ILIADE, Omero

Titolo originale: Ιλιάς
Editore: Marsilio
Anno: 2003
Pagine: 568
Formato: Paperback
Anno di pubblicazione: circa 700 a.C.
Genere: poema epico
Periodo di lettura: 08-15 gennaio 2010

Cosa ne penso: Primo gradino della mia scalata ai classici superato: me la sono cavata in una settimana il che, considerando che leggo 20 minuti all’andata e 20 al ritorno dal lavoro (quando le luci sull’autobus non sono rotte o non sono spiaccicata come una sardina) e un’oretta la sera prima di dormire, significa che me la sono cavata benissimo.

Ma veniamo al libro. Come tutti, l’avevo già studiato a scuola nella versione bella ma pesante e spesso incomprensibile di Vincenzo Monti, quindi ho deciso di non ripetermi e ho provato una versione in prosa che sapevo molto valida: quella della Marsilio a cura di Maria Grazia Ciani. Ammetto di essere partita scettica ma la decisione si è rivelata azzeccata perché la traduzione in prosa è molto più scorrevole e permette di concentrarsi bene sulla trama e sui personaggi, mantenendo in ogni caso le figure retoriche e le formule originali e mi ha permesso di cogliere molti più aspetti della narrazione.

Dal punto di vista più generale non ho cambiato parere e la mia visione della guerra è sempre nettamente di parte troiana anche se solo adesso ho finalmente scoperto il motivo: i troiani sono più umani, Ettore per primo. I troiani hanno paura, soffrono, hanno delle debolezze mentre i greci sembrano una massa di supereroi invincibili che non hanno paura di niente e di nessuno… e non è realistico. Questo accade anche se entrambe le parti sono, in diversi momenti, aiutate dagli dei, che entrano in battaglia, incoraggiano i guerrieri, salvano gli eroi e li mettono al sicuro lontano dall’azione.

Il mio personaggio preferito resta Andromaca, moglie di Ettore, nonché protagonista delle due parti più struggenti e meravigliose del poema: l’ultimo incontro con Ettore e l’addio al marito dopo che Achille ne ha finalmente restituito il corpo. Ecco alcune citazioni dal testo:

Infelice, la tua forza sarà la tua rovina; non hai pietà del figlio ancora bambino e di me, sventurata, che presto resterò vedova perché gli Achei ti uccideranno tra poco, assalendoti in massa; e se ti perdo, allora è meglio che muoia anch’io; non ci sarà più conforto per me se il tuo destino si compie, solo dolore.


Tu, Ettore, tu mi sei padre e madre e fratello e sei anche il mio giovane sposo: abbi pietà di me, resta qui sulla torre, non fare del figlio un orfano, di me una vedova.


Ettore, tu muori giovane e lasci me vedova nella nostra casa; è ancora piccolo il figlio che abbiamo messo al mondo, tu ed io, sventurati, e penso che non giungerà all’adolescenza; questa città sarà prima distrutta da cima a fondo perchè, sei morto tu che la proteggevi, tu che la difendevi, tu che vegliavi sui giovani figli, sulle nobili spose: presto saranno portate via sulle concave navi e io sarò in mezzo a loro; e tu, figlio mio, mi seguirai là dove dovrai sottoporti a vili fatiche servendo un padrone brutale; oppure qualcuno dei Danai, afferrandoti, ti scaglierà dall’alto delle mura – che morte orrenda! – in odio a Ettore che gli uccise un fratello o un padre o un figlio: perchè non pochi furono gli Achei che per mano di Ettore hanno morso la terra coi denti: non era tenero, tuo padre, nella battaglia funesta. È per questo, Ettore, che la gente ti piange nella città; ai tuoi genitori hai inflitto un lutto, una pena indicibile, ma a me soprattutto hai lasciato un tremendo dolore: non mi hai teso le braccia dal letto di morte, non mi hai detto le parole estreme che io potessi ricordare per sempre, e piangere, di giorno e di notte.

Come si fa a non commuoversi di fronte ad un dolore così vero?

Per togliermi la curiosità, ho cercato su internet alcune informazioni sul destino di Andromaca e Astianatte (figlio di Ettore): wikipedia dice che la versione più accreditata è che il bambino sia stato gettato dalle mura di Troia per impedire una continuazione della discendenza, mentre Andromaca sia diventata schiava e concubina di Pirro, re dell’Epiro, e di Neottolemo, figlio di Achille e assassino di Astianatte, dal quale ebbe tre figli. Dopo l’abbandono del marito sposò Eleno, fratello di Ettore e rientrò così a far parte della sua vecchia famiglia. Altre versioni raccontano invece che il piccolo Astianatte sia sopravvissuto e abbia ricostruito la città di Troia. Purtroppo, conoscendo la perversa fantasia degli antichi greci, ho la sensazione che purtroppo la versione più plausibile sia la prima.

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