The Big Bang Theory – Stagione 1

 The Big Bang Theory
Ideatori: Chuck Lorre, Bill Prady
Warner Bros Television 2007, 17 episodi

Trama

Pasadena, California. Quattro giovani scienziati di diversi campi – il fisico sperimentale Leonard Hofstadter, il fisico teorico Sheldon Cooper, l’ingegnere aerospaziale Howard Wolowitz e l’astrofisico Raj Koothrappali – lavorano insieme al California Institute of Technology.

Il loro legame d’amicizia è cementato principalmente dalla rispettiva condizione sociale, essendo i ragazzi dei nerd e geek a tutti gli effetti. La grande intelligenza ne fa tra le menti più valide del Paese, ma di contro li rende socialmente degli inetti: fuori dal lavoro, il tempo libero dei quattro trascorre principalmente tra la lettura di fumetti, partite ai videogame e giochi di ruolo, e la visione di film e serie TV di fantascienza; l’assenza di ragazze è una costante nelle loro vite.

Questa fin troppo abitudinaria routine cambia radicalmente quando Leonard s’innamora di Penny, una ragazza di provincia col sogno di diventare attrice, appena trasferitasi nell’appartamento di fronte a quello condiviso da Leonard e Sheldon. La nuova vicina di pianerottolo, bella ed esuberante, rappresenta l’esatto opposto dei quattro amici; lo strano e complicato mondo dei ragazzi finisce quindi ben presto per scontrarsi con quello semplice e superficiale di Penny, facendo sì che le loro tranquille esistenze vengano completamente stravolte. (da wikipedia.it)

Commento

Our whole universe was in a hot dense state,
Then nearly fourteen billion years ago expansion started. Wait…
The Earth began to cool,
The autotrophs began to drool,
Neanderthals developed tools,
We built a wall (we built the pyramids),
Math, science, history, unraveling the mysteries,
That all started with the big bang!

Li amo!! E’ da quando ho iniziato a vedere la serie che canticchio continuamente la sigla (l’ho anche impostata come suoneria sul cellulare) e sta diventando una vera e propria droga: ho visto la prima stagione in due giorni e già penso a come farò quando, presumibilmente tra un paio di settimane visto il ritmo, arriverò alla fine della sesta.

Già da tempo conoscevo questa serie e mi era capitato parecchie volte di vedere delle puntate in tv, ma mai con costanza e sempre in modo abbastanza casuale. Fare indigestione di Sheldon, invece, è la cosa che più mi piace fare ultimamente! Mi fa impazzire con tutte le sue nevrosi, lui è senza dubbio il pilastro centrale della serie. Gli altri sono tutti molto bravi e divertenti, ma Sheldon è il re; non mi stupisce affatto che l’attore che lo interpreta abbia vinto un sacco di premi. Oltre ai ragazzi e a Penny, un altro personaggio che pur essendo secondario mi fa morire è Leslie Winkle, la collega di Leonard che è in guerra continua con Sheldon… mi fa impazzire quando li saluta in sala mensa escludendo sempre lui o chiamandolo “Dottor Demente”… è fantastica!

Guardando questa serie tv non posso davvero fare a meno di chiedermi, come mi succedeva guardando Scrubs, come facciano gli autori a scrivere dei dialoghi e ad inventarsi situazioni così assurde…


 

Mi chiamo Chuck

Titolo originale: Lexapros and Cons
Autore: Aaron Karo
Data di pubblicazione: 1973
Editore: Giunti, 2012
Formato: Ebook, 288 pag.

Inizio lettura: 18 settembre 2013
Fine lettura: 19 settembre 2013
Lettura n.: 41/2013
Il mio voto: ★★★☆☆

Lo scorso anno mi sono fatto esattamente 273 pippe. Questo fa una media di 5,25 alla settimana e di 0,75 al giorno. Non so cos’è che mi impressiona di più: il fatto che mi spari così tante pippe o che ne abbia tenuto il conto per tutto l’anno. Però è vero, ho segnato il numero su una pila sempre più alta di post-it nascosta nel comodino. Fatti una pippa, prendi nota, vai a nanna. La routine.

Forse l’incipit del libro non fa presagire nulla di buono ma in realtà questo romanzo è veramente carino e si divora in pochissimo tempo. Il protagonista è Chuck, un adolescente un po’ sfigato e affetto da un disturbo ossessivo-compulsivo che condiziona completamente la sua vita: Chuck si lava le mani mille volte al giorno, imposta per quattordici volte di fila la combinazione dell’armadietto a scuola, controlla continuamente le piastre elettriche di casa e si alza dal letto almeno una decina di volte a serata per fare pipì. Naturalmente Chuck non è molto popolare a scuola e ha pochissimi amici. Tutto cambia quando nella sua vita entra Amy, una nuova compagna di classe di cui il ragazzo si innamora e per la quale sarà obbligato a fronteggiare una volta per tutti il suo problema.

Il tono del romanzo è molto leggero e ironico ma allo stesso tempo non superficiale e soprattutto non è il classico YA scritto coi piedi (sarà perché non è paranormal romance, quindi la probabilità di boiata si abbassa notevolmente) ma al contrario è molto coinvolgente, narrato bene seppur con linguaggio adolescenziale (e in prima persona!! Mi fa sempre paura la prima persona, però qui è dosata bene) e parla di un problema importante pur senza appesantire la lettura: si percepisce chiaramente quanto le manie rendano difficile la vita a Chuck, però non si punta a provocare compassione nel lettore, bensì una partecipazione “propositiva” alla volontà di Chuck di risolvere il suo problema: si tifa per lui, insomma.

I personaggi provocano immediata simpatia, soprattutto Chuck e il suo migliore amico Steve, e fortunatamente viene presentata una famiglia normale, quella del protagonista, in cui naturalmente il rapporto genitori-figli non è tutto rose e fiori ma non c’è il solito stereotipo dei genitori che non capiscono i figli/i figli che non capiscono i genitori: è una via di mezzo, come in tutte le famiglie normali. I “nemici” si, sono abbastanza stereotipati (il bullo della scuola) però purtroppo questo rappresenta quella che spesso è l’effettiva realtà: alcuni ragazzi vengono semplicemente presi di mira, senza una vera ragione.

Passando a dei dettagli secondari, è un peccato che non si sia trovata una trasposizione migliore del titolo originale Lexapros and Cons: il Lexapro infatti è un farmaco antidepressivo (lo stesso che assume Chuck) che credo sia venduto solo negli USA, almeno con questo nome, mentre “Cons” è il termine in slang che sta per “Converse All Star”, la marca di scarpe di cui Chuck possiede, sempre a causa del suo disturbo, un paio di ogni colore, uno per ogni stato d’animo. In effetti la resa in italiano non è così facile, però è un peccato, perchè alla fine il titolo scelto è piuttosto banale.

4 storie quasi vere

Autore: Jon Blake
Data di pubblicazione: 1992
Editore: Mondadori 1993
Formato: Paperback, 81 pag.

Inizio lettura: 17 settembre 2013
Fine lettura: 18 settembre 2013
Lettura n.: 40/2013
Il mio voto: ★★★☆☆

Ho preso l’autobus sbagliato, signorita Waiters. Ma non è colpa mia. E’ colpa dell’uomo che fa gli autobus: doveva metterci il numero anche di dietro, oltre che davanti. Comunque, ero così preoccupato di fare tardi a scuola, che sono saltato su di corsa, sperando che tutto andasse per il meglio.

Simpatico e divertente. Il libro raccoglie alcune storie con protagonista un bambino di nome Stanely, le cui giustificazioni per non aver fatto i compiti sono così fantasiose e astruse che la maestra stessa decide di raccogliere le più belle e inviarle ai genitori. L’aspetto più rilevante di queste storie è che spesso comunicano dei messaggi ironici nei confronti di alcune situazioni reali: ad esempio, la storia dei turisti è una presa in giro di questi gruppi organizzati che scattano foto ovunque e a chiunque, si impressionano per le cose più banali, ma anche in tutti gli altri racconti c’è questa ironia di sfondo che li rende simpatici anche ad un lettore adulto.

La principessa sposa

Autore: William Goldman
Data di pubblicazione: 1973
Editore: Marcos y Marcos, 2007
Formato: Paperback, 329 pag.

Inizio lettura: 12 settembre 2013
Fine lettura: 18 settembre 2013
Lettura n.: 39/2013
Il mio voto: ★★☆☆☆

Tra tutti i libri del mondo questo è il mio preferito, anche se non l’ho mai letto.

Solo l’anno scorso ho scoperto, con mia immensa gioia, che uno dei film che più ho amato nella mia infanzia era stato tratto da un libro; così questo mese ho approfittato del fatto che era esposto nella mia biblioteca tra i libri in evidenza per decidermi una buona volta a leggerlo. Ecco, sarebbe stato meglio se non l’avessi fatto. Ok, no, sto esagerando. Il libro sarebbe stato bello… se non fosse che io mi aspettavo qualcosa di totalmente diverso! Credevo di trovarmi di fronte ad una vera storia d’amore, ad una favola meravigliosa e magica, che mi facesse provare gli stessi sentimenti che mi aveva provocato il film anzi ingigantendoli, proprio perché nel libro l’autore si può sbizzarrire molto di più. E invece no. “La principessa sposa” si prende gioco delle fiabe tradizionali e, tramite un cinismo e un’ironia che oltretutto non mi sono nemmeno piaciuti, vuole probabilmente far intendere che la vita vera non è come nelle favole: è ingiusta e nella maggior parte dei casi non c’è un lieto fine.

Al di là del fatto che personalmente dubito parecchio della valenza pedagogica di un concetto del genere – in quanto non solo ogni persona capisce sulla propria pelle che purtroppo la vita vera non è perfetta (e quindi non vedo l’utilità di “sbatterlo in faccia” in questo modo, come se tutti quelli che si aspettavano il lieto fine fossero dei poveri storditi che non sanno distinguere tra romanzo e realtà), ma credo che finchè si è bambini si debba avere il sacrosanto diritto di sognare, altrimenti nasciamo direttamente adulti, così non sprechiamo tempo – credo che le fiabe e le favole, con le loro conclusioni felici raggiunte solo dopo aver superato mille peripezie, abbiano proprio la funzione di far capire che nella vita si debba sempre andare avanti e affrontare gli ostacoli senza abbattersi, lottando per conquistarsi la propria felicità.

Inoltre, se proprio devo dirla tutta, penso che la maggior parte dei bambini che leggono, leggeranno o hanno letto questo libro siano comunque dei bambini (e saranno degli adulti) privilegiati la cui vita permette loro di avere del tempo libero e di poterlo dedicare alla lettura, e di conseguenza tutte queste difficoltà saranno spesso molto relative, o comunque “nella norma”, con i dolori e i problemi che ognuno di noi deve affrontare: a quelli che veramente hanno di fronte a sé una vita senza lieto fine, credo che probabilmente non freghi proprio una mazza di leggere questo libro, magari non hanno nemmeno la possibilità farlo. Per questo motivo ho trovato estremamente fastidiosi i commenti di Goldman durante la narrazione, che avrebbe secondo me passato lo stesso messaggio, forse anche in modo più intenso, se invece del cinismo ci si fosse basati su una trama più profonda e magari, perché no, sulla vera assenza di un lieto fine.

Non so, forse sono io che non ho capito il vero spirito del romanzo o semplicemente ero talmente accecata dalle mie aspettative che mi sono presa una “tranvata” in piena regola. Dovrò provare a rileggerlo tra qualche anno. Nel frattempo continuo a guardare il film.

Una valigia alla Victoria Station

Autore: Vivien Alcock
Data di pubblicazione: 1991
Editore: Mondadori, 1993
Formato: Paperback, 178 pag.

Inizio lettura: 10 settembre 2013
Fine lettura: 11 settembre 2013
Lettura n.: 38/2013
Il mio voto: ★★☆☆☆

Arrivarono che era l’alba. Scampanellarono, bussarono forte alla porta, gridarono. La camera di Elinor stava sul retro della casa e il rumore interruppe i suoi sogni e confusamente le fece cercare la coperta, che si tirò con uno strappo fin sopra la testa, per non sentire. A differenza di sua sorella Judy, Elinor faceva sempre una fatica terribile a svegliarsi e le ci voleva un sacco di tempo prima di essere perfettamente lucida.
(incipit)

Il libro racconta la storia di tre fratelli la cui vita viene sconvolta dall’arresto del padre, arrestato per frode. Da quel momento i tre ragazzi devono affrontare una difficile separazione: a causa dell’incapacità della matrigna di prendersi cura di loro perchè troppo giovane e inesperta, i ragazzi vengono divisi tra i vari parenti, persone mai conosciute prima, e sono costretti ad allontanarsi l’uno dall’altra. A questo fa da contorno la vicenda di una misteriosa valigia affidata ad Elinor, la sorella più grande, dal padre poco prima che venisse portato in prigione.

Non ho trovato questo libro particolarmente entusiasmante: tutta la questione della valigia non ha molto senso, viene inserita nel racconto per creare un mistero quando in realtà si scopre che attorno a quella valigia di misteri proprio non ce ne sono, un po’ come non ce ne sono attorno alla figura del padre, le cui azioni sono circondate da una certa ambiguità come se dovessero invece portare a chissà cosa. Quello che mi è piaciuto è il fatto che il racconto lascia trasparire la fallibilità dei genitori, che essendo esseri umani possono fare errori che vanno poi a riversarsi anche sui loro figli: in questo caso, poi, ci si mette anche la matrigna, una ragazzina di vent’anni che sfoga le sue ansie sui ragazzi invece di essere lei la spalla che a loro serve in un momento del genere.

La famosa invasione degli orsi in Sicilia

Autore: Dino Buzzati
Data di pubblicazione: 1945
Editore: Mondadori, 1997
Formato: Paperback, 75 pag.

Inizio lettura: 09 settembre 2013
Fine lettura: 10 settembre 2013
Lettura n.: 37/2013
Il mio voto: ★★★☆☆

Dunque ascoltiamo senza batter ciglia
la famosa invasione degli orsi in Sicilia.
(incipit)

Conoscevo già da tempo il titolo di questo racconto di Dino Buzzati e credo anche, in passato, di aver sentito da qualche parte la prima strofa della poesia che dà inizio alla storia, senza però avere alcuna idea di che cosa parlasse.

I protagonisti di questa favola piuttosto amara e malinconica sono gli orsi che tanti secoli fa, in una Sicilia mitica, vivevano in pace e in semplicità sugli altissimi monti dell’isola. Quando però il figlio del loro re viene rapito dai cacciatori uomini, un esercito di orsi scende dalle montagne e, dopo aver superato mille pericoli, espugnano finalmente la città degli uomini ai quali si mescolano, acquisendone però i vizi.

Gli orsi protagonisti del racconto sono completamente umanizzati: non solo parlano la stessa lingua degli uomini, ma ognuno di loro ha delle caratteristiche ben precise che vengono presentate all’inizio del libro (vi è infatti un elenco di luoghi e personaggi con una breve descrizione) e che svolgeranno un ruolo chiave all’interno della vicenda. Il linguaggio usato da Buzzati è chiaro e semplice, perfettamente adatto ad un bambino, ma a questo fa un po’ da contraltare l’enorme quantità di morti disseminati nella storia (anche se in realtà, pensando ai film e ai videogiochi che passano oggi sotto il naso dei bambini, anche molto più piccoli di quelli a cui è indirizzata questa storia, non credo proprio ci sia nulla di cui scandalizzarsi). Il messaggio che Buzzati vuole mandare è chiarissimo: l’uomo è egoista e corrotto, e con i sui comportamenti corrompe anche tutto ciò che di innocente c’è intorno a lui. Ebbene si, Buzzati non dimostra molta pietà nei confronti dei suoi simili, ma dopotutto come dargli torto? Fortunatamente il lieto fine c’è, ma per gli orsi, che resisi conto della cattiva influenza degli uomini decidono di tornare alle montagne.

Guida galattica per gli autostoppisti

Autore: Douglas Adams
Data di pubblicazione: 1979
Editore: Mondadori, 1999
Formato: Paperback, 213 pag.

Inizio lettura: 04 settembre 2013
Fine lettura: 09 settembre 2013
Lettura n.: 36/2013
Il mio voto: ★★★★☆

Lontano, nei dimenticati spazi non segnati nelle carte geografiche dell’estremo limite della Spirale Ovest della Galassia, c’è un piccolo e insignificante sole giallo.
A orbitare intorno a esso, alla distanza di centoquarantanove milioni di chilometri, c’è un piccolo, trascurabilissimo pianeta azzurro–verde, le cui forme di vita, discendenti dalle scimmie, sono così incredibilmente primitive che credono ancora che gli orologi da polso digitali siano un’ottima invenzione.

Questo libro è strepitoso. Non saprei come altro definirlo, è fantastico, mi è piaciuto tantissimo e non avrei mai voluto che finisse. Perché è troppo assurdo… ogni tanto mi capitava di leggere un paragrafo, arrivare all’ultima frase, fermarmi un attimo e rileggere il paragrafo da capo perché non potevo credere che ci fosse davvero scritto quello che avevo letto! Fantastico, proprio il genere che adoro, basato sull’assurdo, sui giochi di parole e sulla più sfrenata fantasia. In più, aiutata dall’aver già visto il film nel quale gli attori scelti sono perfetti nei diversi ruoli, non potevo fare a meno di immaginarmi le facce di Martin Freeman, Mos Def, Sam Rockwell e Zooey Deschanel (una Trillian fantastica).

La componente fantascientifica del romanzo è una cornice perfetta perché permette di rendere plausibili gli eventi e le situazioni più strambe (penso ad esempio al povero capodoglio e al vaso di petunie!! Ho riso tantissimo!!) e questo far sembrare normali le cose più improbabili è l’ingrediente essenziale della comicità del libro. I personaggi, poi, sono uno più geniale dell’altro, per non parlare della Guida, i cui estratti sono forse la parte più bella ed esilarante di tutto il romanzo. Cavolo, mi sta venendo voglia di rileggerlo!!

L'uomo delle nuvole

Autore: Mathias Malzieu
Data di pubblicazione: 1988
Editore: Feltrinelli, 2011
Formato: Paperback, 144 pag.

Inizio lettura: 02 settembre 2013
Fine lettura: 03 settembre 2013
Lettura n.: 35/2013
Il mio voto: ★★★★☆

Mi chiamo Tom “Ematom” Cloudman. A quanto dicono, sono il peggior acrobata del mondo.

All’inizio questo nuovo romanzo di Mathias Malzieu proprio non mi convinceva: non riuscivo a capire il protagonista, che mi sembrava solo un povero pazzo con la fissa del volo e degli uccelli. Insomma, mi faceva un po’ pena, perché un personaggio infelice lascia sempre un po’ di dispiacere (soprattutto quando è infelice non per colpa sua), ma niente di più. Con l’arrivo in ospedale, però, qualcosa è cambiato e ho iniziato a dare un senso alla storia e ad apprezzarla, fino alla conclusione che mi ha davvero commosso (si si, con tanto di lacrimoni!).

Lo stile è molto simile a quello de “La meccanica del cuore” anche se perde le caratteristiche “gotiche” che lo rendevano un pò “Tim-Burtiano”, avvicinandosi ad un’atmosfera un po’ più onirica, nella quale si fa fatica a capire se ciò che viene raccontato è realtà o sogno. In ogni caso credo che il punto non sia questo: non mi interessa sapere se davvero la dottoressa Cuervo si trasformava in una donna-uccello oppure era solo l’immaginazione di Cloudman. La cosa importante sono le riflessioni che questa storia mi ha portato a fare: siamo disposti a perdere la nostra umanità, o a farla perdere alle persone che amiamo pur di farle rimanere in vita? E si può chiamare “vita” quello stato in cui non c’è coscienza? Siamo ancora umani quando, ad esempio, i nostri organi funzionano ancora solo perchè attaccati a delle macchine?

Alla fine del romanzo, Cloudman si trasforma definitivamente in un uccello, perdendo memoria e coscienza di sé, ovvero perdendo del tutto quelle caratteristiche che lo rendevano un essere umano; così prende il volo e sparisce nel cielo lasciando dietro di sé persone che, pur sapendo che è ancora vivo, non possono più averlo al loro fianco. Qual’è la differenza tra questa condizione e quella di una persona che viene tenuta in vita ma ormai, pur essendo magari fisicamente al nostro fianco, non è più con noi? E non solo, non ho potuto fare a meno di pensare ad una malattia, che provoca qualcosa forse di ancora peggiore del trovarsi incoscente in un letto, attaccato ad una macchina: l’Alzheimer, che ti fa essere lontano mille miglia da chi ti ama, pur rimanendo fisicamente vicino e per di più magari anche in buona salute fisica.

Non è facile rispondere a queste domande e non so nemmeno se l’intento dell’autore fosse davvero questo: il libro stesso non fornisce delle risposte né dei giudizi. Quello che fa è raccontare con una metafora poetica e commuovente la realtà quotidiana di molte persone. Da leggere.

“[…] Soltanto un mutamento totale le permetterà di sfuggire alla morte.”
“Non ho paura.”
“È proprio questo che mi preoccupa! So di cosa è capace. E di cosa è incapace.”
In questo momento mi sento il più tenace e il più fragile degli uomini.
“Al tempo stesso erediterà la forza e la debolezza dell’uccello che diverrà.”
“Si può scegliere?”
“Inconsciamente. Diventiamo ciò che siamo.”
“Ciò significa che potrei ritrovarmi nel corpo di un povero dodo che non sa nemmeno volare?”
“Non è da escludersi… Nella migliore delle ipotesi, qualunque cosa accada, lei sarà qualcosa di estraneo per l’occhio umano. Potrà affascinare o spaventare.”
“Come tutte le persone che cercano di costruire qualcosa di differente, non le pare?”

Un mostro in giardino

Autore: Vivien Alcock
Data di pubblicazione: 1988
Editore: Mondadori, 1992
Formato: Paperback, 141 pag.

Inizio lettura: 07 agosto 2013
Fine lettura: 08 settembre 2013
Lettura n.: 34/2013
Il mio voto: ★★★☆☆

Non avrei dovuto farlo. Non era mia intenzione, ma naturalmente questa non è una scusante. Avrei dovuto immaginarlo, con un nome come il mio. Frances Stein. Frankie per gli amici.

Mi stavo quasi dimenticando di aver letto anche questo libriccino quest’estate. Frances Stein, chiamata Frankenstein dai compagni di scuola, è l’unica femmina di una famiglia composta interamente da maschi. Il padre, un brillante scienziato sempre assorbito dal suo lavoro, non ha il tempo né le capacità di dedicarsi a questa ragazzina che non sa come prendere e così Frankie vive la sua vita sostanzialmene ignorata da padre e fratelli. Un giorno, inspiegabilmente, da uno scarto di laboratorio del padre nasce una creatura sconosciuta, un mostriciattolo gelatinoso e verde. Passata la paura, Frankie decide di prendersi cura del mostro da lei creato, ma le difficoltà aumentano vertiginosamente con il passare del tempo: Monnie, infatti, cresce sempre di più e tenerlo nascosto diventa davvero un problema.

In questi anni la Mondadori Junior ha pubblicato racconti per ragazzi che sono uno più bello dell’altro: “Un mostro in giardino” non fa eccezione, perché la storia è davvero simpatica e coinvolgente, senza contare che mi sono innamorata perdutamente del tenerissimo mostriciattolo protagonista… dolcissimo! Sono sicura che qualsiasi bambino amante degli animali leggendo il racconto non possa fare a meno di immedesimarsi nella protagonista, Frankie, e di rimanere coinvolto nei suoi disperati tentativi di proteggere il “suo” mostro; specialmente la sequenza finale fa tantissima tenerezza. Il bello, in più, è che questa storia mi sembra decisamente “unisex”, ovvero può piacere moltissimo a lettori e lettrici senza distinzioni (quindi, ottimo libro che una maestra può far circolare in classe o leggere ad alta voce, catturando l’interesse di tutti).

1001 Books You Must Read Before You Die Challenge

image &copy dreaminglife

La 1001 Books You Must Read Befor You Die Challenge, ovvero la sfida del 1001 libri da leggere prima di tirare le cuoia, è una sfida annuale che ci spinge a leggere il maggior numero possibile di libri presenti nella lista sopracitata.

In realtà, io ho deciso di seguire la lista che si trova a questo sito internet + 12 libri aggiunti dall’edizione 2012, ovvero:

– Julian Barnes “The Sense of an Ending”
– Arthur Golden “Memoirs of a Geisha”
– Jennifer Egan “A Visit from the Goon Squad”
– Jeffrey Eugenides “The Marriage Plot”
– Jonathan Franzen “Freedom”
– Chad Harbach “The Art of Fielding”
– Nicole Krauss “The History of Love”
– Lorrie Moore “A Gate at the Stairs”
– Haruki Murakami “1Q84”
– Philip Roth “Nemesis”
– José Saramago “Cain”
– Ali Smith “There but for the”

Il mio obiettivo è quello di leggere ogni anno almeno 5 libri provenienti da questa lista.

Anno sfida: 2013
1. “L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery
2. “1984” di George Orwell
3. “Guida galattica per gli autostoppisti” di Douglas Adams

Letti precedentemente
1. “Favole” di Esopo
2. “Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie” di Lewis Carrol
3. “Niente di nuovo sul fronte occidentale” di John Steinbeck
4. “Anna Karenina” di Lev Tolstoji
5. “Il giro del mondo in ottanta giorni” di Jules Verne
6. “Il risveglio” di Kate Chopin
7. “I Buddenbrook” di Thomas Mann
8. “Il richiamo della foresta” di Jack London
9. “A Christmas Carol” di Charles Dickens
10. “Il conte di Montecristo” di Alexandre Dumas
11. “Dracula” di Bram Stocker
12. “Il crollo di casa Usher” di Edgar Allan Poe
13. “Frankenstein” di Mary Shelley
14. “Lo Hobbit” di J.R.R. Tolkien
15. “Il cane dei Baskerville” di Arthur Conan Doyle
16. “La casa degli spiriti” di Isabel Allende
17. “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino
18. “Jane Eyre” di Charlotte Bronte
19. “Viaggio al centro della terra” di Jules Verne
20. “Como agua para chocolate” di Laura Esquivél
21. “Il piccolo principe” di Antoine de Saint-Exupéry
22. “Piccole Donne” di Louisa May Alcott
23. “Il Signore degli Anelli” di J.R.R. Tolkien
24. “Assassinio nella Rue Morgue” di Edgar Allan Poe
25. “Il vecchio e il mare” di Ernest Hemingway
26. “Oliver Twist” di Charles Dickens
27. “I nostri antenati: Il visconte dimezzato, I barone rampante, Il cavaliere inesistente” di Italo Calvino
28. “Il pozzo e il pendolo” di Edgar Allan Poe
29. “Orgoglio e Pregiudizio” di Jane Austen
30. “La lettera rubata” di Edgar Allan Poe
31. “Sense and Sensibility” di Jane Austen
32. “L’ombra del vento” di Carlos Ruiz Zafòn
33. “Siddhartha” di Hermann Hesse
34. “Seta” di Alessandro Baricco
35. “Lo strano caso del Dottor Jekyll e del Signor Hyde” di Robert Louis Stevenson
36. “I tre moschettieri” di Alexandre Dumas
37. “Attraverso lo specchio” di Lewis Carrol
38. “Gli indifferenti” di Alberto Moravia
39. “L’isola del tesoro” di Robert Louis Stevenson
40. “Cime tempestose” di Emily Bronte
41. “L’anno della lepre” di Arto Paasilinna