1984, di George Orwell

Era una luminosa e fredda giornata d’aprile, e gli orologi battevano tredici colpi. Winston Smith, tentando di evitare le terribili raffiche di vento col mento affondato nel petto, scivolò in fretta dietro le porte di vetro degli Appartamenti Vittoria: non così in fretta tuttavia, da impedire che una folata di polvere sabbiosa entrasse con lui.

Iniziato con un gruppo di lettura piena di buone intenzioni nel volerne seguire il ritmo, terminato abbondantemente prima del tempo perché proprio non sono riuscita a rispettare le tappe: nonostante ciò ho impiegato quindici giorni a finirlo perché l’ho trovato da una parte un romanzo scorrevolissimo, ma dall’altra estremamente difficile a causa delle emozioni che suscita durante la lettura. Pur non essendo “crudo” a livello di immagini, lo infatti è dal punto di vista psicologico: è un romanzo angosciante, claustrofobico, che non lascia speranza. Quest’ultima sensazione è la più forte di tutte, perché l’ineluttabilità della conclusione si inizia a percepire fin dalle prime pagine nei dettagli che circondano il protagonista: si legge nei vicini di casa, nei colleghi di lavoro, nei prolet, nei bambini – ma si intuisce vagamente, come con la coda dell’occhio e si trasforma poi, a partire dalla terza parte e ultima parte in cui è diviso il romanzo, in un’escalation di eventi che conducono irrefrenabilmente fino all’ultima frase che mi ha lasciato completamente svuotata.

Tremende sono le strutture sociali ideate dal partito per assoggettare la mente dei cittadini: il bipensiero (ovvero il meccanismo psicologico attraverso cui il governo riesce a far credere alla popolazione un’idea e contemporaneamente il suo opposto), la creazione di una Neolingua che impedisce l’astrazione e di conseguenza creatività e ragionamento, e la continua revisione delle informazioni e della storia per adattarle alle esigenze del partito. Tutto ciò unito alla continua sorveglianza tramite megaschermi che catturano anche le manifestazioni inconsce di un reato (detto psicoreato in quanto comprendente anche il pensiero di un reato), alla costante possibile presenza di spie pronte a denunciare anche i propri genitori e figli, al quasi totale assoggettamento dei membri del partito e all’assoluta indifferenza del popolo, creano un’atmosfera che angosciante è dire poco. Ci sono solo tre luoghi “rifugio” nel romanzo: l’angolo in cui Smith scrive il diario, la radura dove si incontra con Julia e la camera sopra al negozio di antiquariato. Per il resto non c’è modo di sfuggire allo sguardo del Grande Fratello.

I personaggi, inclusi quelli principali, sono parte integrante di questa “coreografia” claustrofobica anche dal punto di vista estetico: la bellezza sembra non esistere, tutti sono grigi come la città in cui vivono, nessuno mostra platealmente emozioni a meno che non siano di odio verso i nemici del partito o di entusiasmo verso il partito stesso.

Sono contenta di aver aspettato tanto per leggere questo romanzo, perché credo sia uno di quei libri per i quali bisogna trovare il momento e lo spirito giusto: bisogna essere pronti a farsi scuotere.

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