l’ambientazione e i personaggi cambiano completamente e in un modo del tutto inaspettato, dando vita ad un episodio estremamente coinvolgente ed emozionante.

In sostanza credo che la prima parte possa essere considerata come un espediente necessario a far comprendere ciò che avviene nella seconda, che rappresenta il cuore del racconto, dove tutto ciò che avviene nella prima viene portato a compimento nelle sue ultime conseguenze.

Una lettura interessante per un pomeriggio da trascorrere con una storia originale e per nulla scontata.

Copia-saggio ricevuta dall’autore

Le ragazze di Emma Cline

Alzai gli occhi per via delle risate, e continuai a guardare per via delle ragazze. Notai prima di tutto i capelli, lunghi e spettinati. Poi i gioielli che brillavano al sole. Erano in tre, così lontane che vedevo solo la periferia dei loro lineamenti, ma non importava: capii subito che erano diverse da tutte le altre persone del parco.

Come probabilmente molti di voi sapranno, “Le ragazze” si ispira alla vera storia della setta “The Family” guidata da Charles Manson (il cui nome nel romanzo viene cambiato in Russel, esattamente come vengono cambiati i nomi di tutti i personaggi) e ci porta a seguire le vicende di Evie, una ragazzina di quattordici anni bisognosa di affetto e di attenzioni che viene sedotta da questa congregazione della quale entrerà a far parte fino alla strage di Cielo Drive, dove furono uccise cinque persone, tra cui l’allora moglie del regista Roman Polansky Sharon Tate, incinta di otto mesi. Il delitto occupa in realtà una minima parte del romanzo: ne viene fatto qualche vago riferimento lungo la narrazione e se ne parla in modo più dettagliato solo negli ultimi capitoli. L’attenzione è in realtà focalizzata principalmente sulla personalità di Evie, sulle motivazioni e i meccanismi attraverso i quali viene soggiogata da Russel e dagli altri componenti della setta, e sulle dinamiche che si creano tra i membri del gruppo.

Iniziamo con una certezza: “Le ragazze” é un romanzo scritto veramente bene, l’autrice ha uno stile elegante, bilanciato, mai banale, direi quasi perfetto. Ha inoltre una straordinaria capacità di entrare nella testa di un’adolescente e di descriverci il suo senso di solitudine, di incomprensione, la noia delle giornate vuote, l’insicurezza e il desiderio di essere diversa, di essere una di quelle che vengono guardate dai ragazzi invece che di essere sempre quella invisibile. Devo ammettere che in alcuni momenti mi sono anche riconosciuta nei pensieri di Evie, la protagonista, specialmente in quella sensazione di essere costantemente fuori posto che ha caratterizzato tutta la mia adolescenza.

La narrazione si alterna tra il presente della protagonista, adulta ma ormai irrimediabilmente segnata dalle esperienze vissute all’interno del gruppo, e il passato in cui vediamo attraverso i suoi occhi e proviamo sulla nostra pelle l’effetto del soggiogamento messo in atto da Russel sui suoi seguaci.

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Spahn Ranch: il vero ranch usato come base dal gruppo all’epoca dei fatti narrati nel romanzo.

Trovo che il romanzo possa essere quasi considerato come diviso in due parti: la prima è caratterizzata da un complessivo senso di apatia che riflette e va di pari passo con il vuoto immobile che si annida nella protagonista: Evie si sente sola, si sente invisibile, incompresa, e diventa completamente apatica a tutto ciò che la circonda. L’unica persona che risveglia la sua attenzione è Suzanna, uno dei seguaci più fedeli di Russel, ed è la sua ossessione per questa ragazza, il suo bisogno di essere amata da lei che la porta ad entrare a far parte della setta. In tutta la prima parte la sensazione che ha predominato è stato un senso di vuoto, lo stesso vuoto deprimente che mi aveva reso insopportabile la lettura de “Il cardellino” di Donna Tartt, con il quale peraltro ho trovato moltissimi punti in comune, sia per il fatto che entrambi vedono come protagonisti questi adolescenti persi che scoprono il sesso e le droghe e le cui vite si consumano in un nulla squallido fatto di giornate buttate via, sprecate e vuote, sia per l’accuratezza dello stile. In questo caso, probabilmente grazie al numero di pagine decisamente inferiore che ha permesso agli avvenimenti di compiersi in un arco di tempo ridotto rispetto al romanzo della Tartt, sono riuscita a sopportare questo vuoto interiore e sono riuscita a superare l’ostacolo dell’assenza di coinvolgimento emotivo per arrivare poi alla seconda parte, in cui l’apatia dei personaggi sfocia nella ferocia bestiale della strage e anche il tono della narrazione viene contagiato da queste emozioni che restano comunque sempre filtrate da uno strato di freddo distacco, come se anche in preda all’odio la mente queste persone fosse talmente bruciata dalle droghe ma soprattutto dall’abitudine al totale annullamento della propria personalità, da mantenere sempre una distanza con la realtà.

“Le ragazze” è un libro per il quale bisogna prepararsi, specialmente se come me siete lettori che amano farsi trascinare dalle emozioni suscitate dai romanzi che leggono, positivi o negative che siano. Io ho fatto molta fatica ad abituarmi a questo modo di raccontare e per questo forse non sono riuscita a lasciarmi andare e a farmi coinvolgere del tutto dalla lettura, ma sono felice di aver ceduto alla curiosità e di aver letto un romanzo che mi resterà impresso proprio per essere tutto ciò che non vorrei mai facesse parte della mia esistenza.

Il libro di Miss Buncle di D.E. Stevenson

13558165Immaginate un piccolo paesino situato nella campagna inglese negli anni trenta del novecento: una chiesa, un fornaio, tanti piccoli cottage provvisti ciascuno del proprio giardinetto e soprattutto pochi abitanti che, naturalmente, sanno sempre tutto di tutti. Immaginate che un giorno alla più insospettabile tra le abitanti di questo paesino  – quella che si veste sempre in modo orribile e che è così poco originale, forse anche un po’ stupida – venga in mente, per rimpinguare le sue finanze ormai quasi completamente esaurite, di provare a scrivere un libro e che, non essendo dotata di particolare fantasia o creatività, attinga a piene mani dalla sua vita e dalle persone che condividono con lei una monotona esistenza fatta di pettegolezzi, giardinaggio, messa e ancora pettegolezzi. Aggiungiamo alla ricetta il fatto che il libro diventa immediatamente un best seller cosicché nel giro di poche settimane gli abitanti di Rivargenton si ritrovano esposti agli occhi di tutti – con le loro ipocrisie e i loro difetti – all’interno delle pagine di un romanzo: il risultato potete facilmente immaginarlo anche voi.

La storia raccontata da D.E. Stevenson (Dorothy Emily Stevenson, cugina di R.L. Stevenson) è veramente deliziosa, soprattutto grazie ai personaggi che la animano tra i quali si nascondono elementi come la dispotica Mrs. Agnelli di Featherstone, il burbero ma tenero colonnello Capovent o la cacciatrice di dote Vivian Verdimanicy, ciascuno con il proprio ruolo all’interno della ristretta comunità di Rivargenton. Il racconto alterna il punto di vista della protagonista a quello di molti altri personaggi, il che ci permette di confrontare la loro versione “letteraria” presentata da Miss Buncle nel suo libro, con la loro versione originale e di vedere come la lettura di Disturbatore della quiete pubblica, il romanzo pubblicato sotto lo pseudonimo di John Smith, li risveglierà dal loro torpore quotidiano.

8da8b3e38c5297b0b2e54c794e70dd4bPer essere stato scritto negli anni ’30, poi, “Il libro di Miss Buncle” è davvero avanti: due delle abitanti di Rivargenton sono chiaramente lesbiche e vengono ammirate per la loro determinazione nell’andare avanti per la propria strada senza curarsi delle maldicenze. Ci sono uomini che, con tutta la naturalezza del mondo, confidano i propri problemi amorosi alla migliore amica d’infanzia, che incoraggiano l’intelligenza e l’intraprendenza delle proprie mogli e mariti che modificano il loro modo di pensare da “padre padrone” dopo essere stati messi di fronte all’indecenza del proprio comportamento. La stessa Miss Buncle, che si risolleva da sola dalle proprie disgrazie economiche attraverso un’idea vincente che è tutta e solo farina del suo sacco, è un modello di donna che sa badare a se stessa.

Insomma, se siete in un periodo da blocco del lettore o semplicemente avete bisogno di una lettura di qualità ma allo stesso tempo leggera, divertente ed ironica “Il libro di Miss Buncle” è il romanzo perfetto. Nelle mie solite ricerche su google ho scoperto che l’autrice ha scritto più di quaranta romanzi, tutti incentrati sulla vita all’interno di piccole comunità, tra cui altri due libri della serie di Miss Buncle. Tra questi, solo il secondo volume è stato pubblicato in Italia (sempre da Astoria) ma non vi rivelerò il titolo perché è un mega-spoiler sulla conclusione del primo.

Arrivederci piccole donne di Marcela Serrano

Arrivederci-Piccole-DonneIl primo impatto con questo romanzo è stato piuttosto traumatico: forse sono io ad avere una visione limitata della letteratura sudamericana ma finora tutti i romanzi provenienti dal Sud America da me incontrati erano accomunati da una scrittura carnale e sensuale, dall’immersione totale in un mondo fatto di odori, di sapori e di sensazioni fisiche che diventano reali anche quando in realtà ci troviamo semplicemente sul nostro divano a divorare pagine.  Nel libro della Serrano tutto questo non l’ho trovato ed è stata dura accettarlo; in realtà poi, una volta superato il primo capitolo, narrato dal personaggio a mio avviso meno interessante dell’intera vicenda, mi sono trovata completamente coinvolta dalla storia e delle quattro cugine Martìnez e della loro famiglia e non mi sono scollata dalle pagine della Serrano fino a quando non sono arrivata alla fine.

La storia è narrata alternando il punto di vista delle quattro protagoniste e ci trasporta prima nel Cile degli anni sessanta, durante la loro infanzia, per poi attraversare le epoche fino ai giorni nostri dove le ritroviamo adulte e alle prese con le conseguenze delle loro scelte di vita. I diversi capitoli ci presentano un quadro della loro infanzia e adolescenza trascorsa al Pueblo con la nonna, una donna forte e molto simile a quelle figure di matriarche di cui la letteratura sudamericana è ricca, i cugini, gli zii, le invidie, le amicizie e le passioni che hanno segnato le loro esistenze, per poi raccontarci il presente e la loro condizione di donne adulte che si ritrovano finalmente insieme in occasione del funerale di una delle figure fondamentali della loro vita al Pueblo.

Raccontato così, è esattamente il tipo di libro per cui vado pazza. In realtà, nonostante avesse tutti gli elementi per entusiasmarmi, il romanzo della Serrano è rimasto sempre un po’ troppo distaccato per potermi davvero conquistare. Dal punto di vista del rapporto tra i personaggi non si arriva mai a quelle emozioni viscerali a cui, ad esempio, Isabel Allende mi ha abituato, la cornice storica c’è ma non si vede più di tanto, non è davvero presente anche quando tocca direttamente e in modo intenso uno dei personaggi, il Cile non si respira e la storia stessa avrebbe potuto essere ambientata in qualsiasi luogo del mondo. Infine manca a mio parere una caratterizzazione ben precisa delle quattro protagoniste: quando la voce narrante cambia, non vi sono differenze con quella precedente e, se non fosse perché ci si rende conto di essere immersi in un diverso contesto rispetto a quello che appena lasciato, le voci delle diverse protagoniste potrebbero tranquillamente confondersi l’una con l’altra.

Il mio primo incontro con la Serrano, dunque, non è stato particolarmente entusiasmante; cercando sui vari siti di recensioni ho però notato che in molti hanno evidenziato come Arrivederci piccole donne non sia una delle sue migliori prove letterarie, così credo che aspetterò di leggere almeno un altro suo romanzo prima di chiuderle definitivamente la porta in faccia.