GDL – Il conte di Montecristo. Prima tappa

**SPOILER-POST!**

Date tappa: 03.10/09.10
Capitoli: 1-12
Discussione su anobii

Ieri sera ho iniziato la mia prima lettura de Il Conte di Montecristo, libro che ho sempre desiderato leggere ma che, per un motivo o per l’altro, è sempre rimasto a prender polvere. Essendo un gdl mi ero ripromessa di cercare di tenere il ritmo, almeno all’inizio, ma proprio non ce l’ho fatta: le vicende di Edmond mi hanno catturata e ho terminato la prima tappa in poche ore, prima di dormire. Ciò che più mi ha colpito di questi primi 12 capitoli è l’incredibile vividezza di tutte le situazioni descritte: i dialoghi, le ambientazioni, le emozioni… Faccio solo un’esempio, che però mi è rimasto impresso: il momento in cui il pranzo di fidanzamento di Edmond e Mercedes viene interrotto dalle guardie. E’ stato come un crescendo: le portate, le voci allegre dei commensali, le battute e poi un piccolo cambiamento improvviso, lo sguardo di Fernando (notato solo da Danglars), poi i passi e il rumore delle armi che provocano un calo del vociare nella stanza fino al silenzio, l’inquietudine a cui segue il terrore nel momento in cui i soldati piombano nella stanza al grido di “Nel nome della legge!”.
La contestualizzazione storico-politica del romanzo è incredibilmente interessante, sia quando viene affrontata tramite una normale introduzione da parte dell’autore, sia tramite le classiche discussioni “da tutti i giorni”, come quella che avviene durante il pranzo di fidanzamento del sostituto procuratore Villefort. Proprio Villefort è uno dei personaggi che mi ha indignata più di tutti, esattamente come Caderousse, perchè sono entrambi dei vigliacchi che decidono volontariamente di distruggere la vita di un uomo innocente per “pararsi le spalle”; Fernando e Danglars sono spinti dall’invidia e provano odio nei confronti di Edmond, gli altri due, invece, sono solo spinti dalla paura di perdere ciò che hanno, il che, secondo me, è ancora peggio. Il povero Edmond, invece, ha attirato immediatamente la mia simpatia e so già che il suo destino mi coinvolgerà moltissimo e condividerò con lui ogni singola emozione.

Edmondo e Mercedes erano tra le braccia l’una dell’altro.
Il sole ardente di Marsiglia che penetrava per l’apertura della porta, li inondava di un torrente di luce.
Sulle prime non videro niente di ciò che li circondava, una felicità immensa li isolava da questo mondo; non si parlavano che con quelle parole tronche che sono lo slancio della più viva gioia, e sembrano accostarsi all’espressione del dolore.

“Partiamo?” domandò la dolce voce di Mercedes. “Suonano le due e siamo aspettati alle due e un quarto.”
“Sì, sì, partiamo” disse vivamente Dantès.
“Partiamo” ripeterono in coro tutti i convitati. Nel medesimo istante Danglars che non perdeva di vista Fernando assiso al parapetto della finestra, lo vide aprire due occhi spaventati, alzarsi come per un sussulto e ricadere sul suo posto. In quello stesso momento un sordo rumore rintronò sulle scale, un fragore di passi ed un mormorio di voci, confuso all’urtarsi di armi, superò le esclamazioni dei convitati per quanto fossero chiassose e attirò l’attenzione generale, che si manifestò in un istante con un inquieto silenzio.
Il rumore si avvicina, tre colpi percuotono la porta, ciascuno guarda il suo vicino con sorpresa.
“In nome della legge!” gridò una voce, a cui nessuno rispose.
La porta si apri, e un commissario, cinto della sua sciarpa, entrò nella sala seguito da quattro soldati armati, condotti da un caporale.
L’inquietudine diede posto al terrore.

“Voi assistevate al pranzo del vostro fidanzamento?” disse il sostituto, rabbrividendo suo
malgrado.
“Sì, signore, sono sul punto di sposare una donna che amo da tre anni!”
Villefort, sebbene d’ordinario impassibile, fu colpito da questa coincidenza; e quella voce commossa di Dantès sorpreso in mezzo alla sua felicità, andò a svegliare una fibra simpatica nel fondo della sua anima.
Egli pure si ammogliava, egli pure era felice e si veniva a disturbare la sua felicità perché contribuisse a distruggere la gioia di un uomo, che, come lui, già toccava la felicità!

Un solo pensiero lo faceva soprattutto trasecolare, ed era che, durante quella traversata, in cui ignorando il luogo ove era condotto, era rimasto calmo e tranquillo, avrebbe potuto ben dieci volte gettarsi in mare, ed una volta in acqua, grazie all’esperienza che faceva di lui uno dei più abili nuotatori di Marsiglia, sparire sott’acqua, sfuggire ai suoi guardiani, guadagnare la costa, salvarsi, nascondersi in qualche luogo deserto, attendere un bastimento genovese o catalano, raggiungere l’Italia o la Spagna, e di là scrivere a Mercedes che venisse da lui.
Quanto alla sua vita, in qualsiasi contrada poteva stare tranquillo; in ogni luogo i buoni marinai sono rari; parlava l’italiano come un toscano, e lo spagnolo come un figlio della vecchia Castiglia.
Sarebbe vissuto libero, felice con Mercedes, con suo padre, perché suo padre sarebbe
venuto a raggiungerlo.
Invece ora era prigioniero, chiuso nel Castello d’If, in quella troppo sicura prigione, non sapendo cosa accadeva a suo padre, cosa accadeva a Mercedes, e tutto ciò perché aveva creduto alla parola di Villefort.
C’era da diventare pazzi.

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