Piccole Donne di Louisa May Alcott

“Natale non è Natale senza regali”, si lamentò Jo, sdraiata sulla coperta.
“È così spiacevole essere poveri!” sospirò Meg, abbassando lo sguardo sul suo vecchio vestito.
“Non è giusto che alcune bambine possano avere tutto ciò che desiderano e altre non abbiano niente”, aggiunse la piccola Amy, tirando su con il naso con aria offesa.
“Ma abbiamo il papà e la mamma, e la compagnia una dell’altra”, disse Beth compiaciuta dal suo angolo.

Risultati immagini per louisa may alcott newton comptonRimpiango con tutto il cuore di non aver letto “Piccole Donne” da ragazzina ma di aver atteso i 31 anni per incontrare per la prima volta Meg, Jo, Beth e Amy. Se infatti sono certa, conoscendo la presa che i romanzi dei buoni sentimenti avevano su di me, che a 8/10 anni avrei perso la testa per le piccole donne, oggi mi ritrovo divisa a metà tra l’aver apprezzato una storia piacevole e personaggi a cui non ho potuto non affezionarmi, e il non aver sopportato la pesantezza davvero eccessiva data dal fortissimo moralismo che permea le pagine del romanzo.

Non credo ci sia bisogno di raccontarvi la trama: il romanzo è ambientato durante la guerra di Secessione e narra la vita delle sorelle March, quattro sorelle dalle personalità molto diverse che vedremo giocare, litigare, stringere amicizie e vivere delusioni. Insomma, crescere. La guerra nel romanzo è presente solo come sfondo lontano: è la causa dell’assenza del padre e di conseguenza della crisi della loro situazione economica, ma rimane appunto un’eco lontana, mentre la vita delle donne, dei bambini e degli anziani prosegue nella costante attesa di notizie da parte dei combattenti.

Purtroppo il romanzo, a causa del fatto che fu richiesto alla Alcott di scrivere un libro per ragazze che potesse diventare un grande successo, è permeato da una fortissima morale che insiste molto su aspetti come la morigeratezza, l’umiltà, il decoro, come si addiceva all’educazione delle future donne della seconda metà dell’800. Il risultato è che oggi queste parti risultano molto pesanti ed è solo la vivacità delle avventure quotidiane delle sorelle – specialmente del carattere spumeggiante di Jo – che permette di andare oltre le onnipresenti lezioncine bacchettone e di chiudere un occhio verso una certa irrealisticità (è italiano?) che a volte colpisce i personaggi, specialmente quando vengono costretti a pronunciare discorsetti morali che risultano, al lettore di oggi, forzati e poco spontanei.

Nonostante questo aspetto, quindi, la lettura è stata comunque un’esperienza appassionante: mi sono affezionata ai personaggi e ho voglia di rincontrarli, quindi è certo che leggeró anche gli altri romanzi che li riguardano. Mi piacerebbe vedere anche la trasposizione cinematografica con Winona Ryder; chissà, magari nei prossimi giorni faccio anch’io un “libro vs. film”.

Il sosia di Fedor Dostoevskij

Mancava poco alle otto del mattino allorché il consigliere titolare Jakòv Petrovic Goljadkin si svegliò da un lungo sonno, fece uno sbadiglio, si stiracchiò e aprì finalmente del tutto gli occhi. Per due minuti, però, rimase a giacere immobile nel suo letto come un uomo non completamente sicuro se sia sveglio o se ancora dorma e se tutto ciò che accade intorno a lui sia realtà o non piuttosto la continuazione di un fantastico sognare. Ma ben presto i sensi del signor Goljadkin ripresero ad accogliere, più chiare e più precise, le consuete, abituali impressioni.

coverIl sosia è un romanzo scritto da Dostoevskij nel 1845, un anno dopo la pubblicazione di Povera Gente, esordio acclamato dalla critica del tempo che stroncò invece questa seconda opera verso la quale l’autore nutriva grandi aspettative che si mutarono successivamente in insoddisfazione, tanto che fu addirittura sul punto di riscriverla interamente.

La storia narra la vicenda di Jakòv Petrovic’ Goljadkin, un impiegato, un personaggio assolutamente comune dalla vita identica a quella di tanti altri burocrati della Russia ottocentesca, la cui quotidianità viene completamente sconvolta dall’ingresso in scena del suo sosia, un personaggio che con lui condivide ogni cosa, dall’aspetto fisico al nome, al posto di lavoro, alle amicizie. Presto la presenza di questo sosia, con il quale inizialmente il “nostro eroe” (come viene chiamato più volte da Dostoevskij durante il romanzo) cerca di allearsi per sbarazzarsi di “certi suoi nemici” – che per tutto il romanzo non si capirà se sono tali solo nella mente alterata del protagonista – e ottenere la stima dei suoi superiori, si trasforma in un vero e proprio incubo quando il Goljadkin-junior, come viene denominato nel romanzo per distinguerlo dal vero Goljadkin, inizia a manovrare in modo infido per iniziare una scalata sociale che porterà Goljadkin-senior alla totale rovina.

La lettura de Il sosia è stata, nonostante le sue 250 pagine, estremamente faticosa. Come sempre Dostoevskij si dimostra un maestro nell’arte di dipingere i disturbi ossessivi dei suoi personaggi, rendendo alla perfezione – nei loro discorsi, nella gestualità, nelle espressioni – la confusione delle loro menti. Il ritmo della narrazione è gestito in modo da acuire la sensazione di smarrimento: in modo completamente disordinato si alternano brani di una lentezza esasperante a momenti di azione frenetica e di repentini cambi di umore. La confusione mentale del protagonista si rivela nel continuo mutamento delle sue opinioni e delle sue emozioni: ogni stato d’animo che esprime forza ed energia si muta nel giro di poche righe, a volte addirittura all’interno della stessa frase, nel suo esatto opposto.

Nel procedere attraverso le vicende di Goljadkin noi lettori non abbiamo mai la certezza di cosa stia davvero accadendo: Goljadkin-junior esiste veramente? Lo fa pensare il fatto che tutti i personaggi interagiscono con lui. Oppure è solo un parto della mente di Goljadkin-senior, come possono far credere le risposte evasive del servitore Petruska o gli sguardi di pietà e di derisione che spesso gli lanciano colleghi e superiori? Questo, unito alla scelta di presentare un narratore esterno che ci propone il flusso dei pensieri Goljadkin-senior alternandola al resoconto delle sue azioni e dei suoi movimenti, che spesso si contraddicono tra loro producendo un effetto grottesco, rappresenta un altro elemento che incrementa nel lettore la sensazione di disorientamento.

Insomma, affrontare questo romanzo è stato per me tanto faticoso quanto per il protagonista tentare di liberarsi del suo sosia: una paranoia stressante che ti perseguita continuamente, anche lontano dalla lettura. E cosa si fa quando un libro ti fa provare le stesse emozioni, seppur di ansia e fastidio, e nella stessa intensità di quelle provate dal protagonista? Gli si danno cinque stelle come minimo.

Macbeth di William Shakespeare

PRIMA STREGA: Noi tre ci rivediamo quando? Con tuoni, pioggia o lampi?
SECONDA STREGA: A baraonda finita, a guerra persa e vinta.
TERZA STREGA: Prima di notte allora.

Finalmente, dopo anni, ho ripreso in mano un’opera teatrale e per questo devo ringraziare la bellissima iniziativa nata sul gruppo Scratchmade di dedicare il 2016 – anno in cui ricorre il quattrocentesimo anniversario della morte di Shakespeare – alla lettura di dodici (ma io spero di riuscire a leggerne di più) opere del bardo. In occasione dell’uscita al cinema del film su Macbeth, con quel grande fig *ehm* attore che è Michael Fassbender, la prima opera scelta è stata proprio “la tragedia di Scozia”, che si è rivelata una lettura incredibilmente affascinante.

La trama, in breve, racconta la vicenda del conte Macbeth al quale tre streghe predicono un futuro glorioso: diventerà re. Da questo momento ha inizio la tragedia: Macbeth diviene ossessionato dall’oracolo delle streghe e dalla brama di potere che si scontra con la propria coscienza e soprattutto con la paura di compiere l’atto estremo a cui viene condotto.

MACBETH: Due verità son dette, quasi prologhi augurali all’atto grandioso che ha per tema l’impero. […] Questa istigazione soprannaturale non può essere male, non può essere bene. Se è male perché m’ha dato un pegno di successo cominciando con una verità? Sono il signore di Cawdor. Se è bene, perché cedo all’incitamento la cui immagine orrenda mi fa rizzare i capelli e smuove il cuore a battere al costato in modo innaturale? Le paure reali sono vinte da fantasie paurose. Il mio pensiero il cui assassinio è ancora soltanto immaginario sconvolge tanto il mio singolo stato umano che ogni funzione è oppressa da quant’ho nella mente, e nulla è tranne ciò che non è.

L’oracolo delle streghe manda Macbeth nel panico più totale: il pensiero di diventare re lo riempie di brama e di passione ma allo stesso tempo l’atto abominevole che deve compiere per raggiungere quell’obiettivo lo terrorizza. Questo verbo “deve” è un po’ il fulcro di tutto: uno dei temi dominanti della tragedia è proprio l’incidenza del destino sulle scelte umane. Nessuno obbliga Macbeth a compiere le azioni di cui si renderà colpevole: anche nella citazione che ho inserito sopra, vengono usate le parole “istigazione”, “cedo all’incitamento”. Macbeth potrebbe dire di no, e invece si lascia in parte sedurre dalla brama di potere, ma allo stesso tempo dal pensiero che se quello è il suo destino, esso si compirà comunque. “Se la sorte mi vuole re, la sorte può bene incoronarmi senza che muova un dito.” Dice Macbeth nella scena III del primo Atto, ma nonostante ciò il dito lo muove eccome!

In questa “battaglia” tra fato e volontà si inserisce la stupenda e terrorizzante figura di Lady Macbeth, una donna forte che desidera il potere forse più del marito e lo spinge con tutte le sue forze a compiere ciò che sembra essere scritto nel suo destino ma allo stesso tempo si rende protagonista di questa azione, divenendo la forza del marito quando a lui viene meno il coraggio.

LADY MACBETH: Venite, spiriti addetti ai pensieri di morte, strappatemi questo mio sesso, riempitemi, dal cranio ai piedi, della ferocia più cruda. Fatelo denso, il mio sangue, sbarrate le porte e il passo al rimorso, che nessuna compunta visita della natura faccia tremare il mio impegno feroce, o si metta tra di esso e la sua attenzione. Venite ai miei seni di donna e mutate il latte in fiele, agenti di morte che ovunque servite, invisibili, la natura malvagia. Vieni, notte cupa, e avvolgiti nel fumo infernale più buio che il mio coltello tagliente non veda la ferita che fa, né il dio si sporga dalla coltre di tenebra per gridarmi: “Fermati, fermati”!

LADY MACBETH: […] e tu metterai nelle mie mani la grande opera di stanotte, quella che a tutte le nostre notti e ai giorni futuri darà, solo a noi, potere sovrano e dominio.

LADY MACBETH: Uomo senza tenacia! Dammi qua i coltelli.

A me ha fatto veramente paura, l’ho trovata un personaggio eccezionale che purtroppo fa una scomparsa dalla scena che non le rende giustizia (ma che è funzionale al personaggio di Macbeth – che dopotutto è il protagonista).

Altro elemento fondamentale e che si incastra perfettamente nella storia è la notte: la maggior parte delle scene – specialmente quelle più importanti – si svolgono di notte, la notte viene invocata spessissimo all’interno della tragedia e contribuisce a rendere ancora più cupa ed inquietante l’atmosfera che avvolge le vicende. E’ poi in questo momento che compaiono sempre le streghe, e qui scusate ma la mia anima potteriana emerge senza freni: sono favolose! Grazie William per aver contribuito a creare l’immaginario delle streghe coi calderoni, le code di rospo/artigli di drago, e gli incantesimi… grazie, perché la scena della pozione (Atto IV, scena I) è veramente qualcosa di sublime. Grazie, ti amo.

Delitto e castigo di Fedor Dostoevskij

Al principio di luglio, con tempo caldissimo, verso sera, un giovane scese dalla sua stanzuccia, che aveva in subaffitto nel vicolo di S., sulla strada e lentamente, come irresoluto, si diresse verso il ponte di K.

Finalmente l’ho fatto! Finalmente ho letto uno dei romanzi che più mi spaventavano e allo stesso tempo incuriosivano della letteratura mondiale e che si è rivelato senza dubbio un libro non facile ma incredibilmente affascinante.

Fulcro del romanzo è l’analisi psicologica di un uomo che progetta e compie un delitto e di ciò che accade nella sua mente nel periodo successivo all’esecuzione del crimine. Le prime duecento pagine sono incredibilmente scorrevoli e addirittura con episodi ricchi di suspance (non me lo sarei mai aspettato); successivamente il ritmo cala molto ma questo è degnamente compensato dal tempo che Dostoevskij ci permette di ritagliarci in compagnia di tutti i personaggi che popolano il romanzo e che meritano tutta l’attenzione che l’autore dà loro.

Ciò che più mi ha lasciato stupefatta è stato rendermi conto che più volte durante la lettura mi sono trovata ad essere dalla parte di Raskolnikov, il protagonista, fino addirittura a sperare che la facesse franca e temendo come lui che prima o poi riuscissero ad incastrarlo o che lui cedesse alla troppa tensione rivelando tutto: perché ciò che viene trasmesso in maniera eccezionale è l’angoscia e la totale confusione di Raskolnikov che si sente continuamente osservato, spiato, accusato quando spesso tutto ciò è frutto esclusivamente della sua immaginazione e di quella che mia mamma chiamerebbe “la coscienza sporca”. Questo avviene perché fondamentalmente Raskolnikov è una persona normale, in tutto e per tutto. E questo è l’aspetto che crea in assoluto più sconcerto nel lettore, o per lo meno lo ha creato in me: Raskolnikov è un uomo qualunque. Non un pazzo, un maniaco, un delinquente, uno che “me lo sarei aspettato”. La semi-follia viene dopo, quando ciò che ha fatto lo sovrasta e domina completamente la sua mente, ma anche in questo caso lui non è pazzo, è solo incapace di governare l’angoscia di essere individuato.

Gli altri personaggi meriterebbero davvero un libro solo per loro: pur essendo secondari nel loro ruolo non lo sono affatto nello spessore e nell’importanza che ricoprono all’interno del romanzo. Sofia e Razumichin sono senza dubbio i miei preferiti ma anche quelli più negativi come Katerina Ivanovna Marmeladova o Svidrigailov riescono ad essere così umani e così veri da meritare l’affetto del lettore, che non può fare a meno di amarli.

L’ambientazione è meravigliosa: Pietroburgo è descritta in maniera talmente dettagliata che sembra davvero di essere catapultati tra le sue strade e la sua gente. Avendo già letto libri ambientati in questa città è stato piacevole incontrare di nuovo i nomi di luoghi che già mi avevano accompagnato in “Anna Karenina” o “I racconti di Pietroburgo” e che mi sembravano quindi conosciuti, come se sapessi esattamente di cosa si stesse parlando. E’ stata una bella sensazione, e mi ha messo addosso un forte desidero di visitare dal vivo questa città così viva e piena di storia.

Cuore di tenebra

(Heart of Darkness)
di Joseph Conrad

Formato: Paperback, 294 pagine
Editore: Einaudi, 2005
Genere: Classico
Data prima pubblicazione: 1899
Lettura n.: 25/2015
Preso da: Biblioteca


Voto: 6/10

Il Nellie, piccolo yacht da crociera, girò sull’ancora senza un fluttuar delle vele, e s’arrestò. La marea era alta, quasi del tutto cessato il vento, e poiché si scendeva, in favor di corrente, verso la foce, altro non rimaneva che fermarci e attendere il riflusso.
L’ultimo tratto del Tamigi che conduce al mare si stendeva innanzi a noi, come il principio di una sterminata via acquea. Laggiù al largo il mare e il cielo si saldavano insieme senza giuntura, e nello spazio luminoso le vele color di ruggine delle barche che salivano alla deriva portate dal flusso parevan ferme in rossi grappoli di tela foggiata a punte aguzze, tra un balenio di aste verniciate.
incipit

Commento

Per la prima volta nella mia vita sono rimasta delusa da un classico. Forse non sapevo esattamente cosa mi aspettasse e credevo di trovarmi di fronte ad un romanzo più di avventura e meno criptico, ma sono emersa dalla lettura con la sensazione che del romanzo non mi fosse rimasto nulla: come se non l’avessi letto.

Non sono così presuntuosa da dire che questo libro sia brutto, perché non è così e sono cosciente di essere io quella “sbagliata” nel rapporto con questo romanzo perché non ero pronta e non sono riuscita a scavare abbastanza a fondo per cogliere il vero significato di ciò che stavo leggendo, al di là della trama.

Partiamo dai personaggi: il protagonista è un capitano che viene assegnato ad un battello che si trova in avaria e in fase di riparazione. La sua “missione” è quella di recuperare un personaggio di cui tutti parlano, Kurz, che sembra trovarsi in fin di vita nel cuore delle foreste del Congo. Detto così sembra l’avventura che pensavo di trovare, in realtà nel romanzo non accade nulla: ci sono tanti ragionamenti sull’Africa e sull’influsso che questa ha sui colonizzatori europei, ci sono tanti discorsi a proposito delle opinioni di Kurz di cui non ho assolutamente capito il ruolo (a volte viene descritto come uno sfruttatore invasato, altre è invece visto con ammirazione e adorazione) ma poi basta. Non c’è l’Africa in questo romanzo, sembra quasi che il protagonista sia in un set cinematografico che ricostruisce l’Africa ma non la riesce davvero a riprodurre. Il romanzo è interamente visto dal punto di vista dei colonizzatori, ma non nel senso che vuole giustificare il colonialismo, ma semplicemente che vede tutto con l’occhio dell’europeo, senza minimamente cercare di immedesimarsi con il luogo in cui si trova. Tutto questo da un certo punto di vista è anche interessante: è una testimonianza di come un europeo potesse percepire quel mondo così diverso e selvaggio; dall’altra parte è però poco accattivante, almeno per me. Paradossalmente credo che potrei preferire un Robinson Crusoe, razzista, che per lo meno si accorge che c’è qualcuno di diverso da lui, piuttosto che questo totale disinteresse per il popolo africano da parte di Marlow.

L’ambientazione è particolarmente suggestiva: la foresta, il fiume, gli immensi silenzi, questo senso di follia che pervade tutto il romanzo e che sembra sempre pronta ad agguantare con i suoi artigli i colonizzatori europei. Tutto comunica un senso di selvaggio e di primordiale, come se addentrandosi nelle profondità della foresta Marlow si inoltrasse sempre più in profondità nei primordi dell’umanità, fatti di istinti bestiali e di voracità senza limiti, tale a quella che prende i colonizzatori, Kurz per primo, che divorano avidamente le risorse di questo continente ricco di tesori.

Ho senza dubbio intenzione di rileggere “Cuore di tenebra” tra un po’ di tempo, possibilmente facendo precedere la rilettura del romanzo da quella dell’introduzione, che questa volta avevo saltato e che invece probabilmente fornisce la chiave per interpretare l’opera. Il fatto poi che io possa capirla guidata da qualcuno che ne capisce più di me non cancella il fatto che questo libro, a differenza di tutti i grandi capolavori della letteratura che ho letto finora, non ha avuto per me alcun valore “emozionale”, quindi dubito fortemente che potrò rivalutare più di tanto la mia opinione; in ogni caso voglio provarci.


Lettura: 16 marzo 2015 – 22 marzo 2015
Ambientazione: Congo, Inghilterra, Londra