Death at La Fenice

di Donna Leon

Serie Commissario Brunetti, #1

The third gong, announcing that the opera was about to continue, sounded discreetly through the lobbies and bars of Teatro La Fenice. In response, the audience stabbed out cigarettes, finished drinks and conversations, and started to filter back into the theater.
(incipit)

Mi rendo conto di fare molta fatica ad essere obiettiva con questo romanzo. Veniamo subito al punto: questo libro è pieno zeppo di inutili luoghi comuni sugli italiani, e sono talmente tanti e talmente immotivati, che perfino a me, che me ne andrei subito da questo Paese che non sopporto più e che sono sempre dietro a criticare, ha dato fastidio. E’ stupefacente il fatto che l’autrice risieda da anni a Venezia, città in cui è ambientato non solo questo romanzo ma l’intera serie dedicata al Commissario Brunetti (ebbene si, è una serie composta addirittura da 22 libri e probabilmente non ancora conclusa… ma non credo proprio che avrò il piacere di leggerne altri), perché da quello che scrive si direbbe che non sia mai stata in Italia una volta nella vita ma abbia solo visto film di mafia sul divano di casa sua.

Quello che che ho trovato insopportabile non è stato tanto il fatto che parlasse male degli italiani (quante volte lo faccio io…) ma la gratuità e l’assoluta inconsistenza di basi su cui fa certe affermazioni, in questo caso a “spese” di italiani e tedeschi, ma è probabile che se ci fosse stato un personaggio francese ci sarebbe andata giù pesante anche loro. E’ troppo facile puntare sullo stereotipo per catturare dei lettori, facendo leva sul fatto che “questo è quello che vorrebbero sentirsi dire”. O si fa critica sociale, ma allora ci si documenta e si fa fatica (cosa che non credo la Leon avesse voglia di fare) e comunque non si generalizza (gli italiani sono tutti mafiosi e i tedeschi sono tutti nazisti sono concetti che speravo fossero ormai almeno un po’ passati di moda), o altrimenti si scrive un bel giallo ambientato a Venezia senza lasciarsi andare a facili approssimazioni. Visto che però la Leon un bel giallo non lo sa scrivere, allora ha preferito buttare lì qualche spaghetto e mandolino con due wurstel e krauti.

Ho appena accennato alla qualità del giallo: sicuramente io non mi reputo un’esperta di questo genere, però da quei pochi che mi sono passati sotto il naso (e quei pochi sono di gente che di giallo se ne intende visto che si tratta di Agatha Christie, Arthur Conan Doyle, Edgar Allan Poe e George Simenon) ho capito che un giallo che corrisponda ai miei canoni deve innanzitutto avere come protagonista un detective capace (furbo, che sa individuare le contraddizioni, in grado di “raggirare” un po’ gli interrogati per riuscire ad ottenere le informazioni che gli servono), mentre Guido Brunetti è un personaggio con poco carattere e per niente abile nel relazionarsi con gli interrogati (la maggior parte delle volte li fa innervosire con domande che non centrano nulla con l’indagine e così deve tornare più volte dalle stesse persone per ottenere le informazioni che gli servono). In più io voglio un intreccio intrigante, voglio che l’autore mi dia degli indizi ma che allo stesso tempo cerchi anche di depistarmi: insomma, io voglio “giocare” a scoprire chi è l’assassino, mentre in questo romanzo ho scoperto solo alla fine che forse c’era stato un tentativo di depistaggio (e dico forse perché non sono nemmeno troppo sicura che fosse volontario).

Per quanto riguarda l’ambientazione, questa viene presentata in maniera apparentemente rilevante nel romanzo: in realtà non è assolutamente così predominante come ho letto nelle recensioni su Goodreads di molti lettori stranieri. E’ vero, Brunetti gira in battello e cammina per le calli, ma principalmente quello che l’autrice fa per cercare di dare al lettore l’impressione di aver costruito una valida cornice attorno alla storia è quella di infilare qua e là qualche “parola tipica”: una calle da una parte, un permesso (inteso come espressione che si usa quando si entra in casa d’altri) dall’altra e così per tutto il romanzo. La questione è che non è citando parole nella lingua della nazione in cui è ambientato il romanzo che si crea l’effetto di essere “immersi” nella cultura di quel luogo, ma è attraverso le vicende che vengono narrate, attraverso le descrizioni di ambienti, persone, atmosfere, sensazioni.

Decisamente si è trattato di una lettura del tutto inutile che non mi ha lasciato nulla, nemmeno il divertimento di risolvere un mistero. Escludo di andare avanti a leggere gli altri libri della serie.

Il mio giudizio:

Formato: Ebook
Pagine: 270
Edizione: Harper Perennial, 1992
Inizio lettura: 01 ottobre 2013
Fine lettura: 11 ottobre 2013
Lettura n.: 44/2013

Covers:
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Una risposta a “Death at La Fenice”

  1. Immagino il tuo fastidio nel leggere tutti gli stereotipi e le semplificazioni… Se poi nemmeno la parte “gialla” merita, che dire, è proprio da lasciar lì.

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