‘La Compagnia della Triste Ventura’ di Angelica Elisa Moranelli

‘La Compagnia della Triste Ventura’ di Angelica Elisa Moranelli

Cosa vi succede se pronuncio la parola “autopubblicato”? Vi vengono le pustole? Siete assaliti da un’improvvisa nostalgia per le care virgole e gli amati congiuntivi? La testa vi si riempie di copertine improbabili, con addominali maschili che sfumano su un mare notturno conducendovi alla pazzia? Vi capisco perché succede anche a me, ma sappiate che ho una medicina per il “mal da self” e questa medicina si chiama Armonia di Pietragrigia.

Art by Stanislav V. Plutenko

La Compagnia della Triste Ventura è il primo volume di una saga (pentalogia per l’esattezza e l’ultimo volume è in fase di pubblicazione) fantasy per ragazzi che segue le avventure di Armonia, una quattordicenne annoiata e stufa marcia della sua banale e fin troppo tranquilla quotidianità nella città di Prugnasecca. Quando improvvisamente la sua vita viene messa in pericolo da una coppia di fattucchiere piuttosto imbranate, Armonia scopre di appartenere ad un altro mondo, il magico regno di Flavoria, di essere destinata a grandi cose ma soprattutto di essere inseguita da due temibili nemici.

La Compagnia della Triste Ventura possiede tutti gli ingredienti della migliore narrativa fantasy per ragazzi: innanzitutto ci sono i personaggi, bizzarri e dai nomi buffi che si rendono protagonisti di siparietti davvero esilaranti. Poi c’è il ritmo incalzante: ogni capitolo si conclude con un colpo di scena, non c’è proprio possibilità di annoiarsi, e le avventure sono una più appassionante dell’altra. È davvero impossibile non farsi trascinare dagli eventi e soprattutto non rimanere affascinanti dal worldbuilding (pure i termini tecnici) di questo romanzo: il mondo di Flavoria è ricchissimo di ambientazioni dettagliate e particolari, c’è davvero una cura per la costruzione dell’ambientazione che rende ogni luogo descritto dall’autrice ricco di dettagli, proprio come accade con i personaggi. Questi sono infatti uno dei punti forti della storia: pur essendo tanti è impossibile perdersi dei pezzi o fare confusione perché ciascuno di loro ha una propria personalità e una propria “voce” ben definita. Sono strani, simpatici (i dialoghi mi hanno divertito moltissimo) e memorabili.

Trattandosi di un self, poi, non posso non rendere merito al bellissimo lavoro “tecnico” fatto dietro a questo libro: editing, impaginazione, veste grafica, tutto è perfetto e professionale, niente “raffazzonate” (come direbbe mia nonna), nessuna improvvisazione. Questo è un LIBRO, vero, pronto per essere esposto sullo scaffale di una libreria e sì, ammetto che non me lo aspettavo, avendo finora avuto quasi sempre una pessima esperienza con il self-publishing.

E se queste sono le premesse, il mio viaggio a Flavoria si prospetta entusiasmante!

 

‘Un infausto inizio’ di Lemony Snicket

‘Un infausto inizio’ di Lemony Snicket

If you are interested in stories with happy endings, you would be better off reading some other book.

The Bad Beginning, by Karl James Mountford (Instagram: @karljmountford)

Un infausto inizio (o The Bad Beginning in originale) racconta, come dice il titolo, l’inizio delle disgraziate avventure dei fratelli Baudelaire: Violet, la maggiore, ha la passione per le invenzioni e la caratteristica di legare i suoi lunghi capelli quando sta elaborando una delle sue idee geniali. Klaus è un appassionato lettore, conosce un sacco di cose ed è un gran pensatore. Infine c’è Sunny, ancora troppo piccola ma non priva di una sua caratteristica peculiare: con i suoi dentini affilati sa farsi rispettare ed è una gran chiacchierona, sebbene nessuno ancora capisca quello che dice. Quando i tre fratelli restano improvvisamente orfani a causa di un inspiegabile incendio che ha distrutto la loro casa, vengono spediti da un misterioso parente, il Conte Olaf, che si dimostra subito intenzionato ad impossessarsi della loro enorme fortuna. Andati a vuoto tutti i tentativi di cercare aiuto dagli adulti, che non daranno mai loro ascolto, i giovani Baudelaire dovranno sfoderare tutte le loro abilità per poter battere la malvagia furbizia del Conte e sfuggire alle sue grinfie.

L’intera vicenda è narrata da Lemony Snicket, che si può a pieno titolo considerare il quinto protagonista di questa storia e che rappresenta anche la ragione primaria dell’unicità della serie: la voce di Lemony ci accompagna commentando con uno humour nero tutto particolare le avventure dei Baudelaire e ci ricorda sempre, anche quando crediamo che finalmente la sorte stia per mostrare un po’ di benevolenza per i piccoli orfani, che le loro disgrazie non sono finite. La genialità di questo libro sta infatti nell’affrontare con i ragazzi temi che generalmente sono considerati tabù dagli adulti, che ci si sforza in tutti i modi di escludere dalla vita dei bambini, ottenendo soltanto di non prepararli mai a ciò che la vita potrebbe presentare loro: in questo libro si parla di dolore, di solitudine, di paura, della morte e questi argomenti sono trattati in modo naturale, leggero e pienamente in linea con lo scopo della serie, cioè divertire portando però dei contenuti molto importanti.

It is useless for me to describe to you how terrible Violet, Klaus, and even Sunny felt in the time that followed. If you have ever lost someone very important to you, then you already know how it feels, and if you haven’t, you cannot possibly imagine it.

“The Bad Beginning, or Orphans!” Art by Brett Helquist

Ho apprezzato moltissimo anche l’assenza di stereotipi che caratterizza questo romanzo: è Violet, una ragazza, ad essere l’inventrice e l’appassionata di meccanica. Klaus porta gli occhiali e ama i libri ma è tutto tranne che un secchione sfigato (e senza di lui le cose si sarebbero messe molto male). Infine, un aspetto che mi ha riempito di entusiasmo è il fatto che leggendo questi libri si arricchisce veramente il proprio vocabolario e la propria conoscenza. Ad esempio, riconoscerete subito un bambino che ha letto Una serie di sfortunati eventi perché sarà in grado di spiegarvi il significato dell’espressione latina “in loco parentis” e questo aspetto si rivela utilissimo anche per noi lettori più adulti che ci approcciamo alla serie in lingua originale, come ho fatto io, perché ci insegna moltissimi nuovi vocaboli senza nemmeno doversi scomodare per sfogliare il dizionario.

In the time since the Baudelaire parents’ death, most of the Baudelaire orphans’ friends had fallen by the wayside, an expression wich here means “they stopped calling, writing, and stopping by to see any of the Baudelaires, making them lonely”. You and I, of course, would never do this to any of our grieving acquaintances, but it is a sad truth that when someone has lost a loved one, friends sometimes avoid the person, just when the presence of friends is most needed.

The Bad Beginning è l’avvio di una saga che ha tutte le carte in regola per entrare nella mia classifica dei romanzi del cuore e nei prossimi mesi mi dedicherò alla lettura dei volumi successivi.

UN INCANTEVOLE APRILE, Elizabeth Von Arnim

UN INCANTEVOLE APRILE, Elizabeth Von Arnim

Buongiorno a tutti lettori, in queste giornate ormai fredde e in cui ci avviciniamo inesorabilmente all’inverno vi porto il mio parere su un romanzo pieno di colori e di profumi, un vero e proprio trionfo della primavera. 

La storia ha inizio in una piovosa giornata londinese quando Mrs Wilkins scorge sul giornale l’annuncio per l’affitto di un castello in Liguria durante il mese di Aprile: consapevole di non potersi permettere la cifra richiesta si unisce ad altre tre donne (Mrs Arbuthnot, Mrs Fisher e Lady Caroline) per dividere la somma e trascorrere un mese di vacanza lontano da tutti. Ciascuna di loro parte per fuggire da qualcuno o da qualcosa con la speranza di potersi riposare e dimenticare per un po’ i propri crucci.

Innanzitutto mi aspettavo qualcosa di completamente diverso: credevo di trovare un vero e proprio viaggio per la Liguria mentre le quattro protagoniste trascorrono l’intero mese chiuse nel castello. Pensavo inoltre di trovarmi di fronte ad un romanzo alla Jane Austen, con amori, pettegolezzi e avventure sentimentali condite con un po’ di ironia mentre la maggior parte del romanzo è utilizzata per descrivere le incomprensioni tra le protagoniste e a farci assistere prevalentemente alle loro lamentele: per un po’ è anche piacevole, quando però si arriva a pagina 150 e ancora nulla è cambiato è diventato un po’ fastidioso.

Fortunatamente da pagina 200 in poi comincia ad accadere qualcosa e l’evoluzione degli eventi, nonostante fossero tutti estremamente prevedibili, è stata comunque piacevole. L’aspetto che in realtà non ho apprezzato particolarmente è stata l’atmosfera un po’ troppo perfetta: tutto accade esattamente nel momento giusto e nel modo giusto, e anche l’aura paradisiaca in cui è immerso il castello e il suo potere quasi magico di portare amore – che è un po’ il tema ricorrente del romanzo – è un po’ troppo per il mio animo cinico e completamente refrattario ad ogni romanticismo.

In ogni caso non pensiate di trovarvi di fronte un romanzetto rosa da quattro soldi: lo stile della Von Arnim è davvero curato e affascinante, le descrizioni dell’ambientazione (il castello, il giardino, i giochi di luce) sono incantevoli e il romanzo meriterebbe la lettura solo per godere appieno delle splendide immagini che contiene. Sono certa che darò un’altra possibilità a questa autrice, sperando che la prossima volta mi capiti di incontrare dei personaggi un po’ più nelle mie corde.

Castello Brown di Portofino (Frank Fox, 1918) – Fonte: wikipedia
Roverandom, di J.R.R. Tolkien

Roverandom, di J.R.R. Tolkien

Bentornati sul blog, cari booklovers, siete pronti per immergervi in una storia magica nel più classico dei suoi significati? Non so se avete mai sentito parlare di Roverandom, una vera e propria fiaba fantasy con un protagonista insolito (un cagnolino) che affronterà mille fantastiche avventure per riuscire a liberarsi dell’incantesimo dello stregone Artaserse, che lo trasforma in un giocattolo per vendicarsi di un morso ai pantaloni. 

Il cagnolino Rover, ribattezzato Roverandom (un gioco di parole tra Rover=girovago e Random=a caso) per distinguerlo dai suoi alter ego che incontrerà negli strani mondi che saranno meta del suo girovagare, viaggerà fino alla luna in groppa ad un gabbiano dove conoscerà l’uomo-della-luna e fuggirà dalle pericolose creature che la abitano. Poi finirà in fondo all’oceano alla corte del re del mare, incontrerà sirene e fate, balene amichevoli e pericolosi serpenti marini.

Grazie all’aiuto di tanti amici che conoscerà durante le sue esplorazioni, tra cui uno stregone non particolarmente entusiasta del caratteraccio di Artaserse, Rover riuscirà a tornare a casa, ma come potrà riprendere le sue vere sembianze?

Questa fiaba davvero deliziosa, inventata da Tolkien per consolare il proprio figlio dopo la perdita del giocattolo preferito – un cagnolino di legno abbandonato sulla spiaggia, proprio come accade a Roverandom – è un viaggio fatato e avventuroso, che potrebbe essere perfetto come favola della buonanotte perché è un racconto avventuroso ma che infonde molta calma, a volte divertente e nel quale vengono descritti luoghi e creature così meravigliose che sicuramente popolerebbero i sogni di qualunque bambino.

Zeferina, di Riccardo Coltri

Zeferina, di Riccardo Coltri

Zeferina è stato fino a quest’estate il più vecchio “non letto” della mia libreria: non credo di esagerare se dico che potrei averlo da sette/otto anni, scambiato su aNobii durante il mio “periodo fantasy” in cui praticamente leggevo solo questo genere. Poi col tempo i gusti sono cambiati, il “periodo” è diventato quello dei gialli, della narrativa contemporanea, dei classici, e il libro è rimasto lì a prendere polvere in attesa che finalmente giungesse il suo momento.

Come anticipato dal sottotitolo, il romanzo è ambientato in Italia e questa è già una bella novità. La seconda è che al suo interno si trovano riferimenti a miti antichissimi, privati del risvolto favoleggiante che hanno acquisito dopo secoli e secoli di tradizioni orali e che prendono una forma molto più simile a quella che realmente potrebbe trovarsi alla base del mito: troviamo le fate – un popolo di bambini probabilmente orfani che costituiscono una società nascosti nei boschi e nelle grotte, gli orchi – popolazione di guerrieri possenti e feroci, e via di seguito, in un mosaico di creature leggendarie che assumono una forma plausibile e quasi realistica. Inutile dire quanto tutto ciò sia infinitamente interessante.

Il romanzo non è adatto ai deboli di stomaco: noi lettori seguiamo le due storie parallele di Zeferina, una donna in fuga con il suo bambino neonato sul quale si erge minacciosa una profezia, e Nero, un uomo alleato degli orchi che insieme ad altri popoli mitologici è a caccia di Zeferina con il preciso scopo di uccidere il bambino per evitare l’avverarsi della profezia. Durante questo inseguimento non ci vengono risparmiati gli avvenimenti cruenti di cui i due personaggi sono rispettivamente vittima e spettatrice o esecutore.

Si tratta di un romanzo estremamente cupo che mi ha catturata nelle sue atmosfere fin dalla prima pagina, nonostante gli abbia trovato il difetto di essere spesso un po’ troppo confuso: i dialoghi soprattutto sono spesso brutti, pieni di interruzioni, di “ehm” assolutamente innaturali (sembra che i personaggi siano tutti sordi, che non capiscono mai cosa gli viene detto) e in realtà anche tutta la vicenda della profezia non è a mio avviso spiegata in modo del tutto chiaro. Nel complesso però ho trovato la storia avvincente e lo sfondo mitologico talmente affascinante che mi sentirei di consigliarlo per avere un raro esempio di fantasy italiano con una sua dignità di opera originale e coraggiosa.

Il segreto delle gemelle, di Elisabetta Gnone (Fairy Oak, #1)

Il segreto delle gemelle, di Elisabetta Gnone (Fairy Oak, #1)

Buon venerdì biblionauti, siete pronti per immergervi in un mondo fatato, buffo, tenero e aggiungete voi tutti gli aggettivi pucciosi che vi vengono in mente? Oggi vi racconto le mie impressioni sul primo volume di una saga famosissima che credo ormai abbiano letto praticamente tutti.

Quella di Fairy Oak è una saga che desideravo leggere da parecchio: avevo iniziato il primo volume durante un’estate di parecchi anni fa insieme alla cugina del mio compagno che all’epoca avrà avuto 9/10 anni, ma per non so quale motivo non l’avevo mai conclusa e da allora mi era rimasta la curiosità. Questa primavera la Salani mi ha inviato due volumi dei quattro che compongono i “Quattro misteri di Fairy Oak” e allora non ho più avuto scuse: ho recuperato tutti i volumi che mi mancavano e quest’estate ho divorato la prima trilogia composta da “Il segreto delle gemelle”, “L’incanto del buio” e “Il potere della luce”.

Fairy Oak è un incantevole villaggio che sorge attorno ad un’antica e magica quercia, in cui Magici e Non Magici convivono in armonia e i bambini sono cresciuti dalle fate. La serenità del villaggio è però minacciata dal cattivo con il nome più brutto che la storia del fantasy ricordi, il Terribile 21, il quale è intenzionato a far piombare l’oscurità sul villaggio e impadronirsene per sempre. La storia è narrata da Felì, la fata-tata delle due gemelle Vaniglia e Pervinca Periwinkle, le uniche due streghe al mondo a presentare i due poteri opposti – della Luce una e del Buio l’altra – all’interno della stessa famiglia.

Il primo volume della trilogia è forse quello meno avvincente essendo un capitolo spiccatamente introduttivo che ci permette di conoscere Fairy Oak, i suoi abitanti e la sua storia, ma proprio per questo è anche essenziale per farci entrare a passi leggeri nel mondo creato dalla Gnone. Il punto forte di questo volume – e in generale di tutta la trilogia – sono i personaggi con i loro buffi nomi e le loro abitudini: ci sono le fatine, con i loro nomi impronunciabili, la smorfiosa figlia del Sindaco, gli amici più fedeli, il burbero Capitan Talbooth – un pescatore brontolone ma con un cuore d’oro -, la saggia zia Tomelilla e tantissimi altri personaggi a cui ci impiega pochissimo ad affezionarsi e che con le loro bizzarrie rendono la vita a Fairy Oak estremamente divertente. In questo primo volume le due sorelle Periwinkle scoprono la loro magia, iniziano a cogliere la diversa origine dei loro poteri – che sarà la chiave dei volumi successivi -, si trovano ad affrontare i primi amori e le prime gelosie e infine combattono la loro prima battaglia contro il grande nemico.

Il primo aggettivo che mi viene in mente per descrivere “Il segreto delle gemelle” è: rilassante. La maggior parte delle pagine è dedicata alla vita quotidiana del villaggio ed è senza dubbio quella che mi è piaciuta di più: ho imparato a conoscere i personaggi e ad immergermi in questo mondo sicuramente molto edulcorato e infantile ma che proprio per questo mi ha messo addosso una grande serenità.

Come il resto della saga (ma approfondirò meglio nelle recensioni dedicate ad ogni singolo volume), questo libro ha alcuni difetti, primo fra tutti (e forse anche quello che mi è più dispiaciuto trovare) è il fatto che gli scontri con il Terribile 21 siano raccontati a mio parere malissimo: improvvisi e parecchio confusi, con molte di soluzioni di comodo non giustificabili dal fatto che sia un libro per bambini, mi hanno lasciato un po’ l’amaro in bocca a fine lettura perché secondo me sarebbe bastato davvero poco per migliorarli e renderli più avvincenti mantenendo lo spirito giocoso della saga. Nonostante ciò io mi sentirei di consigliare la lettura questa saga a grandi e piccoli proprio per l’innocenza e la purezza che si respira ad ogni pagina: ogni tanto un’iniezione di serenità e ingenuità possono fare bene al cuore.

L’orologiaio di Filigree Street, di Natasha Pulley

L’orologiaio di Filigree Street, di Natasha Pulley

Buongiorno biblionauti, oggi giornata triste per me: si torna a casa!! Fortunatamente quest’anno porto con me un souvenir che era da un po’ che non faceva parte della mia vita: l’abbronzatura!! Ebbene si, perché anch’io – se ho abbastanza tempo a disposizione – riesco a non tornare più pallida di come sia partita.

Del romanzo di cui vi parlo oggi ho già raccontato il mio pensiero nel video del wrap-up del mese di luglio, ma per chi non avesse visto il video, non avesse voglia di sentire i miei sproloqui e mille altre cose, ho deciso di pubblicare anche qui il mio parere.

Inutile stare troppo a cincischiare: la copertina è bellissima ed è la ragione fondamentale per cui l’ho letto, nella speranza che anche il contenuto fosse all’altezza. Purtroppo non è stato proprio così e seppure il romanzo nel suo complesso sia stata una lettura piacevole, non ho potuto fare a meno di notare una miriade di difetti che mi hanno convinto a non spendere i miei soldi per l’acquisto di una copia mia (la mia lettura è avvenuta infatti grazie ad un prestito in biblioteca).

Il romanzo è ambientato nella Londra di fine ottocento e ci racconta la storia di Nathaniel, un impiegato all’Home Office che viene coinvolto suo malgrado in un attentato avvenuto per mano irlandese e nel quale viene fatta letteralmente saltare in aria Scotland Yard: la vita di Thaniel viene salvata solo grazie ad un misterioso orologio a cucù finito in mano sua per una serie di inspiegabili circostanze. Guidato da quest’unico indizio, il giovane arriverà fino alla misteriosa bottega del Signor Mori, un artigiano di origini giapponesi che costruisce i migliori meccanismi di Londra. Assieme a lui e a Grace, una scienziata che lotta per la sua indipendenza, Thaniel si troverà coinvolto nella caccia agli autori dell’attentato.

Detta così la trama non è niente male, eh? Sbagliato. Innanzitutto il romanzo, pur presentando le potenzialità e le intenzioni di un romanzo storico non lo è, perché le ambientazioni semplicemente non esistono: non ci sono descrizioni di luoghi, di abiti, di convenzioni, abitudini… nulla se non qualche raro accenno. Tra i personaggi si salvano solo Nathaniel e il Signor Mori: i due non salvano in realtà solo se stessi ma tutto il romanzo che solo grazie a loro riesce a mantenere l’interesse del lettore. Grace infatti è un personaggio perfettamente inutile, mal caratterizzato, mal contestualizzato sullo sfondo “storico” e secondo me totalmente incoerente. Rimuovere tutti i capitoli che la vedono protagonista avrebbe alleggerito il romanzo di un  bel po’ di pagine inutili.

Non vi aspettate poi nemmeno un frenetico romanzo d’azione perché in questo libro tutto c’è tranne la frenesia: è molto lento, si prende tutto il tempo necessario (e forse anche qualcosa in più) per riferire dialoghi, scene spesso inutili e confuse (tutte quelle ambientate in Giappone sono incomprensibili) e azioni di personaggi insignificanti (Grace). L’aspetto positivo è che questa lentezza ci permette di assaporare gli unici due ingredienti validi del racconto che sono, come scrivevo prima, il rapporto tra Nathaniel e Mori e l’ambientazione nella bottega dell’orologiaio. Quest’ultima è davvero speciale, difficile da descrivere ma secondo me comunicata perfettamente dall’autrice: è un insieme di mistero, magia, quiete e segreti, tra luci soffuse, pavimenti che scricchiolano e le incantevoli (e forse un po’ incantate) invenzioni di Mori.

Insomma, qual’è il verdetto finale? Sinceramente non lo so. Forse direi che, se avete tempo da perdere per poter leggere il libro e prenderne solo il buono, allora leggetelo: potrebbe essere comunque una lettura piacevole. Se non avete voglia di sorbirvi 330 pagine per salvarne la metà, allora volgetevi verso altri lidi: ne troverete sicuramente di più validi.

L’avvelenatrice, di Alexandre Dumas

L’avvelenatrice, di Alexandre Dumas

Buongiorno a tutti e buon rientro dalle vacanze per i molti che sicuramente avranno terminato le ferie: io quest’estate, dopo due anni infernali, mi sono presa una terza settimana perché avevo davvero bisogno di staccare la spina. In ogni caso, anche per me si avvicina il tanto temuto rientro. Oggi vi porto la recensione di un racconto particolare sia per il tema che tratta, sia per la cura eccezionale che caratterizza tutte le pubblicazioni della casa editrice AbEditore, della quale sto lavorando per collezionare almeno tutti i volumi della collana Piccoli Mondi, di cui fa parte anche questo libriccino.

Il racconto della Marchesa D’Aubray è una storia vera ed era originariamente incluso in una raccolta di 18 racconti scritti tra il 1839 e il 1840 che narrano altrettanti casi di delitti celebri (Delitti celebri è anche il nome della raccolta stessa) avvenuti tra il periodo rinascimentale, quindi primi del ‘500, fino alla metà del 1800, ovvero l’epoca di Dumas. Ho cercato in giro e ho visto che purtroppo è impossibile recuperare un volume che li raccolga tutti, almeno in italiano e io purtroppo il francese non lo conosco. Se ne trovano però alcuni pubblicati come racconti singoli, quindi cercando i diversi titoli è possibile recuperarne la traduzione. Una curiosità: tra questi 18 racconti c’è anche “L’uomo con la maschera di ferro” che ispirò a Dumas alcuni anni dopo la scrittura de “Il conte di Bragelonne” da cui è stato tratto il film del 1998 con un biondissimo e capelluto Leonardo di Caprio dietro al quale tutte noi adolescenti degli anni ’90 abbiamo lasciato il cuore.

Il personaggio principale del racconto è lei, la Marchesa Marie-Madelaine D’Aubray, ovvero l’avvelenatrice del titolo. Prima con la complicità del suo amante, che la inizierà ai segreti dei veleni, poi in solitaria, la Marchesa semina il terrore per l’intera città avvelenando chiunque si ponga tra lei e il suo obiettivo che è, neanche a dirlo, ricchezza e potere.

Nonostante la fine che farà la marchesa non sia un segreto, Dumas é riuscito comunque a catturare la mia attenzione prima con il racconto dei suoi crimini, poi con quella dei suoi ultimi giorni in carcere e della sua esecuzione. L’aspetto più interessante è stato senza dubbio il fatto che si tratta di un documento molto dettagliato su quanto avvenisse realmente nel 1600 ad un nobile che veniva incarcerato e condannato a morte. Ciò che più mi ha colpito è stato rendermi conto di come il rispetto per il rango si mantenesse intatto nonostante la colpevolezza del condannato: la marchesa confessa la sua colpevolezza, viene condannata e nonostante ciò tutte le persone con cui viene a contatto, incluso il boia che eseguirà la condanna, la trattano con estrema e sincera reverenza, garantendole fino alla fine tutte le premure dovute ad una nobildonna.

E’ un racconto molto breve e che si legge velocemente: non è una lettura caratterizzata da una particolare suspense ma lo consiglio sia come lettura d’intrattenimento, sia se vi interessa il periodo storico e in particolare la vita nelle carceri. Mi rendo conto che non sia un tema molto allegro, però anche per i più impressionabili non c’è motivo di temere scene particolarmente crude.

Come sempre se avete letto questo libro fatemelo sapere e se conoscete la casa editrice fatemi sapere quali volumi dei Piccoli Mondi avete già collezionato.

Absence. Il gioco dei quattro, di Chiara Panzuti

Absence. Il gioco dei quattro, di Chiara Panzuti

Nessun luogo è davvero completo.
È una questione di dettagli.
Allungai le braccia davanti a me e avvicinai pollice e indice
di entrambe le mani, formando un rettangolo.
Click.

Buongiorno biblionauti, come avevo promesso mi sono fatta coraggio e in questo assolato pomeriggio di agosto mi accingo a scrivere la recensione di un libro di cui si è molto parlato intorno a maggio (periodo in cui l’ho effettivamente letto) ma che si è dimostrato una delle tante meteore della narrativa young adult, senza che creasse un vero e proprio fenomeno. Sto parlando di Absence, scritto da una giovanissima autrice italiana, Chiara Panzuti, e pubblicato dalla Fazi.

Era da parecchio che non mi dedicavo alla lettura di un romanzo appartenente a questa “categoria” che ha spesso tradito le mie aspettative a differenza della narrativa detta “middle grade” ovvero dedicata ad una fascia di lettori di età inferiore. Nonostante ciò, o forse proprio per questo, avevo voglia di fare un nuovo tentativo e mi sono buttata su questo libro (preso rigorosamente in biblioteca), attratta dalla copertina essenziale e un po’ dark e dal paragone con Hunger Games. Mi sono resa conto in realtà che, almeno per il mio parere personale, il libro non regge nessuna delle due definizioni.

La storia vede protagonisti quattro ragazzi (Faith, Jared, Scott e Christabel) che un giorno improvvisamente diventano invisibili, scomparendo sia fisicamente che dalla memoria dei loro cari. Attirati da un misterioso uomo in nero che gli consegnerà degli indizi, i quattro scopriranno di essere coinvolti in una caccia che li costringerà a lottare contro avversari sconosciuti per raggiungere per primi un “tesoro” che forse potrebbe far tornare tutto come prima.

Nel complesso la storia mi ha divertito e l’ho letta con piacere. Purtroppo ho trovato tanti aspetti del libro che non ho apprezzato: al di là dell’idea di base (che poteva essere interessante) c’è ben poca originalità sia dal punto di vista dello svolgersi degli eventi che nella descrizione dei personaggi e nell’evoluzione del loro rapporto, che parte in maniera davvero intrigante ma verso metà libro cade nella scontatezza più assoluta. Il parallelo con hunger games c’è ma mancano l’originalità e la spietatezza che caratterizzavano la trilogia della Collins: qui si parla tanto di lottare e rischiare la vita ma non c’è mai una situazione di vero pericolo per i protagonisti, tanto che a volte mi sono chiesta il senso di creare le varie scene di battaglia quando gli antagonisti per primi sembrano non avere alcun interesse a bloccare l’avanzata dei quattro protagonisti.

Infine due parole sul messaggio di fondo del romanzo: apprezzabile, veramente, il fatto che l’autrice abbia voluto andare oltre al banale racconto di una storia cercando di comunicare un messaggio ma è stato fatto secondo me nel modo sbagliato e col messaggio sbagliato. L’autrice infatti vuole farci riflettere su quanto la tecnologia ci stia alienando dal mondo che ci circonda e dai rapporti umani e dall’altra farci riflettere su quanto si possa risultare invisibili in senso metaforico a causa dell’esclusione da parte degli altri e del bullismo. Innanzitutto la cosa che ho trovato avere molto poco senso è il fatto che l’autrice sembra presentarci questi concetti come speculari, le cosiddette due facce della stessa medaglia, quando in realtà non hanno nulla a che fare l’uno con l’altro. Poi, vi dirò la verità, la storia della tecnologia alienante è un po’ un discorso da mio nonno in cariola: è uno stereotipo vecchio come il cucco. Il secondo messaggio posso capirlo  già di più se non fosse che viene ripetuto (come il precedente) ogni tre pagine e ribadendo fino alla nausea gli stessi concetti e le stesse motivazioni: dopo la prima volta, abbiamo capito, grazie!

Quindi in sostanza non credo consiglierei la lettura di questo romanzo più che altro perché, a parte farmi trascorrere qualche ora in serenità (che in realtà è comunque già qualcosa), non mi ha lasciato nulla, nemmeno la curiosità di sapere come proseguirà la storia.

Voi avete letto questo romanzo? Vi rivedete nelle mie impressioni o invece il libro è riuscito a conquistarvi? Fatemi sapere cosa ne pensate e vi dò appuntamento al prossimo post!

 

Chesapeake Bay, di Emiliano Gambelli

Chesapeake Bay, di Emiliano Gambelli

«Leroy devi credermi, la sera è davvero il momento migliore per fare una bella corsetta e cacciare via dal proprio corpo tutte le difficoltà della giornata!». Così mi ripete sempre da ventiquattro mesi a questa parte Andy, il mio nuovo collega, del mio nuovo lavoro, nella mia nuova città.

Virginia Beach, stato della Virginia. Leroy Holland ha resettato la sua vita dopo essere stato tradito dalle due persone a cui teneva di più: sono due anni infatti che la sua compagna Dana lo ha lasciato per il suo migliore amico, Robert. Città nuova, lavoro nuovo, amici nuovi, o forse sarebbe meglio dire amico, perché in due anni Leroy è riuscito a legare solo con Andy, un collega sovrappeso e amante delle camicie a fiori che lo trascina nelle sue improbabili iniziative per trovarsi un hobby, tra tornei di scacchi, corsi di balli caraibici e footing mattutino. I due si troveranno presto coinvolti, loro malgrado, in una vicenda molto più grande di loro e a peggiorare ancora di più la situazione, a Chesapeake Bay gira un serial killer.

Chesapeake Bay è un thriller surreale il cui punto di forza sta proprio in questa sua caratteristica: il romanzo è un susseguirsi di situazioni palesemente inverosimili e di dialoghi improbabili che, unite agli eventi in realtà drammatici, creano un effetto spassosissimo che in certi momenti mi ha ricordato molto film come Una notte da leoni, in cui la comicità si crea proprio dal contrasto tra la situazione drammatica e pericolosa e la goffaggine e l’ingenuità con cui i personaggi la affrontano.

I due personaggi principali sono persone qualsiasi: non sono detective o poliziotti e non sono nemmeno i “finti normali” di cui sono pieni i gialli, che nel momento del bisogno tirano fuori dal cassetto uno spirito d’osservazione e un sangue freddo degni del miglior Sherlock Holmes. Andy e Leroy sono invece dei veri “uno di noi”: il primo goffo e sfigatello, il secondo il classico tipo che pensa di essere anche abbastanza in gamba semplicemente perché non ha mai avuto veramente bisogno di dimostrarlo. E infatti appena la situazione precipita è il primo a perdere il controllo: durante la lettura non ho mai smesso di chiedermi come i due sarebbero usciti dal casino in cui vanno ad infilarsi, visto che ogni volta che elaborano una strategia per risolvere un problema, finiscono irrimediabilmente per peggiorare la situazione.

Come avrete probabilmente capito, il romanzo mi ha divertito molto, forse proprio per il fatto che non si tratta del classico thriller che si prende troppo sul serio ma anzi, fa dell’ironia un ingrediente fondamentale. Proprio come mi capita invece regolarmente con i thriller, anche questa volta non sono stata completamente convinta dal colpo di scena finale: ormai inizio a pensare di avere un problema io con questo genere perché mi rendo conto di essere davvero incontentabile! Nel complesso, Chesapeake Bay si è rivelata una lettura molto piacevole, divertente e diversa dal solito, confermandomi per l’ennesima volta quanto le piccole case editrici italiane si stiano dando da fare per proporre cose nuove e interessanti.

Copia-saggio ricevuta dall’autore