[Lettura #29/2012] Il profumo delle foglie di limone

Lo que esconde tu nombre
di Clara Sàncez
Hardcover, 378 pagine, Mondolibri 2009

Sapevo cosa stava pensando mia figlia mentre mi guardava preparare la valigia con i suoi occhi scuri penetranti e un po’ impauriti. Erano come quelli di sua madre, mentre le labbra sottili le aveva prese da me, anche se con il passare degli anni, facendosi più rotonda, aveva finito per somigliare sempre di più a lei. Se la paragonavo alle foto di Raquel a cinquant’anni erano proprio due gocce d’acqua. Mia figlia pensava che fossi un vecchio pazzo e senza speranza ossessionato da un passato che ormai non importava più a nessuno ma del quale non riuscivo a dimenticare neppure un giorno, un dettaglio, una faccia o un nome, anche se si trattava di un nome tedesco lungo e difficile, mentre spesso dovevo sforzarmi per ricordare il titolo di un film visto da poco.incipit

Trama: Spagna, Costa Blanca. Il sole è ancora caldo nonostante sia già settembre inoltrato. Per le strade non c’è nessuno, e l’aria è pervasa dal profumo di limoni che arriva fino al mare. È qui che Sandra, trentenne in crisi, ha cercato rifugio: non ha un lavoro, è in rotta con i genitori, è incinta di un uomo che non è sicura di amare. Si sente sola, ed è alla disperata ricerca di una bussola per la sua vita. Fino al giorno in cui non incontra occhi comprensivi e gentili: si tratta di Fredrik e Karin Christensen, una coppia di amabili vecchietti. Sono come i nonni che non ha mai avuto. Momento dopo momento, le regalano una tenera amicizia, le presentano persone affascinanti, come Alberto, e la accolgono nella grande villa circondata da splendidi fiori. Un paradiso. Ma in realtà si tratta dell’inferno.
Perché Fredrik e Karin sono criminali nazisti. Si sono distinti per la loro ferocia e ora covano il sogno di ricominciare. Lo sa bene Julián, scampato al campo di concentramento di Mauthausen, che da giorni segue i loro movimenti. Sa bene che le loro mani rugose si sono macchiate del sangue degli innocenti. Ma ora, forse, può smascherarli e Sandra è l’unica in grado di aiutarlo. Non è facile convincerla della verità.
Eppure, dopo un primo momento di incredulità, la donna comincia a guardarli con occhi diversi e a leggere dietro quella fragile apparenza.
Adesso Sandra l’ha capito: lei e il suo piccolo rischiano molto. Ma non importa. Perché tutti devono sapere. Perché è impossibile restituire la vita alle vittime, ma si può almeno fare in modo tutto ciò che è successo non cada nell’oblio. E che il male non rimanga impunito.

Commento personale: Se nella mia ultima recensione avevo detto che il romanzo della Allende non fosse intenso quanto “La casa degli spiriti”, qui proprio siamo all’apice della banalità su un tema che invece dovrebbe essere tutto tranne che banale: il nazismo e l’inesistenza del senso di colpa in persone che hanno compiuto azioni di un’efferatezza inaudita su altri esseri umani. L’argomento avrebbe avuto davvero delle ottime potenzialità, ma purtroppo l’intento delle case editrici non è stato pubblicare un buon libro, ma pubblicare un libro che vendesse tanto, indipendentemente dalla validità del suo contenuto. Dal punto di vista della scorrevolezza, infatti, non c’è dubbio che il romanzo sia di facile lettura, fin troppo in alcune occasioni, e forse è stato per questo che ha avuto una così larga diffusione: la gente non ha più voglia di fare la fatica necessaria a leggere un bel libro.

La prima caratteristica del romanzo che mi ha fatto innervosire è stata la mono-dimensionalità dei personaggi, tra i quali non ce n’è uno che si salva, soprattutto i nazisti che risultano tutti uguali: da fuori sembrano innocui anziani ma nei loro sguardi ogni tanto passano dei lampi di inquietante malvagità. Anche Sandra, che apparentemente dovrebbe essere quella che compie un percorso di crescita, in realtà rimane piatta, scialba, non ha carattere, anche quando Juliàn esalta le sue doti di coraggio e di forza d’animo. A me è parso che per la maggior parte del romanzo si facesse semplicemente trascinare dagli eventi.

Sulla trama posso dire davvero poco, a parte sottolinearne nuovamente la banalità. Evito poi di addentrarmi troppo nei dettagli delle due storie d’amore una più senza senso dell’altra, o meglio, una sviluppata davvero malissimo, e l’altra buttata lì proprio perché l’autrice non sapeva come concludere il romanzo.

La scrittura è piatta come i personaggi, il male che trasuda da queste persone non si percepisce, ci viene semplicemente raccontato, e anche Juliàn, che avendo vissuto sulla propria pelle l’orrore del campo di concentramento avrebbe dovuto essere il personaggio più carico di rancore, odio e disprezzo, in realtà lo è solo a parole: viene detto dall’autrice che Juliàn vuole vendetta, ma il suo dolore e la sua rabbia non si sentono.

Forse dire che l’unica parte effettivamente curata del libro siano stati titolo e copertina può sembrare esagerato e un po’ “snob” da parte mia, ma davvero questa lettura non mi ha lasciato nulla di più di un bel volume che decorerà ancora per poco la mia libreria (il libro infatti è di mia mamma).


Inizio lettura: 12 settembre 2012
Fine lettura: 20 settembre 2012

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