Il segreto delle gemelle, di Elisabetta Gnone (Fairy Oak, #1)

Buon venerdì biblionauti, siete pronti per immergervi in un mondo fatato, buffo, tenero e aggiungete voi tutti gli aggettivi pucciosi che vi vengono in mente? Oggi vi racconto le mie impressioni sul primo volume di una saga famosissima che credo ormai abbiano letto praticamente tutti.

Quella di Fairy Oak è una saga che desideravo leggere da parecchio: avevo iniziato il primo volume durante un’estate di parecchi anni fa insieme alla cugina del mio compagno che all’epoca avrà avuto 9/10 anni, ma per non so quale motivo non l’avevo mai conclusa e da allora mi era rimasta la curiosità. Questa primavera la Salani mi ha inviato due volumi dei quattro che compongono i “Quattro misteri di Fairy Oak” e allora non ho più avuto scuse: ho recuperato tutti i volumi che mi mancavano e quest’estate ho divorato la prima trilogia composta da “Il segreto delle gemelle”, “L’incanto del buio” e “Il potere della luce”.

Fairy Oak è un incantevole villaggio che sorge attorno ad un’antica e magica quercia, in cui Magici e Non Magici convivono in armonia e i bambini sono cresciuti dalle fate. La serenità del villaggio è però minacciata dal cattivo con il nome più brutto che la storia del fantasy ricordi, il Terribile 21, il quale è intenzionato a far piombare l’oscurità sul villaggio e impadronirsene per sempre. La storia è narrata da Felì, la fata-tata delle due gemelle Vaniglia e Pervinca Periwinkle, le uniche due streghe al mondo a presentare i due poteri opposti – della Luce una e del Buio l’altra – all’interno della stessa famiglia.

Il primo volume della trilogia è forse quello meno avvincente essendo un capitolo spiccatamente introduttivo che ci permette di conoscere Fairy Oak, i suoi abitanti e la sua storia, ma proprio per questo è anche essenziale per farci entrare a passi leggeri nel mondo creato dalla Gnone. Il punto forte di questo volume – e in generale di tutta la trilogia – sono i personaggi con i loro buffi nomi e le loro abitudini: ci sono le fatine, con i loro nomi impronunciabili, la smorfiosa figlia del Sindaco, gli amici più fedeli, il burbero Capitan Talbooth – un pescatore brontolone ma con un cuore d’oro -, la saggia zia Tomelilla e tantissimi altri personaggi a cui ci impiega pochissimo ad affezionarsi e che con le loro bizzarrie rendono la vita a Fairy Oak estremamente divertente. In questo primo volume le due sorelle Periwinkle scoprono la loro magia, iniziano a cogliere la diversa origine dei loro poteri – che sarà la chiave dei volumi successivi -, si trovano ad affrontare i primi amori e le prime gelosie e infine combattono la loro prima battaglia contro il grande nemico.

Il primo aggettivo che mi viene in mente per descrivere “Il segreto delle gemelle” è: rilassante. La maggior parte delle pagine è dedicata alla vita quotidiana del villaggio ed è senza dubbio quella che mi è piaciuta di più: ho imparato a conoscere i personaggi e ad immergermi in questo mondo sicuramente molto edulcorato e infantile ma che proprio per questo mi ha messo addosso una grande serenità.

Come il resto della saga (ma approfondirò meglio nelle recensioni dedicate ad ogni singolo volume), questo libro ha alcuni difetti, primo fra tutti (e forse anche quello che mi è più dispiaciuto trovare) è il fatto che gli scontri con il Terribile 21 siano raccontati a mio parere malissimo: improvvisi e parecchio confusi, con molte di soluzioni di comodo non giustificabili dal fatto che sia un libro per bambini, mi hanno lasciato un po’ l’amaro in bocca a fine lettura perché secondo me sarebbe bastato davvero poco per migliorarli e renderli più avvincenti mantenendo lo spirito giocoso della saga. Nonostante ciò io mi sentirei di consigliare la lettura questa saga a grandi e piccoli proprio per l’innocenza e la purezza che si respira ad ogni pagina: ogni tanto un’iniezione di serenità e ingenuità possono fare bene al cuore.

L’orologiaio di Filigree Street, di Natasha Pulley

Buongiorno biblionauti, oggi giornata triste per me: si torna a casa!! Fortunatamente quest’anno porto con me un souvenir che era da un po’ che non faceva parte della mia vita: l’abbronzatura!! Ebbene si, perché anch’io – se ho abbastanza tempo a disposizione – riesco a non tornare più pallida di come sia partita.

Del romanzo di cui vi parlo oggi ho già raccontato il mio pensiero nel video del wrap-up del mese di luglio, ma per chi non avesse visto il video, non avesse voglia di sentire i miei sproloqui e mille altre cose, ho deciso di pubblicare anche qui il mio parere.

Inutile stare troppo a cincischiare: la copertina è bellissima ed è la ragione fondamentale per cui l’ho letto, nella speranza che anche il contenuto fosse all’altezza. Purtroppo non è stato proprio così e seppure il romanzo nel suo complesso sia stata una lettura piacevole, non ho potuto fare a meno di notare una miriade di difetti che mi hanno convinto a non spendere i miei soldi per l’acquisto di una copia mia (la mia lettura è avvenuta infatti grazie ad un prestito in biblioteca).

Il romanzo è ambientato nella Londra di fine ottocento e ci racconta la storia di Nathaniel, un impiegato all’Home Office che viene coinvolto suo malgrado in un attentato avvenuto per mano irlandese e nel quale viene fatta letteralmente saltare in aria Scotland Yard: la vita di Thaniel viene salvata solo grazie ad un misterioso orologio a cucù finito in mano sua per una serie di inspiegabili circostanze. Guidato da quest’unico indizio, il giovane arriverà fino alla misteriosa bottega del Signor Mori, un artigiano di origini giapponesi che costruisce i migliori meccanismi di Londra. Assieme a lui e a Grace, una scienziata che lotta per la sua indipendenza, Thaniel si troverà coinvolto nella caccia agli autori dell’attentato.

Detta così la trama non è niente male, eh? Sbagliato. Innanzitutto il romanzo, pur presentando le potenzialità e le intenzioni di un romanzo storico non lo è, perché le ambientazioni semplicemente non esistono: non ci sono descrizioni di luoghi, di abiti, di convenzioni, abitudini… nulla se non qualche raro accenno. Tra i personaggi si salvano solo Nathaniel e il Signor Mori: i due non salvano in realtà solo se stessi ma tutto il romanzo che solo grazie a loro riesce a mantenere l’interesse del lettore. Grace infatti è un personaggio perfettamente inutile, mal caratterizzato, mal contestualizzato sullo sfondo “storico” e secondo me totalmente incoerente. Rimuovere tutti i capitoli che la vedono protagonista avrebbe alleggerito il romanzo di un  bel po’ di pagine inutili.

Non vi aspettate poi nemmeno un frenetico romanzo d’azione perché in questo libro tutto c’è tranne la frenesia: è molto lento, si prende tutto il tempo necessario (e forse anche qualcosa in più) per riferire dialoghi, scene spesso inutili e confuse (tutte quelle ambientate in Giappone sono incomprensibili) e azioni di personaggi insignificanti (Grace). L’aspetto positivo è che questa lentezza ci permette di assaporare gli unici due ingredienti validi del racconto che sono, come scrivevo prima, il rapporto tra Nathaniel e Mori e l’ambientazione nella bottega dell’orologiaio. Quest’ultima è davvero speciale, difficile da descrivere ma secondo me comunicata perfettamente dall’autrice: è un insieme di mistero, magia, quiete e segreti, tra luci soffuse, pavimenti che scricchiolano e le incantevoli (e forse un po’ incantate) invenzioni di Mori.

Insomma, qual’è il verdetto finale? Sinceramente non lo so. Forse direi che, se avete tempo da perdere per poter leggere il libro e prenderne solo il buono, allora leggetelo: potrebbe essere comunque una lettura piacevole. Se non avete voglia di sorbirvi 330 pagine per salvarne la metà, allora volgetevi verso altri lidi: ne troverete sicuramente di più validi.

L’avvelenatrice, di Alexandre Dumas

Buongiorno a tutti e buon rientro dalle vacanze per i molti che sicuramente avranno terminato le ferie: io quest’estate, dopo due anni infernali, mi sono presa una terza settimana perché avevo davvero bisogno di staccare la spina. In ogni caso, anche per me si avvicina il tanto temuto rientro. Oggi vi porto la recensione di un racconto particolare sia per il tema che tratta, sia per la cura eccezionale che caratterizza tutte le pubblicazioni della casa editrice AbEditore, della quale sto lavorando per collezionare almeno tutti i volumi della collana Piccoli Mondi, di cui fa parte anche questo libriccino.

Il racconto della Marchesa D’Aubray è una storia vera ed era originariamente incluso in una raccolta di 18 racconti scritti tra il 1839 e il 1840 che narrano altrettanti casi di delitti celebri (Delitti celebri è anche il nome della raccolta stessa) avvenuti tra il periodo rinascimentale, quindi primi del ‘500, fino alla metà del 1800, ovvero l’epoca di Dumas. Ho cercato in giro e ho visto che purtroppo è impossibile recuperare un volume che li raccolga tutti, almeno in italiano e io purtroppo il francese non lo conosco. Se ne trovano però alcuni pubblicati come racconti singoli, quindi cercando i diversi titoli è possibile recuperarne la traduzione. Una curiosità: tra questi 18 racconti c’è anche “L’uomo con la maschera di ferro” che ispirò a Dumas alcuni anni dopo la scrittura de “Il conte di Bragelonne” da cui è stato tratto il film del 1998 con un biondissimo e capelluto Leonardo di Caprio dietro al quale tutte noi adolescenti degli anni ’90 abbiamo lasciato il cuore.

Il personaggio principale del racconto è lei, la Marchesa Marie-Madelaine D’Aubray, ovvero l’avvelenatrice del titolo. Prima con la complicità del suo amante, che la inizierà ai segreti dei veleni, poi in solitaria, la Marchesa semina il terrore per l’intera città avvelenando chiunque si ponga tra lei e il suo obiettivo che è, neanche a dirlo, ricchezza e potere.

Nonostante la fine che farà la marchesa non sia un segreto, Dumas é riuscito comunque a catturare la mia attenzione prima con il racconto dei suoi crimini, poi con quella dei suoi ultimi giorni in carcere e della sua esecuzione. L’aspetto più interessante è stato senza dubbio il fatto che si tratta di un documento molto dettagliato su quanto avvenisse realmente nel 1600 ad un nobile che veniva incarcerato e condannato a morte. Ciò che più mi ha colpito è stato rendermi conto di come il rispetto per il rango si mantenesse intatto nonostante la colpevolezza del condannato: la marchesa confessa la sua colpevolezza, viene condannata e nonostante ciò tutte le persone con cui viene a contatto, incluso il boia che eseguirà la condanna, la trattano con estrema e sincera reverenza, garantendole fino alla fine tutte le premure dovute ad una nobildonna.

E’ un racconto molto breve e che si legge velocemente: non è una lettura caratterizzata da una particolare suspense ma lo consiglio sia come lettura d’intrattenimento, sia se vi interessa il periodo storico e in particolare la vita nelle carceri. Mi rendo conto che non sia un tema molto allegro, però anche per i più impressionabili non c’è motivo di temere scene particolarmente crude.

Come sempre se avete letto questo libro fatemelo sapere e se conoscete la casa editrice fatemi sapere quali volumi dei Piccoli Mondi avete già collezionato.

Absence. Il gioco dei quattro, di Chiara Panzuti

Nessun luogo è davvero completo.
È una questione di dettagli.
Allungai le braccia davanti a me e avvicinai pollice e indice
di entrambe le mani, formando un rettangolo.
Click.

Buongiorno biblionauti, come avevo promesso mi sono fatta coraggio e in questo assolato pomeriggio di agosto mi accingo a scrivere la recensione di un libro di cui si è molto parlato intorno a maggio (periodo in cui l’ho effettivamente letto) ma che si è dimostrato una delle tante meteore della narrativa young adult, senza che creasse un vero e proprio fenomeno. Sto parlando di Absence, scritto da una giovanissima autrice italiana, Chiara Panzuti, e pubblicato dalla Fazi.

Era da parecchio che non mi dedicavo alla lettura di un romanzo appartenente a questa “categoria” che ha spesso tradito le mie aspettative a differenza della narrativa detta “middle grade” ovvero dedicata ad una fascia di lettori di età inferiore. Nonostante ciò, o forse proprio per questo, avevo voglia di fare un nuovo tentativo e mi sono buttata su questo libro (preso rigorosamente in biblioteca), attratta dalla copertina essenziale e un po’ dark e dal paragone con Hunger Games. Mi sono resa conto in realtà che, almeno per il mio parere personale, il libro non regge nessuna delle due definizioni.

La storia vede protagonisti quattro ragazzi (Faith, Jared, Scott e Christabel) che un giorno improvvisamente diventano invisibili, scomparendo sia fisicamente che dalla memoria dei loro cari. Attirati da un misterioso uomo in nero che gli consegnerà degli indizi, i quattro scopriranno di essere coinvolti in una caccia che li costringerà a lottare contro avversari sconosciuti per raggiungere per primi un “tesoro” che forse potrebbe far tornare tutto come prima.

Nel complesso la storia mi ha divertito e l’ho letta con piacere. Purtroppo ho trovato tanti aspetti del libro che non ho apprezzato: al di là dell’idea di base (che poteva essere interessante) c’è ben poca originalità sia dal punto di vista dello svolgersi degli eventi che nella descrizione dei personaggi e nell’evoluzione del loro rapporto, che parte in maniera davvero intrigante ma verso metà libro cade nella scontatezza più assoluta. Il parallelo con hunger games c’è ma mancano l’originalità e la spietatezza che caratterizzavano la trilogia della Collins: qui si parla tanto di lottare e rischiare la vita ma non c’è mai una situazione di vero pericolo per i protagonisti, tanto che a volte mi sono chiesta il senso di creare le varie scene di battaglia quando gli antagonisti per primi sembrano non avere alcun interesse a bloccare l’avanzata dei quattro protagonisti.

Infine due parole sul messaggio di fondo del romanzo: apprezzabile, veramente, il fatto che l’autrice abbia voluto andare oltre al banale racconto di una storia cercando di comunicare un messaggio ma è stato fatto secondo me nel modo sbagliato e col messaggio sbagliato. L’autrice infatti vuole farci riflettere su quanto la tecnologia ci stia alienando dal mondo che ci circonda e dai rapporti umani e dall’altra farci riflettere su quanto si possa risultare invisibili in senso metaforico a causa dell’esclusione da parte degli altri e del bullismo. Innanzitutto la cosa che ho trovato avere molto poco senso è il fatto che l’autrice sembra presentarci questi concetti come speculari, le cosiddette due facce della stessa medaglia, quando in realtà non hanno nulla a che fare l’uno con l’altro. Poi, vi dirò la verità, la storia della tecnologia alienante è un po’ un discorso da mio nonno in cariola: è uno stereotipo vecchio come il cucco. Il secondo messaggio posso capirlo  già di più se non fosse che viene ripetuto (come il precedente) ogni tre pagine e ribadendo fino alla nausea gli stessi concetti e le stesse motivazioni: dopo la prima volta, abbiamo capito, grazie!

Quindi in sostanza non credo consiglierei la lettura di questo romanzo più che altro perché, a parte farmi trascorrere qualche ora in serenità (che in realtà è comunque già qualcosa), non mi ha lasciato nulla, nemmeno la curiosità di sapere come proseguirà la storia.

Voi avete letto questo romanzo? Vi rivedete nelle mie impressioni o invece il libro è riuscito a conquistarvi? Fatemi sapere cosa ne pensate e vi dò appuntamento al prossimo post!

 

Chesapeake Bay, di Emiliano Gambelli

«Leroy devi credermi, la sera è davvero il momento migliore per fare una bella corsetta e cacciare via dal proprio corpo tutte le difficoltà della giornata!». Così mi ripete sempre da ventiquattro mesi a questa parte Andy, il mio nuovo collega, del mio nuovo lavoro, nella mia nuova città.

Virginia Beach, stato della Virginia. Leroy Holland ha resettato la sua vita dopo essere stato tradito dalle due persone a cui teneva di più: sono due anni infatti che la sua compagna Dana lo ha lasciato per il suo migliore amico, Robert. Città nuova, lavoro nuovo, amici nuovi, o forse sarebbe meglio dire amico, perché in due anni Leroy è riuscito a legare solo con Andy, un collega sovrappeso e amante delle camicie a fiori che lo trascina nelle sue improbabili iniziative per trovarsi un hobby, tra tornei di scacchi, corsi di balli caraibici e footing mattutino. I due si troveranno presto coinvolti, loro malgrado, in una vicenda molto più grande di loro e a peggiorare ancora di più la situazione, a Chesapeake Bay gira un serial killer.

Chesapeake Bay è un thriller surreale il cui punto di forza sta proprio in questa sua caratteristica: il romanzo è un susseguirsi di situazioni palesemente inverosimili e di dialoghi improbabili che, unite agli eventi in realtà drammatici, creano un effetto spassosissimo che in certi momenti mi ha ricordato molto film come Una notte da leoni, in cui la comicità si crea proprio dal contrasto tra la situazione drammatica e pericolosa e la goffaggine e l’ingenuità con cui i personaggi la affrontano.

I due personaggi principali sono persone qualsiasi: non sono detective o poliziotti e non sono nemmeno i “finti normali” di cui sono pieni i gialli, che nel momento del bisogno tirano fuori dal cassetto uno spirito d’osservazione e un sangue freddo degni del miglior Sherlock Holmes. Andy e Leroy sono invece dei veri “uno di noi”: il primo goffo e sfigatello, il secondo il classico tipo che pensa di essere anche abbastanza in gamba semplicemente perché non ha mai avuto veramente bisogno di dimostrarlo. E infatti appena la situazione precipita è il primo a perdere il controllo: durante la lettura non ho mai smesso di chiedermi come i due sarebbero usciti dal casino in cui vanno ad infilarsi, visto che ogni volta che elaborano una strategia per risolvere un problema, finiscono irrimediabilmente per peggiorare la situazione.

Come avrete probabilmente capito, il romanzo mi ha divertito molto, forse proprio per il fatto che non si tratta del classico thriller che si prende troppo sul serio ma anzi, fa dell’ironia un ingrediente fondamentale. Proprio come mi capita invece regolarmente con i thriller, anche questa volta non sono stata completamente convinta dal colpo di scena finale: ormai inizio a pensare di avere un problema io con questo genere perché mi rendo conto di essere davvero incontentabile! Nel complesso, Chesapeake Bay si è rivelata una lettura molto piacevole, divertente e diversa dal solito, confermandomi per l’ennesima volta quanto le piccole case editrici italiane si stiano dando da fare per proporre cose nuove e interessanti.

Copia-saggio ricevuta dall’autore

La pioggia prima che cada, di Jonathan Coe

“Sai, Thea, non esiste una cosa come la pioggia prima che cada. Deve cadere, altrimenti non è pioggia”.
Era un principio stupido su cui insistere con una bambina, e mi pentii di aver cominciato. Ma Thea sembrava non avere alcuna difficoltà ad afferrarlo, semmai il contrario – perché dopo qualche minuto mi guardò e scosse la testa con aria di commiserazione, come se stesse mettendo a dura prova la sua pazienza dover discutere di questioni del genere con una ritardata.
“Certo che non esiste una cosa così,” disse. “È proprio per questo che è la mia preferita. Qualcosa può ben farti felice, no? Anche se non è reale.”

Le conseguenze dell’amore negato.
É la prima frase che mi è venuta in mente a romanzo concluso e credo che racchiuda pienamente il significato che ha avuto per me questa storia che parla di donne, di ricordi, di colpe terribili e di tentativi di redenzione. La vicenda si dipana attraverso tutta la seconda metà del 900 e viene narrata mediante un espediente narrativo interessante: la voce narrante del romanzo è Rosamond, una donna che poco prima di morire ha registrato una serie di audiocassette nelle quali – attraverso la descrizione di venti fotografie e la narrazione dei ricordi che si nascondono dietro di esse – racconta la sua vita e quella di altre tre donne, dallo scoppio della seconda guerra mondiale ai giorni nostri.
Veniamo così a conoscenza della storia di Beatrix, di sua figlia Thea e di sua nipote Imogean e delle vicende dolorose e terribili che hanno segnato le loro vite. Imogean è proprio la destinataria finale di queste cassette, ed è compito di Gill, nipote di Rosamond, rintracciarla e consegnarle la sua parte di eredità, nonostante la ragazza sia scomparsa e Gill ne abbia solo il fugace ricordo di una ragazzina bionda e cieca conosciuta molto tempo prima durante la festa dei cinquant’anni di zia Rosamond: dopo molte ricerche, però, Imogean non si trova e così Gill e le sue figlie decidono di ascoltare le cassette per cercare di recuperarvi qualche indizio.

Le venti fotografie vengono descritte da Rosamond in modo estremamente dettagliato, così da permettere a Imogean di visualizzarle nella sua mente, non potendole osservare con i suoi occhi, e spaziano dall’infanzia della donna – quando bimba sola e spaventata fu mandata in campagna dagli zii per sfuggire alle bombe della seconda guerra mondiale e conobbe sua cugina Beatrix, che segnò la sua esistenza per il resto della vita – fino ai suoi ultimi momenti di vita, quando si accomiata dalla sua ascoltatrice per lasciare infine questo mondo.

Ci sono tanti tipi di amore negato in questo romanzo: tra madri e figlie, tra compagne di vita, tra amiche o presunte tali, tra donne che vorrebbero colmare un vuoto e a cui invece questa possibilità viene negata. Tutte queste forme di non-amore portano con se enormi conseguenze che andranno ad influenzare tutti gli avvenimenti e tutte le scelte messe in atto dai personaggi. La pioggia prima che cada è quindi anche e forse soprattutto un romanzo sull’ineluttabilità del destino, un destino che io ho però percepito più come conseguenza naturale delle azioni che compiamo e delle circostanze in cui ci troviamo a vivere piuttosto che come disegno predeterminato scritto chissà da chi.

Fa male vedere come nonostante tutto l’impegno, certe situazioni non si possano modificare e fa male ancora di più ritrovarsi impotenti di fronte alla caduta e all’allontanamento delle persone che si amano. Si tratta senza dubbio di una lettura emotivamente impegnativa, ma lo stile di Coe riesce a renderla fluida e mai gratuitamente dolorosa, facendoci sentire partecipi del clima di malinconia e nostalgia di “ciò che avrebbe potuto essere se…”, ma allo stesso tempo senza mai risultare eccessivamente straziante.

Il Cormorano di Stephen Gregory con intervista alla traduttrice

La cassa arrivò al cottage alle cinque del pomeriggio. Due uomini la trasportarono nel piccolo soggiorno, la posarono davanti al fuoco, rimontarono sul furgone e se ne andarono. Per le successive quattro ore la lasciai lì e continuai a lavorare alla scrivania. Ravvivai il fuoco con il carbone e i ciocchi di abete rosso tagliati di fresco, quindi preparai la cena e ne lasciai un po’ in caldo per quando mia moglie sarebbe tornata dal lavoro in paese. Fuori si fece buio e una pioggia sottile cominciò a picchiettare contro le finestre. Il vento si alzò e agitò le fronde degli alberi nel bosco. Era ottobre. Sentivo i tonfi del torrente al limitare del giardino, un suono rassicurante che faceva da sottofondo all’esplosivo crepitio dei ciocchi, al lamento del legno bagnato nel crescente calore del fuoco. Una cortina di acquerugiola nascose le montagne, che si dissolsero nel cielo e scomparvero dal panorama del paese come se non fossero mai esistite. Lavorai ancora un po’, poi cenai. La cassa rimase silenziosa sul tappeto, davanti al camino.

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Ci sono volte in cui parlare di un libro diventa una vera e propria sfida, a volte perché l’oggetto della recensione è difficilmente descrivibile con formule più elaborate di “è una porcheria, lasciate perdere”, altre volte per il motivo opposto, perché ci sono romanzi talmente grandiosi che non esiste recensione che possa rendergli davvero merito (o almeno nulla che possa scrivere io). C’è poi un terzo caso, in cui il romanzo di cui sto per  parlarvi rientra pienamente, ovvero quelle storie talmente particolari per cui con una parola di troppo si rischia di rovinare il piacere della scoperta mentre con una parola in meno si finisce per banalizzare eccessivamente. Io comunque ci provo.

Cominciamo con una premessa d’obbligo: un po’ ovunque (social, blog, ecc.) questo romanzo viene classificato come horror. Io sono notoriamente una fifona della peggior specie e questa definizione mi aveva portato a scartare il libro quando ne avevo sentito parlare per la prima volta alcuni mesi fa, nonostante la trama mi intrigasse. Fortunatamente tramite aNobii, che è sempre fonte di interessanti incontri, ho conosciuto una delle traduttrici (la quale ha anche accettato di rispondere ad un paio di domande che trovate sotto) che ha organizzato un gruppo di lettura e mi ha convinto a leggerlo superando la mia reticenza.

Quando una giovane coppia si trasferisce nel Galles con il figlio piccolo, nel cottage ereditato da uno zio defunto, si ritrova a dover accettare un accordo davvero particolare: l’abitazione e il denaro che compongono l’eredità potranno appartenergli solo se accetteranno di accogliere come un animale domestico un cormorano che lo zio aveva tempo addietro salvato da morte certa. Nonostante la peculiarità del compito e l’aggressività mostrata fin da subito dall’animale, i due decidono di accettare la clausola ma con il passare del tempo il cormorano inizia a mostra un comportamento strano che va al di là del suo brutto carattere.

Se dovessi scegliere un aggettivo con cui descrivere questo romanzo lo definirei senza alcuna esitazione equivoco e credo che questa caratteristica sia ciò che lo rende così particolare. Purtroppo mi è davvero impossibile dire anche una sola parola in più sulla trama perché il bello qui sta proprio in ciò che non deve essere raccontato: l’atmosfera che l’autore riesce a costruire, infatti, è tale che ci si ritrova in ogni momento a dubitare delle proprie capacità di intendere quello che stiamo leggendo. Ad una lettura asettica, infatti, sembra di trovarsi semplicemente di fronte alle inevitabili conseguenze della convivenza con un animale aggressivo, mentre piccoli dettagli, avvenimenti inquietanti, comportamenti per lo meno peculiari del cormorano e degli altri personaggi, portano ad avere costantemente la sensazione che ci sia qualcosa di più, qualcosa che ci sfugge ma che a conti fatti non sta girando per il verso giusto.

Ci sono un paio di scene abbastanza pesanti che riescono pienamente nel loro intento disturbante: nonostante questo, forse il fatto che sono molto lontane l’una dall’altra (la prima è proprio all’inizio del romanzo, la seconda nella parte finale) o che sono effettivamente gli unici due episodi “forti”, riescono a non essere fuori luogo ma anzi ad accrescere il senso di inquietudine e di smarrimento del lettore che fin dall’inizio della storia si trova a scivolare, lentamente ma senza riuscire mai a fermare la caduta, verso l’inevitabile conclusione della quale tutto nel romanzo – col senno di poi – acquisisce i tratti del presagio.

Con una scrittura limpida e ricca di fascino (le descrizioni dei paesaggi in cui il romanzo è ambientato sono meravigliose e poetiche, il concatenarsi degli eventi ipnotico) Stephen Gregory ci cattura in un istante ed è impossibile non restare completamente invischiati nella sua trama.


E adesso vi lascio la mia breve intervista a Monica Pezzella: vi consiglio di leggerla perché le sue risposte sono davvero molto interessanti e riguardano non solo il romanzo in sé ma anche il processo di traduzione e di scouting, sul quale personalmente avevo molte curiosità non essendo per nulla un’esperta.

Il fascino di questo romanzo sta in ciò che rimane “non detto” e nell’atmosfera sempre più inquietante in cui si svolgono gli eventi. Com’è stato il lavoro di traduzione?

In genere il traduttore traduce un testo assegnatogli dell’editore. In questo caso ho avuto la fortuna di tradurre un romanzo che ho scelto ed è così che ho vissuto questa esperienza di traduzione: come un privilegio. Ho lavorato con uno stile che ammiravo e che volevo fortemente restituire al meglio: semplice e raffinato e allo stesso tempo audace, quasi spudorato; era indispensabile preservare queste peculiarità della scrittura per ricreare un immaginario che confonde i luoghi oscuri della mente e le suggestive fotografie di un Galles seducente e spettrale. Alla traduzione segue la revisione operata dal redattore in casa editrice: il rischio è quello di cedere alla tentazione di andare incontro a presunti (sottolineo presunti) gusti dei lettori. Se si cerca, infelicemente, di prevedere una tendenza dominante nel gusto del pubblico, si rischia di etichettare lo stile di Gregory come morboso (mi riferisco alla spudoratezza della lingua) o addirittura pesante; se si cerca, altrettanto infelicemente, di “andare incontro” alle esigente di questo inafferrabile pubblico, il rischio è quello di snaturare l’opera. Mi sono imposta di non farlo. Ed è stato bello scoprire che i lettori hanno apprezzato proprio quelle peculiarità della scrittura e della simbologia di Gregory che si temeva potessero essere percepite come “morbose e ridondanti”.

Oltre ad essere la traduttrice sei stata anche la persona che ha scoperto e portato in Italia “Il Cormorano”. Come ti è capitato tra le mani?

“Il cormorano”, pubblicato nel Regno Unito nel 1986, ha ispirato un film per la tv, The Cormorant (1993), diretto da Peter Markham, con Ralph Fiennes nel ruolo del protagonista e un meraviglioso cormorano nel ruolo di Archie. Ho visto prima il film, che purtroppo non è mai stato prodotto in Italia, e così ho conosciuto il libro, la prosa di Stephen Gregory e i suoi scenari psicologici e paesaggistici. Mi sono detta: sono passati trent’anni dalla pubblicazione ma, fosse anche l’ultima cosa che faccio, questo romanzo lo porto nel mio Paese. Da lì sono iniziati i tre anni di lavoro ininterrotto alla ricerca di un editore italiano.

Personalmente non conosco bene il procedimento di scouting di un libro. Come funziona: trovi un romanzo che pensi possa funzionare e inizi a “fare il giro” delle case editrici? E qual è stata la tua esperienza con questo romanzo?

Il processo di scouting funziona esattamente così: se un romanzo ancora inedito in Italia o i cui diritti di traduzione sono scaduti ti colpisce, ti tocca “fare il giro” delle case editrici. In questa fase il traduttore-scout si trasforma in un ibrido di ufficio diritti, ufficio stampa, agente di sé stesso e dell’opera. Si comincia, appunto, con l’assicurarsi che i diritti del libro siano liberi per l’Italia (lo si fa entrando in contatto con l’ufficio diritti dell’editore del Paese d’origine o con l’agente dell’autore). Nel caso del Cormorano, trattandosi di un romanzo di trent’anni fa riedito da più editori nel corso del tempo, è stato un processo inizialmente farraginoso, poi paradossalmente e inaspettatamente emozionante, perché mi ha portato a entrare in contatto con l’autore, Stephen Gregory, una persona speciale (uno scrittore di quelli che si pensa siano inarrivabili e che si scopre poi essere di un’umiltà sconcertante) con cui mai e poi mai avrei pensato di poter scambiare “quattro chiacchiere”. La fase più bella del processo di scouting è stata questa. Sul fronte italiano, purtroppo, è stato molto meno emozionante e gratificante. Destare l’interesse degli editori per un romanzo – a loro dire – “vecchio” non è facile; destare l’interesse degli editori per un romanzo – a loro dire – “di genere” non è facile; se questo genere è l’horror, è quasi un miraggio. Eppure, dopo tre anni passati a inviare la scheda editoriale del romanzo (una breve descrizione per presentare l’opera all’editore), il miraggio si è concretizzato. Il mio obiettivo – che temo di aver raggiunto solo in parte, a giudicare dalle modalità con cui è poi stato divulgato il libro – era superare l’etichetta di “genere”, che si tende tristemente ad appiccicare a un’opera per buttare sul mercato un prodotto che sia ben definito e “acchiappi” il fantomatico prototipo del “lettore”. Con la Elliot, che ha investito in questo progetto di traduzione, ho cercato di portare in Italia un autore che è riuscito a restituire all’horror la dignità e lo spessore lettario che l’horror sembra destinato a non dover avere: colpa delle logiche di mercato che hanno la presunzione di conoscere e prevedere i gusti di un amalgama di lettori ritenuti, in massa, limitatamente capaci di capire la letteratura. Il lettore, invece e per fortuna, sceglie e capisce e seleziona secondo il proprio gusto, che è assolutamente imprevedibile, com’è sacrosanto che sia.

E infine qualche suggerimento letterario: ci sono altri libri ancora non tradotti in italiano che ritieni possano meritare una maggiore attenzione?

Tengo molto a quest’autore, che è ancora tutto da scoprire e ha un immaginario singolare: riesce a indagare, direi con elegante e raffinata sfrontatezza, le alterazioni della mente umana. È perdipiù un degno rappresentante della letteratura gallese, quasi assente dagli scaffali delle nostre librerie. Il cormorano è stato il suo esordio letterario nel Regno Unito. Restano ben altri sei romanzi ancora inediti qui da noi ma già apprezzati in molti altri Paesi, compresi gli Stati Uniti. L’ultimo, Plague of Gulls, è di recentissima pubblicazione. Mi piacerebbe tradurre o che venisse tradotto l’intero repertorio di Stephen Gregory. E in ogni caso lo consiglio ai lettori, anche in lingua originale.

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Grazie davvero a Monica per essersi prestata a rispondere alle mie curiosità, spero che il post di oggi vi sia piaciuto e vi consiglio vivamente di leggere questo romanzo. Io intanto vado a caccia di quelli da lei consigliati nell’ultima risposta!

I dolori della giovane libraia di Laura Mango

Oggi finalmente riesco a parlarvi di un libro particolare perché scritto da una persona che seguo fedelmente ormai da parecchi anni e il cui blog è assolutamente in cima non solo alle mie preferenze, ma anche alle mie fonti di ispirazione come blogger. Sto parlando del blog I dolori della giovane libraia, che se per caso ancora non conoscete vi consiglio di andare a visitare immediatamente!
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Inizialmente questo libro avrebbe voluto essere una segnalazione da inserire nella mia derelitta rubrica delle novità editoriali (si, ce l’ho pure io! E’ quella con tre post in croce e che non aggiorno mai). Poi come sempre, visto che sono gravemente allergica ai post-segnalazione e che in ogni caso mi sarebbe piaciuto leggerlo, ho preferito aspettare il momento propizio per parlarvene meglio e quindi eccomi qua!

Le vignette racchiuse nel libro sono una selezione di alcune tra le più divertenti pubblicate sul blog di Laura e nonostante io difficilmente mi perda i suoi post della domenica, alcune non le avevo mai lette, mentre altre è stato davvero un piacere ritrovarle: ad esempio, vogliamo parlare della stupenda versione fumettistica dei capolavori del trash letterario “Tre metri sopra il cielo” oppure delle Cinquanta Sfumature (che io naturalmente ho letto solo in questa versione e sono sicura di averci guadagnato)? Ma non vi preoccupate perché anche se siete fan delle suddette opere potrete farvi comunque due risate perché il bello dei fumetti – e più in generale del blog – di Laura è la totale assenza di supponenza o di snobismo: con lei si ride, si riflette, si scoprono libri interessanti ma senza mai sentirsi giudicati personalmente e questa è qualcosa di raro in un periodo in cui il cinismo è ormai diventato lo strumento acchiappa visualizzazioni per eccellenza.

Lo stesso discorso vale anche per tutte le vignette che raccontano in modo ironico e divertente le sue (dis)avventure di libraia (che rappresentano il soggetto della maggior parte dei fumetti) la quale – come tutte le persone che lavorano a contatto con il pubblico – si trova spesso in situazioni al limite del surreale: richieste impossibili, nomi storpiati, pretese senza senso… il tutto raccontato in un modo tale che non potrà che farvi ridere.

Non vi spoilero nulla: se volete farvi due risate o fare un regalo azzeccatissimo ad un amico lettore (che potrà immedesimarsi e condividere i dolori della povera libraia) questo libro è perfetto. Inoltre andate subito a seguire il blog di Laura che è stata così carina da mandarci un salutino! 😉

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Fangirl di Rainbow Rowell

C’era un ragazzo, nella sua stanza.
Cath controllò prima il numero dipinto sulla porta, poi quello che le era stato assegnato, scritto sul foglio che teneva in mano.
Pound Hall, 913.

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È ormai più di una settimana che sto rimandando la pubblicazione di questo post ma ormai è ora che mi decida ad affrontarne le conseguenze. Mi tolgo subito il dente: questo libro non mi è piaciuto. E il problema non sta assolutamente in un pregiudizio verso i romanzi etichettati come Young Adult (anche se si, effettivamente ne sono affetta) ma nel fatto che a mio parere in questo libro manca qualcosa che avrebbe davvero potuto renderlo uno di quelli che, in mezzo agli altri, fanno la differenza.

Iniziamo con una rassicurazione: “Fangirl” non è un libro stupido e non è mal scritto. Non rientra nemmeno nel filone dei romanzi adolescenziali pieni di ormoni, di metafore prive di senso e di “maschi alfa” che spacciano lo stalking per gelosia. Forse stiamo finalmente andando oltre, speriamo.

La storia strizza l’occhio alla moda del momento, le FanFiction, e ci porta nella vita di Cath, un’adolescente timida e insicura, autrice della più famosa fanfiction su Simon Snow, personaggio letterario protagonista di una saga di libri e film di enorme successo (in pratica l’alter ego di Harry Potter). All’inizio della storia Cath si trasferisce all’università con la sorella gemella Wren e lì si troverà a dover affrontare le sue insicurezze e a crescere sia come persona sia nelle proprie aspirazioni da scrittrice.

La prima pecca del romanzo, secondo me, sta nell’aver reso la protagonista immatura in maniera davvero sproporzionata per la sua età. Cath ha infatti comportamenti tipici di una ragazzina di 14/15 anni, specialmente per quanto riguarda il rapporto con i ragazzi con i quali non solo è inesperta ma addirittura non prova per loro alcun interesse! Allora, capiamoci: a diciannove anni puoi essere timida e insicura quanto ti pare, anch’io lo sono sempre stata, ma i ragazzi li guardi. Eccome se li guardi! A diciannove anni anche se lo tieni nascosto perché non hai il coraggio di farti avanti ti innamori di continuo: del tizio che prende l’autobus alla tua stessa fermata, di quello della classe di fianco alla tua che non ti si filerà mai di pezza perché le ha tutte dietro, del bagnino dei Bagni Mareblù che avrà trent’anni e figurati se sta a guardare me… a diciannove anni è tutto così e più si è timidi più diventa estenuante. Cath i ragazzi nemmeno li guarda, quasi quasi le fa anche un po’ senso l’idea di baciare qualcuno… no, a diciannove anni non è possibile.

La seconda sproporzione del libro è quella che si crea attorno all’attenzione e all’approfondimento che viene dato agli eventi: ci sono pagine e pagine (per me noiosissime) incentrate sulle insicurezze di Cath, sulle sue milioni di seghe mentali, una tiritera infinita su Simon Snow e poi le parti più interessanti e che avrebbero davvero potuto rendere il romanzo l’occasione per parlare in maniera approfondita della sua famiglia e del suo rapporto con padre, madre e sorella (che poi, senza fare troppi spoiler, è il vero fulcro della vicenda, la ragione per cui Cath è così) sono trattate in modo nettamente più superficiale e restano a fare da contorno alla storiella d’amore e a questo benedetto Simon Snow. Peccato perché dall’altra parte c’è secondo me un’autrice che sa raccontare bene e che forse avrebbe dovuto osare un po’ di più e non cercare il facile consenso riducendo a mero sfondo aspetti che avrebbero permesso un migliore approfondimento dei personaggi (anche se poi è stata la strategia vincente, visto quanto ha venduto, quindi forse ha ragione lei).

Con questo non voglio dire che il romanzo sia privo di aspetti positivi: è divertente, i dialoghi sono credibili e i personaggi, per quanto abbastanza stereotipati, sono comunque piacevoli. Però la lettura è stata lentissima e gli aspetti che ho indicato prima mi hanno fatto mancare quel qualcosa in più che distingue un libro nella media ma dimenticabile da un libro interessante e che rimane impresso.

Infine non ho davvero capito perché ad un certo punto del romanzo venga nominata la saga di Harry Potter… abbiamo un “romanzo nel romanzo” che chiaramente è un alter ego di Harry Potter, mi aspetto che non esista un Harry Potter nella realtà di “Fangirl”, o meglio, che “Simon Snow” SIA Harry Potter. E invece no, ad un certo punto viene citato e il mio cervello è andato in blocco del sistema tipo i residenti di Westworld.

Piccole Donne di Louisa May Alcott

“Natale non è Natale senza regali”, si lamentò Jo, sdraiata sulla coperta.
“È così spiacevole essere poveri!” sospirò Meg, abbassando lo sguardo sul suo vecchio vestito.
“Non è giusto che alcune bambine possano avere tutto ciò che desiderano e altre non abbiano niente”, aggiunse la piccola Amy, tirando su con il naso con aria offesa.
“Ma abbiamo il papà e la mamma, e la compagnia una dell’altra”, disse Beth compiaciuta dal suo angolo.

Risultati immagini per louisa may alcott newton comptonRimpiango con tutto il cuore di non aver letto “Piccole Donne” da ragazzina ma di aver atteso i 31 anni per incontrare per la prima volta Meg, Jo, Beth e Amy. Se infatti sono certa, conoscendo la presa che i romanzi dei buoni sentimenti avevano su di me, che a 8/10 anni avrei perso la testa per le piccole donne, oggi mi ritrovo divisa a metà tra l’aver apprezzato una storia piacevole e personaggi a cui non ho potuto non affezionarmi, e il non aver sopportato la pesantezza davvero eccessiva data dal fortissimo moralismo che permea le pagine del romanzo.

Non credo ci sia bisogno di raccontarvi la trama: il romanzo è ambientato durante la guerra di Secessione e narra la vita delle sorelle March, quattro sorelle dalle personalità molto diverse che vedremo giocare, litigare, stringere amicizie e vivere delusioni. Insomma, crescere. La guerra nel romanzo è presente solo come sfondo lontano: è la causa dell’assenza del padre e di conseguenza della crisi della loro situazione economica, ma rimane appunto un’eco lontana, mentre la vita delle donne, dei bambini e degli anziani prosegue nella costante attesa di notizie da parte dei combattenti.

Purtroppo il romanzo, a causa del fatto che fu richiesto alla Alcott di scrivere un libro per ragazze che potesse diventare un grande successo, è permeato da una fortissima morale che insiste molto su aspetti come la morigeratezza, l’umiltà, il decoro, come si addiceva all’educazione delle future donne della seconda metà dell’800. Il risultato è che oggi queste parti risultano molto pesanti ed è solo la vivacità delle avventure quotidiane delle sorelle – specialmente del carattere spumeggiante di Jo – che permette di andare oltre le onnipresenti lezioncine bacchettone e di chiudere un occhio verso una certa irrealisticità (è italiano?) che a volte colpisce i personaggi, specialmente quando vengono costretti a pronunciare discorsetti morali che risultano, al lettore di oggi, forzati e poco spontanei.

Nonostante questo aspetto, quindi, la lettura è stata comunque un’esperienza appassionante: mi sono affezionata ai personaggi e ho voglia di rincontrarli, quindi è certo che leggeró anche gli altri romanzi che li riguardano. Mi piacerebbe vedere anche la trasposizione cinematografica con Winona Ryder; chissà, magari nei prossimi giorni faccio anch’io un “libro vs. film”.