22/11/’63 di Stephen King

 

Non sono mai stato un uomo facile alle lacrime.
Un giorno, mia moglie mi disse che il mio «gradiente emotivo pari a zero» era il motivo principale per cui mi stava lasciando. Come se il tizio che aveva conosciuto alle riunioni degli Alcolisti Anonimi non c’entrasse per niente. Christy disse che avrebbe forse potuto perdonarmi per non aver pianto al funerale di suo padre: lo conoscevo soltanto da sei anni e non potevo capire che uomo fantastico e generoso fosse stato (quando s’era diplomata le aveva regalato una Mustang decappottabile, tanto per fare un esempio); ma quando non avevo pianto a quelli dei miei genitori (morti a due anni di distanza l’uno dall’altra, papà di cancro allo stomaco e mamma fulminata da un attacco di cuore mentre passeggiava su una spiaggia della Florida), Christy aveva iniziato a capire la faccenda del «gradiente».

Finalmente Stephen King mi ha dato l’occasione di leggere un suo libro e di poter sperimentare da me la sua fama di ottimo scrittore: se fosse andato avanti ad horror non ci avrei mai nemmeno provato. Questo libro mi è piaciuto tantissimo, ne ho amato ogni dettaglio, dai personaggi alla ricostruzione storia (peraltro meravigliosa, solo per quello meriterebbe di essere letto) e in più si parla di viaggi nel tempo, una delle cose più straordinarie ed esaltanti che mi piacerebbe fare se soltanto esistessero davvero (piccolo dettaglio del tutto irrilevante).

Il romanzo è un bel mattone di oltre 700 pagine e meno male che era in formato ebook, in cartaceo sarebbe stato un vero problema perché mi ha talmente entusiasmato e catturato che per tutti i 26 giorni di lettura me lo sono portato dietro ovunque: cucina, bagno, camera, ufficio. Non mi ha lasciato un secondo, e il fatto che fosse così imponente mi ha permesso di fare ciò per cui io amo i romanzi giganti: vivere per settimane immersa nel mondo che descrivono.

In breve la storia è quella di Jake Epping, un insegnante del Maine che è stato da poco mollato dalla moglie. Un giorno il proprietario della sua tavola calda preferita, Al, gli rivela un segreto che sconvolgerà la sua esistenza: nel retro del suo locale si trova un passaggio spazio-temporale in grado di trasportarlo nel 1958. Sconvolto da questa scoperta che sperimenta sulla propria pelle, Jake acconsente a prendersi carico della missione di Al, ovvero impedire l’attentato a Kennedy e cambiare il mondo. Ciò di cui Jake però si renderà conto fin dai primi momenti è che il passato non vuole essere cambiato e soprattutto che ogni azione compiuta, come il battito di una farfalla dall’altro capo del mondo, potrebbe avere delle conseguenze imprevedibili.

I romanzo mescola una meravigliosa ricostruzione storica degli anni a cavallo tra i ’50 e i ’60, azione, suspence e storia d’amore; inoltre ci sono dei riferimenti al romanzo It – che difatti è ambientato nello stesso periodo (l’anno precedente) e negli stessi luoghi – che probabilmente saranno molto apprezzati da chi lo ha letto (se li ho capiti io che ne conosco solo a grandi linee la trama, chi è appassionato di King impazzisce). I personaggi sono proprio come piacciono a me: vivi. Non sono solo i protagonisti di un romanzo, sembrano persone vere ed è qui che secondo me si vede la differenza tra gli scrittori: quando un autore riesce a far sentire il lettore “amico” dei personaggi, come se li conoscesse davvero, significa che è un grande scrittore.

Rispondi