‘Aria di neve’ di Serena Venditto

Se avete letto e amato la serie di Alice Basso dedicata a Vani Sarca, il libro di cui vi parlo oggi potrebbe essere quello che fa per voi: mettete insieme una ragazza che ha appena rotto con lo storico fidanzato, tre nuovi inquilini con cui si troverà a dividere l’appartamento, un gatto molto sveglio e un omicidio e avrete come risultato l’appassionante storia raccontata da Serena Venditto nel suo romanzo. E no, non si tratta di una lettura fuori stagione, perché l’aria di neve del titolo è, per dirlo con le parole di uno dei personaggi del romanzo, il giapponese Kobe, «quando tu sai che qualcosa deve accadere no perché qualcuno ti dice, ma perché senti profumo diverso intorno a te».

La vicenda si svolge in una rovente estate napoletana, e l’autrice sarà veramente in grado di farvi boccheggiare mentre cercherete di sbrogliare la matassa degli indizi che vi porteranno al vero colpevole. Ariel Hamilton si è appena ritrovata sola dopo la fuga notturna da parte del suo fidanzato che l’ha abbandonata in una casa più grande e vuota di quanto lei possa sopportare; decide quindi di cogliere al volo l’occasione che le viene offerta da un’amica di condividere un appartamento con altri tre ragazzi. È così che conosciamo Malù, archeologa con l’istinto del detective navigato, Kobe, un pianista giapponese che trascorre le serate litigando al telefono con la fidanzata lontana, e Samuel, affascinante rappresentante di articoli per gelaterie metà sardo e metà nigeriano. E poi c’è Mycroft, il gatto di Malù e mascotte dell’appartamento. L’equilibrio si rompe quando una vicina di casa viene ritrovata morta e subito Malù coinvolge Ariel nelle sue indagini: aiutate da Mycroft e da una simpatica professoressa in pensione che osserva tutto da dietro il vetro delle sue finestre, le due ragazze si metteranno al lavoro per scovare l’assassino.

Aria di neve è una lettura veramente piacevole, ricca di personaggi a cui non potrete fare a meno di affezionarvi e caratterizzata da un’ironia dirompente. Sarà che ho una predilezione per i romanzi corali ma ho amato particolarmente la costruzione delle relazioni tra i vari personaggi e i dialoghi pungenti di cui il romanzo è ricco; è stata proprio grazie a questa cura messa nella creazione della vicenda che, nonostante sia durata solo 165 pagine, questa storia si è rivelata una compagnia perfetta per un paio di pomeriggi di relax.


Titolo: Aria di neve
Autore: Serena Venditto
Editore: Homo Scrivens
Pagine: 165
Genere: Giallo

‘Assassinio in prima classe’ di Robin Stevens

Buongiorno lettori, ebbene sì, sono di nuovo qui a parlarvi di libri e la lettura che ho scelto per inaugurare questo spero duraturo ritorno tra le pagine del blog è un romanzo che ho letto per una readalong organizzata da tre youtuber che seguo con entusiasmo da qualche anno, ovvero Jo Reads, Booklovers Army e Il filo di Arianna.

Il libro scelto è il terzo volume di una serie mistery per ragazzi di cui abbiamo letto in gruppo anche i volumi precedenti e che questa volta ci permette di accompagnare le due protagoniste, nientemeno che sul mitico Orient Express, proprio nell’anno successivo alla pubblicazione del famosissimo giallo di Agatha Christie ambientato sul medesimo treno.

Le due protagoniste sono Hazel e Daisy, due amiche molto diverse tra loro ma legate dalla passione per l’investigazione e che ormai, dopo due casi risolti alle spalle, si sentono a tutti gli effetti pronte per compiere il grande salto come detective. L’occasione viene loro offerta dal viaggio sul treno più famoso d’Europa che si troveranno a fare in compagnia del padre di Hazel e di una serie di altri personaggi molto particolari. Una sera, mentre il treno sta attraversando la Jugoslavia, un urlo agghiacciante interrompe la cena e uno dei passeggeri viene trovato morto nel proprio scompartimento; ad indagare si improvviserà un medico dalle scarsissime capacità investigative e così le due giovani detective dovranno impedire che un innocente venga accusato dell’omicidio, con la difficoltà di non dover farsi scoprire dal padre di Hazel, che non ha intenzione di concedere loro la libertà di comportamenti molto poco adatti a delle signorine, come indagare su un omicidio.

La lettura di First Class Murder, che io ho portato avanti in lingua inglese ma che – come potete vedere dalla copertina del post – è stato anche tradotto in italiano, è stata davvero un divertimento, proprio come i volumi precedenti. Indagare con Hazel e Daisy, che in ogni volume diventano più mature pur conservando i loro tratti caratteristici, è uno spasso: le due sono estremamente in sintonia, si completano a vicenda grazie ai loro talenti così perfettamente complementari (Daisy più intuitiva, Hazel più riflessiva). Gli indizi sono sparsi in maniera intelligente e per nulla banale: riuscire a districare la matassa è veramente difficile a causa di diverse false piste disseminate del romanzo. Io ho fatto due ipotesi ed entrambe (come sempre) si sono rivelate sbagliate.

L’unico mio disappunto riguarda la conclusione del mistero, per la quale l’autrice ha fatto una scelta secondo me un po’ troppo affrettata, senza disseminare gli indizi decisivi per chiudere l’indagine in maniera per me soddisfacente. Nonostante ciò la lettura è stata per me talmente coinvolgente e la lettura di gruppo (con ovvia condivisione dei propri sospetti e delle proprie deduzioni) talmente appassionante e divertente da permettermi di perdonare alla Stevens questa piccola pecca che non ha comunque intaccato il mio entusiasmo nella lettura.

Inutile dire che non vedo l’ora di scoprire quale sarà la prossima indagine della Detective Society.


Titolo: Assassinio in prima classe
Titolo originale: First Class Murder
Autore: Robin Stevens
Serie: Miss Detective, #3
Editore: Mondadori
Pagine: 261
Genere: Giallo per ragazzi

‘Una vita per una vita’ di Pierluigi Porazzi e Massimo Campazzo

Il bullismo è una delle piaghe della nostra società: si nasconde nelle scuole, nei luoghi di lavoro, sui social e rovina la vita, portando a volte le vittime a compiere gesti disperati. Nel romanzo “Una vita per una vita” il bullismo è il movente che porta un misterioso individuo a vendicarsi dei suoi carnefici nel peggiore dei modi possibili: attraverso l’omicidio. No, non vi sto facendo uno spoiler perché il movente è l’unica rivelazione che ci viene concessa all’inizio del romanzo mentre il gioco sta nel capire chi sia il misterioso assassino, la cui voce narrante si alterna a quella dell’ispettore Cavalieri, personaggio dal carattere cupo e riservato che combatte con una malattia che di certo non gli semplifica le cose.

Mi piacciono molto i thriller che mettono noi lettori nella testa dell’assassino e che ci permettono di seguire da vicino le sue mosse. Il difficile sta nel non scoprire troppo le carte e devo dire che in questo gli autori sono stati molto bravi, gestendo bene gli indizi, le mezze parole e tendendo continuamente agguati al lettore nel tentativo (per quanto mi riguarda riuscito) di condurlo fuori strada. A questo si aggiunge uno stile di scrittura coinvolgente e scorrevole, che porta davvero a divorare il romanzo in brevissimo tempo, spinti dalla curiosità di arrivare in fondo.

Gli ingredienti del noir ci sono tutti, compreso il tormentato investigatore in lotta con il mondo ma soprattutto con se stesso, combattuto tra la dedizione per il proprio lavoro, l’insoddisfazione per la propria squallida vita dalla quale però non ha né la forza né tutto sommato il desiderio di liberarsi e il disprezzo per le persone che lo circondano, primi fra tutti i suoi ex-compagni di classe con i quali si troverà a doversi nuovamente confrontare quando pensava ormai di averli sepolti per sempre nei brutti ricordi dell’adolescenza. Sono loro, infatti, l’unico legame tra gli apparenti suicidi che nel giro di poche settimane insanguinano Udine e Cavalieri sarà costretto a rispolverare ricordi dolorosi e confrontarsi con le sue disillusioni per poter fare giustizia in una storia in cui è molto difficile capire chi davvero sia la vittima e chi il carnefice.

La curiosità e l’interesse che si prova verso questo personaggio e le vicende in cui è coinvolto vengono a volte smorzati da una serie di avvenimenti “di comodo” che si concretizzano in intuizioni un po’ troppo fulminee, improvvise rivelazioni che arrivano nel momento giusto e diciamolo, semplificano la vita agli autori proprio nei momenti in cui le loro capacità di narratori sarebbero più richieste.

Nel complesso un romanzo che ha stimolato la mia curiosità verso le altre opere di uno degli autori, già pubblicato da Marsilio con una serie di thriller ambientati ad Udine, e che ha fatto rinascere il desidero di tuffarmi nuovamente nelle scure profondità del noir italiano.

[copia pdf ricevuta per recensione da piegodilibri.it]

‘Panna nel Grande Giardino’ di Carlotta De Melas e Miss Cecip Art

Lo giuro, davvero: da gennaio riprendo a parlare di libri “da grandi”, ma oggi permettetemi di dare spazio ad una storia per bambini che ho trovato molto tenera e colorata, e che ho conosciuto grazie alla sua illustratrice.

La piccola Panna vive con la sua famiglia nel Grande Giardino, tra i petali di un Tulipano Rosa che fa loro da casa: i membri della famiglia Romuà hanno infatti la particolarità di essere molto, molto piccoli. Il giorno del compleanno di mamma Romuà, Panna è a casa da scuola, e disobbedendo ai genitori si avventura nel Grande Giardino alla ricerca di un regalo per farle una sorpresa. Il Grande Giardino è però un luogo pericoloso e lungo la strada Panna incontrerà alcuni amici ma vivrà anche una brutta avventura.

Leggere questo libro mi ha molto divertito: la scrittura è davvero a misura di bambino, molto tenera e ricca di dettagli affascinanti che la rendono una lettura agevole per i più piccoli ma allo stesso tempo coinvolgente. A renderla ancora più avvincente ci sono le illustrazioni di Miss Cecip Art, alcune delle quali sono davvero molto belle e tutte caratterizzate da colori luminosi e vividi e che decorano tutte le pagine del libro: non ci sono infatti solo le illustrazioni a tutta pagina, ma ogni riquadro di testo è decorato da un’illustrazione, alcune delle quali mostrano delle piante presenti nel Grande Giardino, accompagnate da una didascalia divertente che ne illustra l’uso un po’ magico che ne fa il Piccolo Popolo. Questo rende la lettura molto divertente perché permette di esplorare il libro non solo per leggere la storia ma anche andando alla ricerca di queste piante tra le sue pagine, come in un piccolo, magico erbario.

[copia pdf ricevuta dalle autrici]

CARTAGENA. GLI ULTIMI DELLA TORTUGA, Valerio Evangelisti

Buongiorno Biblionauti e buon lunedì, oggi concludo il recupero delle letture estive parlandovi di un romanzo che aspettavo di leggere da moltissimo tempo ma per il quale, nonostante fosse da almeno tre anni nella mia libreria, non riuscivo mai a trovare il momento giusto: sto parlando di Cartagena. Gli ultimi della Tortuga di Valerio Evangelisti, con la lettura del quale sono finalmente riuscita a concludere il Ciclo dei Pirati.

Le vicende narrate in Cartagena si svolgono nel 1697: la pirateria come l’avevamo conosciuta nel primo volume, Tortuga, è ormai in decadenza e i pirati, persa la loro indipendenza, sono al soldo dei grandi imperi coloniali. La Cartagena del titolo è una città di dominio spagnolo che si trova oggi nell’attuale Colombia e della quale seguiremo l’assedio e la distruzione – realmente avvenuti e portati avanti dalle forze unite dell’esercito regolare francese, pirati e bucanieri – attraverso gli occhi del protagonista, Martin d’Orlhac. Come sempre il buon Evangelisti non ci farà mancare scene cruente ma anche battaglie coraggiose e rischiosi arrembaggi. E come sempre non sarà possibile non tifare per i pirati, nonostante la loro proverbiale ferocia.

Il libro è avvincente e ben scritto e l’ambientazione e il realismo storico sono come sempre curatissimi ed estremamente affascinanti; come avrete capito, quest’ultimo capitolo della trilogia mi è piaciuto molto e ha soddisfatto tutte le mie aspettative, portandomi anche un colpo di scena finale perfetto per i nostalgici della saga.

L’unico difetto, o meglio, l’unica possibile critica che si può muovere ad Evangelisti è che sotto il profilo della trama ricorre bene o male lo schema già visto nei volumi precedenti e non si ha modo di restare eccessivamente stupiti dall’evolversi degli eventi; devo anche dire che per quanto mi riguarda amo così tanto questi pirati che non mi ha dato nessun tipo di fastidio ma è stata anzi una lettura che ho letteralmente divorato.

Se devo dare un parere complessivo sulla saga, per me Tortuga rimane sempre e comunque il migliore dei tre, specie per merito dei due personaggi più affascinanti, ovvero il Capitano de Grammont e Lorencillo, che nei volumi successivi restano confinati nell’ambito dei ricordi o di brevi comparse: quelli di Tortuga sono i pirati al massimo del loro splendore e consiglio la lettura di quel romanzo a tutti gli amanti di queste affascinanti figure storiche. Cartagena, così come il secondo volume – Veracruz, è un po’ meno d’impatto e potrebbe convincere meno chi non apprezza più di tanto la scrittura dell’autore: io personalmente consiglierei comunque tutta la trilogia.

‘La Compagnia della Triste Ventura’ di Angelica Elisa Moranelli

Cosa vi succede se pronuncio la parola “autopubblicato”? Vi vengono le pustole? Siete assaliti da un’improvvisa nostalgia per le care virgole e gli amati congiuntivi? La testa vi si riempie di copertine improbabili, con addominali maschili che sfumano su un mare notturno conducendovi alla pazzia? Vi capisco perché succede anche a me, ma sappiate che ho una medicina per il “mal da self” e questa medicina si chiama Armonia di Pietragrigia.

Art by Stanislav V. Plutenko

La Compagnia della Triste Ventura è il primo volume di una saga (pentalogia per l’esattezza e l’ultimo volume è in fase di pubblicazione) fantasy per ragazzi che segue le avventure di Armonia, una quattordicenne annoiata e stufa marcia della sua banale e fin troppo tranquilla quotidianità nella città di Prugnasecca. Quando improvvisamente la sua vita viene messa in pericolo da una coppia di fattucchiere piuttosto imbranate, Armonia scopre di appartenere ad un altro mondo, il magico regno di Flavoria, di essere destinata a grandi cose ma soprattutto di essere inseguita da due temibili nemici.

La Compagnia della Triste Ventura possiede tutti gli ingredienti della migliore narrativa fantasy per ragazzi: innanzitutto ci sono i personaggi, bizzarri e dai nomi buffi che si rendono protagonisti di siparietti davvero esilaranti. Poi c’è il ritmo incalzante: ogni capitolo si conclude con un colpo di scena, non c’è proprio possibilità di annoiarsi, e le avventure sono una più appassionante dell’altra. È davvero impossibile non farsi trascinare dagli eventi e soprattutto non rimanere affascinanti dal worldbuilding (pure i termini tecnici) di questo romanzo: il mondo di Flavoria è ricchissimo di ambientazioni dettagliate e particolari, c’è davvero una cura per la costruzione dell’ambientazione che rende ogni luogo descritto dall’autrice ricco di dettagli, proprio come accade con i personaggi. Questi sono infatti uno dei punti forti della storia: pur essendo tanti è impossibile perdersi dei pezzi o fare confusione perché ciascuno di loro ha una propria personalità e una propria “voce” ben definita. Sono strani, simpatici (i dialoghi mi hanno divertito moltissimo) e memorabili.

Trattandosi di un self, poi, non posso non rendere merito al bellissimo lavoro “tecnico” fatto dietro a questo libro: editing, impaginazione, veste grafica, tutto è perfetto e professionale, niente “raffazzonate” (come direbbe mia nonna), nessuna improvvisazione. Questo è un LIBRO, vero, pronto per essere esposto sullo scaffale di una libreria e sì, ammetto che non me lo aspettavo, avendo finora avuto quasi sempre una pessima esperienza con il self-publishing.

E se queste sono le premesse, il mio viaggio a Flavoria si prospetta entusiasmante!

 

‘Un infausto inizio’ di Lemony Snicket

If you are interested in stories with happy endings, you would be better off reading some other book.

The Bad Beginning, by Karl James Mountford (Instagram: @karljmountford)

Un infausto inizio (o The Bad Beginning in originale) racconta, come dice il titolo, l’inizio delle disgraziate avventure dei fratelli Baudelaire: Violet, la maggiore, ha la passione per le invenzioni e la caratteristica di legare i suoi lunghi capelli quando sta elaborando una delle sue idee geniali. Klaus è un appassionato lettore, conosce un sacco di cose ed è un gran pensatore. Infine c’è Sunny, ancora troppo piccola ma non priva di una sua caratteristica peculiare: con i suoi dentini affilati sa farsi rispettare ed è una gran chiacchierona, sebbene nessuno ancora capisca quello che dice. Quando i tre fratelli restano improvvisamente orfani a causa di un inspiegabile incendio che ha distrutto la loro casa, vengono spediti da un misterioso parente, il Conte Olaf, che si dimostra subito intenzionato ad impossessarsi della loro enorme fortuna. Andati a vuoto tutti i tentativi di cercare aiuto dagli adulti, che non daranno mai loro ascolto, i giovani Baudelaire dovranno sfoderare tutte le loro abilità per poter battere la malvagia furbizia del Conte e sfuggire alle sue grinfie.

L’intera vicenda è narrata da Lemony Snicket, che si può a pieno titolo considerare il quinto protagonista di questa storia e che rappresenta anche la ragione primaria dell’unicità della serie: la voce di Lemony ci accompagna commentando con uno humour nero tutto particolare le avventure dei Baudelaire e ci ricorda sempre, anche quando crediamo che finalmente la sorte stia per mostrare un po’ di benevolenza per i piccoli orfani, che le loro disgrazie non sono finite. La genialità di questo libro sta infatti nell’affrontare con i ragazzi temi che generalmente sono considerati tabù dagli adulti, che ci si sforza in tutti i modi di escludere dalla vita dei bambini, ottenendo soltanto di non prepararli mai a ciò che la vita potrebbe presentare loro: in questo libro si parla di dolore, di solitudine, di paura, della morte e questi argomenti sono trattati in modo naturale, leggero e pienamente in linea con lo scopo della serie, cioè divertire portando però dei contenuti molto importanti.

It is useless for me to describe to you how terrible Violet, Klaus, and even Sunny felt in the time that followed. If you have ever lost someone very important to you, then you already know how it feels, and if you haven’t, you cannot possibly imagine it.

“The Bad Beginning, or Orphans!” Art by Brett Helquist

Ho apprezzato moltissimo anche l’assenza di stereotipi che caratterizza questo romanzo: è Violet, una ragazza, ad essere l’inventrice e l’appassionata di meccanica. Klaus porta gli occhiali e ama i libri ma è tutto tranne che un secchione sfigato (e senza di lui le cose si sarebbero messe molto male). Infine, un aspetto che mi ha riempito di entusiasmo è il fatto che leggendo questi libri si arricchisce veramente il proprio vocabolario e la propria conoscenza. Ad esempio, riconoscerete subito un bambino che ha letto Una serie di sfortunati eventi perché sarà in grado di spiegarvi il significato dell’espressione latina “in loco parentis” e questo aspetto si rivela utilissimo anche per noi lettori più adulti che ci approcciamo alla serie in lingua originale, come ho fatto io, perché ci insegna moltissimi nuovi vocaboli senza nemmeno doversi scomodare per sfogliare il dizionario.

In the time since the Baudelaire parents’ death, most of the Baudelaire orphans’ friends had fallen by the wayside, an expression wich here means “they stopped calling, writing, and stopping by to see any of the Baudelaires, making them lonely”. You and I, of course, would never do this to any of our grieving acquaintances, but it is a sad truth that when someone has lost a loved one, friends sometimes avoid the person, just when the presence of friends is most needed.

The Bad Beginning è l’avvio di una saga che ha tutte le carte in regola per entrare nella mia classifica dei romanzi del cuore e nei prossimi mesi mi dedicherò alla lettura dei volumi successivi.

UN INCANTEVOLE APRILE, Elizabeth Von Arnim

Buongiorno a tutti lettori, in queste giornate ormai fredde e in cui ci avviciniamo inesorabilmente all’inverno vi porto il mio parere su un romanzo pieno di colori e di profumi, un vero e proprio trionfo della primavera. 

La storia ha inizio in una piovosa giornata londinese quando Mrs Wilkins scorge sul giornale l’annuncio per l’affitto di un castello in Liguria durante il mese di Aprile: consapevole di non potersi permettere la cifra richiesta si unisce ad altre tre donne (Mrs Arbuthnot, Mrs Fisher e Lady Caroline) per dividere la somma e trascorrere un mese di vacanza lontano da tutti. Ciascuna di loro parte per fuggire da qualcuno o da qualcosa con la speranza di potersi riposare e dimenticare per un po’ i propri crucci.

Innanzitutto mi aspettavo qualcosa di completamente diverso: credevo di trovare un vero e proprio viaggio per la Liguria mentre le quattro protagoniste trascorrono l’intero mese chiuse nel castello. Pensavo inoltre di trovarmi di fronte ad un romanzo alla Jane Austen, con amori, pettegolezzi e avventure sentimentali condite con un po’ di ironia mentre la maggior parte del romanzo è utilizzata per descrivere le incomprensioni tra le protagoniste e a farci assistere prevalentemente alle loro lamentele: per un po’ è anche piacevole, quando però si arriva a pagina 150 e ancora nulla è cambiato è diventato un po’ fastidioso.

Fortunatamente da pagina 200 in poi comincia ad accadere qualcosa e l’evoluzione degli eventi, nonostante fossero tutti estremamente prevedibili, è stata comunque piacevole. L’aspetto che in realtà non ho apprezzato particolarmente è stata l’atmosfera un po’ troppo perfetta: tutto accade esattamente nel momento giusto e nel modo giusto, e anche l’aura paradisiaca in cui è immerso il castello e il suo potere quasi magico di portare amore – che è un po’ il tema ricorrente del romanzo – è un po’ troppo per il mio animo cinico e completamente refrattario ad ogni romanticismo.

In ogni caso non pensiate di trovarvi di fronte un romanzetto rosa da quattro soldi: lo stile della Von Arnim è davvero curato e affascinante, le descrizioni dell’ambientazione (il castello, il giardino, i giochi di luce) sono incantevoli e il romanzo meriterebbe la lettura solo per godere appieno delle splendide immagini che contiene. Sono certa che darò un’altra possibilità a questa autrice, sperando che la prossima volta mi capiti di incontrare dei personaggi un po’ più nelle mie corde.

Castello Brown di Portofino (Frank Fox, 1918) – Fonte: wikipedia

Roverandom, di J.R.R. Tolkien

Bentornati sul blog, cari booklovers, siete pronti per immergervi in una storia magica nel più classico dei suoi significati? Non so se avete mai sentito parlare di Roverandom, una vera e propria fiaba fantasy con un protagonista insolito (un cagnolino) che affronterà mille fantastiche avventure per riuscire a liberarsi dell’incantesimo dello stregone Artaserse, che lo trasforma in un giocattolo per vendicarsi di un morso ai pantaloni. 

Il cagnolino Rover, ribattezzato Roverandom (un gioco di parole tra Rover=girovago e Random=a caso) per distinguerlo dai suoi alter ego che incontrerà negli strani mondi che saranno meta del suo girovagare, viaggerà fino alla luna in groppa ad un gabbiano dove conoscerà l’uomo-della-luna e fuggirà dalle pericolose creature che la abitano. Poi finirà in fondo all’oceano alla corte del re del mare, incontrerà sirene e fate, balene amichevoli e pericolosi serpenti marini.

Grazie all’aiuto di tanti amici che conoscerà durante le sue esplorazioni, tra cui uno stregone non particolarmente entusiasta del caratteraccio di Artaserse, Rover riuscirà a tornare a casa, ma come potrà riprendere le sue vere sembianze?

Questa fiaba davvero deliziosa, inventata da Tolkien per consolare il proprio figlio dopo la perdita del giocattolo preferito – un cagnolino di legno abbandonato sulla spiaggia, proprio come accade a Roverandom – è un viaggio fatato e avventuroso, che potrebbe essere perfetto come favola della buonanotte perché è un racconto avventuroso ma che infonde molta calma, a volte divertente e nel quale vengono descritti luoghi e creature così meravigliose che sicuramente popolerebbero i sogni di qualunque bambino.

Zeferina, di Riccardo Coltri

Zeferina è stato fino a quest’estate il più vecchio “non letto” della mia libreria: non credo di esagerare se dico che potrei averlo da sette/otto anni, scambiato su aNobii durante il mio “periodo fantasy” in cui praticamente leggevo solo questo genere. Poi col tempo i gusti sono cambiati, il “periodo” è diventato quello dei gialli, della narrativa contemporanea, dei classici, e il libro è rimasto lì a prendere polvere in attesa che finalmente giungesse il suo momento.

Come anticipato dal sottotitolo, il romanzo è ambientato in Italia e questa è già una bella novità. La seconda è che al suo interno si trovano riferimenti a miti antichissimi, privati del risvolto favoleggiante che hanno acquisito dopo secoli e secoli di tradizioni orali e che prendono una forma molto più simile a quella che realmente potrebbe trovarsi alla base del mito: troviamo le fate – un popolo di bambini probabilmente orfani che costituiscono una società nascosti nei boschi e nelle grotte, gli orchi – popolazione di guerrieri possenti e feroci, e via di seguito, in un mosaico di creature leggendarie che assumono una forma plausibile e quasi realistica. Inutile dire quanto tutto ciò sia infinitamente interessante.

Il romanzo non è adatto ai deboli di stomaco: noi lettori seguiamo le due storie parallele di Zeferina, una donna in fuga con il suo bambino neonato sul quale si erge minacciosa una profezia, e Nero, un uomo alleato degli orchi che insieme ad altri popoli mitologici è a caccia di Zeferina con il preciso scopo di uccidere il bambino per evitare l’avverarsi della profezia. Durante questo inseguimento non ci vengono risparmiati gli avvenimenti cruenti di cui i due personaggi sono rispettivamente vittima e spettatrice o esecutore.

Si tratta di un romanzo estremamente cupo che mi ha catturata nelle sue atmosfere fin dalla prima pagina, nonostante gli abbia trovato il difetto di essere spesso un po’ troppo confuso: i dialoghi soprattutto sono spesso brutti, pieni di interruzioni, di “ehm” assolutamente innaturali (sembra che i personaggi siano tutti sordi, che non capiscono mai cosa gli viene detto) e in realtà anche tutta la vicenda della profezia non è a mio avviso spiegata in modo del tutto chiaro. Nel complesso però ho trovato la storia avvincente e lo sfondo mitologico talmente affascinante che mi sentirei di consigliarlo per avere un raro esempio di fantasy italiano con una sua dignità di opera originale e coraggiosa.