Su ‘Dark’, o come concludere col botto un anno di serie tv

Se pensate che solo gli americani sappiano fare serie tv, significa che ancora non avete visto Dark.

2019: siamo a Winden, un piovoso paesino della Germania che sorge all’ombra di una centrale nucleare costruita negli anni cinquanta. In questo villaggio circondato da boschi scompare un ragazzo, ma non è il primo: Winden è già stato teatro di una sparizione negli anni ’80, quando un bambino di nome Mikkel svanisce nel nulla durante il tragitto di ritorno da scuola. Inizia così questa serie tedesca di cui è già stata annunciata la seconda stagione (e ci mancherebbe) e che, in un’atmosfera che mi ha ricordato molto Lost per la modalità di disseminare misteri ed intrecciare le vite dei personaggi, oltre che per l’uso sapiente della musica nell’accompagnare ogni nuova scoperta, mi ha provocato una frenesia del “devo sapere!” senza precedenti, complice anche il fatto che il tema attorno al quale ruota l’intera vicenda è uno dei miei preferiti in assoluto: i viaggi nel tempo.

Preparatevi ad una serie corale nel senso più esteso del termine perché gli avvenimenti sono spalmati su tre epoche storiche (il 2019, 1986 e 1953) e all’intreccio che definirei “orizzontale” dei personaggi all’interno di ciascuna epoca, si aggiunge la comprensione dei legami “verticali”, ovvero un “chi è chi” nel presente e nel passato; legami che vengono svelati a mano a mano che si susseguono gli episodi e che diventano parte integrante della sfida di sbrogliare la matassa prima che la soluzione ci venga rivelata. A proposito di questo, ho trovato magnificamente gestiti il ritmo e le modalità di svelare alcuni dei misteri della serie già all’interno di questa prima stagione: mi sono trovata ad anticipare parecchie rivelazioni, specie relativamente ai legami verticali di cui parlavo prima, ma gli autori sono stati fenomenali nel lasciare sempre un margine di dubbio alle mie previsioni e nell’alternare misteri che vengono rivelati già in questa prima stagione con questioni più ampie, che dopo l’ultimo episodio scatenano milioni di domande, così da non lasciarmi mai nella frustrazione di non riuscire ad elaborare delle teorie corrette, senza però far calare il mio interesse.

A tutto questo aggiungiamo una recitazione pazzesca da parte di tutti personaggi, un’ambientazione e una regia di fortissimo impatto visivo (esteticamente è splendida) e infine la scelta – che vedo essere sempre più diffusa tra le nuove serie, specialmente quelle targate Netflix – di limitare il numero degli episodi per stagione, il che permettere di non annacquare la narrazione e non spezzare mai il ritmo. Il risultato è un prodotto validissimo e molto solido, con un’identità ben definita e che non corre il rischio di diventare “uno fra tanti”.

Dark è proprio una figata, non ve lo perdete.

Rispondi