Il segreto del parco incantato

Titolo originale: El secreto de la arboleda
Autore: Fernando Lalana
Anno di pubblicazione: 1992
Editore: Piemme
Pagine: 112

Iniziato il: 7 giugno 2010
Terminato il: 7 giugno 2010
Valutazione: ★★★★

L’estate è bellissima. Beh, no, l’estate è bella e basta. No, nemmeno: l’estate è bella se vai al mare, in montagna e in qualche altro posto, e conosci amici nuovi, e fai il bagno e mangi gelati, ghiaccioli e bevi coca-cola. E poi l’estate è bella se hai preso dei bei voti, così non devi studiare e puoi leggere libri d’avventura invece di quelli di grammatica e di aritmetica. Purtroppo, quello che sto per raccontarvi non mi è capitato in una di quelle estati passate alla grande in riva al mare o sulle sponde di un torrente di montagna.

(incipit)

Alle elementari, la mia insegnante di italiano aveva adottato questo metodo per farci leggere durante l’anno e non far spendere ai nostri genitori un capitale: assegnava ad ognuno di noi un libro della collana del Battello a Vapore che più si addiceva alla nostra età e dopo che ciascuno l’aveva letto, metteva tutti i libri sulla cattedra e ognuno sceglieva quello che preferiva leggere per il giro successivo. Purtroppo però, l’anno era troppo breve per far si che tutti leggessero tutti i libri e “Il segreto del parco incantato” è uno di quelli che ho sempre desiderato leggere ma che non sono mai riuscita ad accaparrarmi: lo volevano tutti!!

Questo graziosissimo libro racconta la magica estate di Ernesto, costretto in città dai brutti voti presi a scuola, e Carmen, una sua compagna di classe che non gli sta eccessivamente simpatica (almeno all’inizio del racconto). I due bambini incontrano nel parco la fata Rufina e la aiutano nel suo compito di portare la felicità agli uomini.

Bellissimo l’episodio degli autobus di gommapiuma (quanto mi piacerebbe provarli) e la trovata per i regali dei Re Magi: peccato davvero non averlo letto a 7 anni, sono certa che mi sarebbe piaciuto da impazzire, esattamente come a tutti i miei compagni.

Mi voltai. Una parte della corteccia dell’albero si era aperta, come una porticina, e lì vicino c’era la figuretta che aveva appena parlato. Non era più alta di due spanne: era vestita da fata: aveva un cappello a punta da fata e, in mano, una bacchetta magica di quelle che portano sempre le fate. Io, vedendola, pensai: «Ernesto, questa deve essere una fata». E dopo aver fatto questa brillante deduzione, caddi svenuto.

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